…alla fine ancora lettere?- Note di lettura di Fernanda Ferraresso a proposito delle Let­tere della fine di Nadia Agustoni

luigi ghirri

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Ha pesi diversi  ogni luogo e le cose sono mondi corruttibili o corrotti. Spesso entrambi ci schiacciano o ci vomitano addosso e fuori dall’involucro che ci avevano promesso per ripararci, per salvarci, da una fine qualsiasi, persino quella della morte. E si muore. Mille volte si muore per strada, senza nemmeno percorrerla una strada, senza nemmeno migrare in se stessi. Let­tere della fine di Nadia Agu­stoni porta con sé tutto quanto resta, sbeccato dentro la bocca vuota di troppe parole pronunciate per niente dai politici, dai media, strappato sulle recinzioni  di filo spinato delle troppe quarantene, spiantati noi e gli altri, a guardarci storti, per un pezzo di fame da vivere con il male addosso. E tante sono state e continuano ad essere le catastrofi, di ogni genere, ce ne sono per tutti i gusti, per tutte le richieste, come se la fine fosse comandata da bacchette che dirigono questi concertati, sconcertanti misfatti.

Ti spacca la bocca, dirla a voce alta ogni parola, perché ti si ingroppa alla lingua.  Ha una voce spigolosa Nadia, irto il suo dettato, taglia, la sua non è la solita lirica e ci devi essere allenato ad ascoltarla, a sentirla, toccarla come si fa con una parola che approssima un verso alto al parlato quotidiano. Questa  poeta non imbelletta la parola, né fa lo sberleffo alle diverse forme del potere. Guarda, osserva, si avvicina, incontra vive e resiste, su bastioni di parole eretti contro quelli di molti poteri, che sono certo molto più grossi e pericolosi di lei, che ha solo la parola, nata dalla disincarnazione del dolore che si fa  poesia, viva di memoria di molte istanze da mettere in barricata. Una parola “rapida” e devi starci attento a percorrerla e a risalirla. Noi sempre più spesso fermi , sdraiati sulle comodità di una vita senza turni, senza difficoltà di imbarco, senza vincitori e vinti, ignavi, noi, in uno spazio mondo disegnato a collage(ne) e a misura dentro un luogo di falso, incuria, dolore a cui ci nascondiamo, sfruttiamo un patrimonio di potere che si regge oggi come ieri su atti di forza coercitivi e infami.
Lettere, biglietti scritti addosso, brevi e densi, come quei liquidi concentrati che risultano ustionanti. Non è poesia da bere, non è fioritura, se pure l’amore vi corre, è un pesce elettrico invisibile che ci scorre in/contro quando meno ce lo aspettiamo, un nautilus lieve con l’infanzia come viaggio e ascolto, ha le scaglie lucenti di un bambino che nuota nella luce, che ancora si inerpica e si fa strada, in queste strade rovinose tutte in discesa, dove tutto è faticosa salita. E le lettere crescono tra i tendini della fatica di vivere. La parola deve rifarsi, dopo essere stata bruciata, esplosa, annegata e negata o legata, in tutti i corpi e gli uomini o donne che queste violenze hanno patito, ed è questo che porta ancora missiva, fa  del testo tes(t)imonianza da lasciare agli altri, con la stessa parola che ormai è stata in molti modi lavorata  e spesso logorata nel dirla vanamente, dal pronunciarla svuotandola della sua originaria carica e sapienza , ma non esausta perché chi sa percorrerla trova che come noi  sta per strada, è strada, il cammino.
I riferimenti ad altre voci, in una vicinanza etica come sottolinea con grande accuratezza e acutezza Renata Morresi nella sua prefazione al libro, di cui la nostra storia comune, perché storia di umani, è ricca la raccolta, sono la cassa di risonanza, non la cassaforte, e sono quelle la fortezza da cui guardarci, ancora, anche oggi, senza per questo sentirci forti se non della nostra fragilità, ineludibile, tangibile, ineluttabile e mezzo per spronarci a fare ciascuno il tragitto con tutta la carica che abbiamo a disposizione: mente  corpo  e  sentire senza mettere  distanza  senza dimenticare perché così facendo non si riesce ad entrare nella vita. Chi non sa guardare nel passato, che è un passato di tutti noi, non riesce  a praticare e a relazionarsi nemmeno con se stesso e quindi a conoscersi per ciò che è, che siamo. Solo così, invece,  tutto quanto ciclicamente si ripete, e sembra nuovo perché sconosciuto ad ogni generazione, dimentica di quanto già dalla storia è stato in-segnato, disegnando fratture in ogni geografia del pianeta, solo così ci può essere resistenza attraverso quella caratteristica che anche in noi, dopo secoli e secoli di esposizione, molto più che  in metallurgia, è viva, è la nostra resilienza.[1]

fernanda ferraresso

[1]

La resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento: in ingegneria è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica;
in informatica è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati;
in ecologia e biologia è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato.  In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti

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luigi ghirri

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Da Let­tere della fine di Nadia Agustoni

i volti tra le frasi il poco
dei giorni succede chiaro
le parole arrivano viene il mondo
una volta erano le voci
un che di cicoria e limoni
o terra a patire
e il gas falciava i prati
in un altrove dove le spine
dove noi e nulla –
scrivi sulla morte
lì cadono i bambini i fiori
che pensiamo per sempre
e senza le tue parole c’è altro
come se restasse il sangue di tutti
e tutta la vita per niente –
ma il male credimi il male
guarda se siamo soli
se siamo figli padri
qualcun altro –
ricordati chi rideva chi
disse cosa a chi
e non tornava risposta
ma un’eco
l’osso cranico

(io non sono la domanda)

*

scrivere è quello che sta nell’aperto

 

 

c’è un posto
dove accade di vivere
sugli alberi la luce
va coi germogli
i panni gelano di notte
per un vento di lago
aperto.
basta poca morte
una polaroid da Luino
il vecchio atlante
la pagina è l’erba
del mio nome.

 

*

 

finito e infinito sono parole
di avanzi: tutta
la vita nella vita
se guardi nascere
(quello è sempre).
dei versi bisogna
spaventarsi.

 

**

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Nadia Agu­stoni, Let­tere della fine – Vjdia edi­tore 2015

*

RIFERIMENTI IN RETE

prefazione di Renata Morresi
http://poesia.blog.rainews.it/2015/06/28/nadia-agustoni-lettere-della-fine/

intervista a Nadia Agustoni
https://uniformemente.wordpress.com/2015/07/19/lettere-della-fine-incontro-con-nadia-agustoni-2/

testi scelti dalla raccolta
http://www.nazioneindiana.com/2015/06/18/lettere-della-fine/

http://ilmanifesto.info/versi-di-resistenza-quotidiana/

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6 pensieri su “…alla fine ancora lettere?- Note di lettura di Fernanda Ferraresso a proposito delle Let­tere della fine di Nadia Agustoni

  1. Il libro di Nadia va letto con attenzione e misurato relativamente a questo oggi che parte da un ieri che ha molte vie ma mette in luce una sola prospettiva, purtroppo, che è quella che ci vorrebbe tutti in gabbia e su questo ci fa riflettere Nadia. Grazie Mariella per le tue riflessioni, f

  2. Cara Fernanda, oggi sono rientrata dal lavoro e ho trovato questa sorpresa.
    Grazie di cuore. La lettura è intensa.
    Grazie anche a Cartesensibili e piuttosto perdonate la mia alterna presenza.
    E’ una questione di tempo purtroppo; tempo che manca.
    Grazie Mariella.
    A tutti un saluto.

  3. Grande caldo, e quindi stanchezza doppia. Grazie a te per questo impegno, per questa viva presenza , nonostante il carico che la vita ci mette addosso. Ti abbraccio.

  4. la bellezza semplice e arresa della campagna modenese nelle foto di Luigi Ghirri sono contrappunto perfetto a questi bellissimi versi che sembrano catturati da un mondo sospeso e sorpreso di sé.

  5. E’ un libro davvero da tenere stretto, nel tempo. Da respirare, pagina dopo pagina. L’ho letto come fosse un “romanzo”. Mi richiedeva una fedeltà a tempi graduali. Mi stupisce l’incedere dei passi di Nadia, mi stupisce il tono e la misura, il dentro totale, come non potrebbe esserlo! E l’incontro con tutto, e tutti. In ciò io trovo un lirismo e una commozione davvero rari a trovarsi, vi è la realtà, e la possibilità di abitarla scrivendo. Grazie, ciao Fernanda. Giampaolo

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