FIL ROUGE- Antologia di poesie sulle mestruazioni- presentazione di Loredana Magazzeni e Antonella Barina

laura makabresku

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LOREDANA MAGAZZENI

Il sangue delle donne

Nel maggio 2014 al bar “La Linea” di Bologna, all’interno della manifestazione di poesia “Bologna in Lettere” curata da Enzo Campi, Antonella Barina propose alle poete del Gruppo ’98 Poesia una lettura di poesie sul tema del desiderio, a partire da un suo lavoro antologico. Quella lettura venne accompagnata dall’accordo di portare ciascuna qualcosa di rosso, un oggetto, un indumento, che vennero inseriti da Antonella in una spirale di grande effetto e bellezza, sul pavimento del bar, con una performance che accompagnava e introduceva le letture.
Quel pomeriggio si parlò di desiderio, di corpi, di amori, e di mestruazioni.
Nell’estate il tema del rosso e delle mestruazioni, su cui sia io sia Antonella avevamo già lavorato e riflettuto nel nostro percorso di scrittura, continuò a crescere in noi, aumentando il desiderio di proseguire con la raccolta di altre poesie e riflessioni da parte delle poete da noi conosciute.
Lanciammo dunque un progetto e un programma, chiamandolo Progetto Menstrua, e chiedendo alle donne interessate di inviarci le loro poesie. Fummo piacevolmente colpite dall’immediatezza e dal numero delle risposte che ricevemmo: moltissime poete avevano scritto su quel tema e tutte riconoscevano la necessità e il desiderio di poter finalmente parlare di mestruazioni in poesia.
Per quanto ci riguarda, speriamo e crediamo di avere fatto un buon lavoro: sentivamo la mancanza di questo tema specifico dell’identità femminile nella stessa scrittura delle donne.

Nel giardino della regina le rose sono rosse

In Alice nel paese delle meraviglie, Alice aiuta le guardie, suo malgrado, e a rischio della perdita della testa, a dipingere di rosso le rose bianche.
Sappiamo che Lewis Carroll, alter ego del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, scriveva le sue storie geniali e i suoi nonsense a partire dal rapporto profondamente empatico che riusciva a stabilire con le bambine, i loro corpi infantili e seducenti, di cui era capace di cogliere ogni fantasticheria, ogni incantamento, fino al momento in cui un primo, ma perentorio accenno di pubertà, avrebbe tolto, fra lui e le sue incantevoli muse quell’arrendevole complicità, introducendo, come un sovrano malvagio e dittatoriale, il pudore vittoriano e il bisogno della regola, dell’ordine, del decoro.
A dispetto dell’ordine e del decoro, ma forse proprio uniformandosi ad essi, Marguerite Gautier, La Signora delle Camelie di Alexandre Dumas, sceglieva di trascorrere la sua vita trasgressiva e noncurante, figura emblematica della libertà e della perdita, oltre che dell’irriducibilità della passione a qualsivoglia incanalamento e normalizzazione. Come Alice con le rose, anche Marguerite manifesta il suo status di donna esibendo, per soli cinque giorni ogni mese, camelie rosse al posto di camelie bianche. Carroll e Dumas, come uomini e scrittori, ci lasciano traccia della consapevolezza maschile di quel fenomeno tipicamente femminile, e occultato dalle donne stesse, espressione della loro capacità generativa, costituito dalle mestruazioni. Se la giornalista Raffaella Malaguti ha dedicato alle mestruazioni un intero studio monografico, Le mie cose. Mestruazioni: storia, tecnica, linguaggio, arte e musica (2005), che ne esplicita le rappresentazioni storiche, culturali, e i risvolti anche economici (l’intero sviluppo mondiale di prodotti come i Tampax e gli assorbenti), è la storica Claudia Pancino in Corpi: storia, metafore, rappresentazioni fra medioevo ed età contemporanea (2000) ad aver rimesso al centro della storia sociale del nostro Paese la maternità, con la storia dei corpi, dell’utero, della nascita e dell’allattamento al seno e, non ultime, delle mestruazioni.
Già alla fine degli anni Ottanta Piero Camporesi, con Il sugo della vita (1988) aveva svelato tutti gli aspetti culturali e simbolici del sangue nella cultura classica occidentale. Sentito come elemento di grande potenza e bivalente, segnale di vita e di morte, il sangue delle donne mestruate è però, per gli studiosi della tarda romanità e del medioevo, espressione di una corporeità femminile insidiosa e malefica, impura.
Con la presenza ingombrante o volatile degli organi femminili, uteri, matrici, placenta e annessi hanno dovuto fare i conti filosofi e anatomisti, medici o sciamani, fin dall’inizio del pensiero umano. Perché la loro esistenza andava oltre la pura funzione generativa, era la rappresentazione simbolica dei rapporti di potere fra maschile e femminile. Questo è accaduto in ogni cultura, dove la conoscenza dei corpi e la gestione del dare/ricevere la vita ha coinvolto l’intero assetto simbolico e del sacro, di cui le religioni, ma anche il potere medico, come ha ben mostrato Barbara Duden in Il corpo della donna come luogo pubblico: sull’abuso del concetto di vita (1994), hanno voluto detenere il monopolio, allontanando le donne, con la medicalizzazione del parto, dalla gestione naturale delle nascite e dal loro sapere senza sopraffazione.
Secondo l’antropologa Françoise Héritier, Maschile e femminile: il pensiero della differenza (1997) presso i Samo, una popolazione del Burkina Faso, “La donna appartiene alla categoria del freddo perché perde regolarmente il suo sangue, quello della sua dotazione naturale, in quella catastrofe ciclica costituita dalle mestruazioni”. Sempre secondo i Samo, le donne che non hanno le mestruazioni sono “scandalose”, “pericolose” e “in pericolo”, la donna incinta accumula temporaneamente calore per “cuocere” suo figlio. Questo tipo di pensiero nativo è analogo a quello europeo del Cinquecento.
Il “filo rosso” delle mestruazioni è indagato dall’antropologa Gianfranca Ranisio in Quando le donne hanno la luna: credenze e tabù (2006), attraverso lo studio delle superstizioni popolari e dei tabù, ma anche con interviste dirette a donne di diverse provenienze sociali.
Ranisio riprende la lettura che Yvonne Verdier fa della fiaba popolare di Cappuccetto Rosso: la ragazza mestruata (col cappuccio rosso) entra simbolicamente a contatto col mondo adulto femminile attraversando il bosco e i suoi pericoli (legati ai compiti e doveri dell’esistenza femminile, come preparare i cibi, portarli ad altri, curare, accompagnare le generazioni adulte verso la morte). Cappuccetto fa la spola tra madre e nonna, fra l’ordine di allontanamento della madre e la cura e poi il distacco dalla nonna, che le ha ribadito le regole: “vedendola meglio”. Ai riti di iniziazione alla vita sessuale adulta sono connesse le pratiche di segregazione delle ragazze mestruate nel bosco e in una capanna, con la sospensione delle abituali attività fisiche di lavoro e l’accompagnamento di una donna adulta che le assiste e trasmette saperi legati alla nuova veste di donne capaci di generare.
Senza scomodare ulteriormente la Storia e l’Antropologia, ciascuna donna, che sia della generazione dei baby-boomer (le cinquantenni, sessantenni) ma forse anche della generazione definita Millennium (delle venti e trentenni di oggi) può attingere alla propria esperienza per ricordare gli ammonimenti che ciascuna, da bambina, ha ricevuto dalla madre al momento dell’arrivo delle mestruazioni: non giocare e non stare troppo fuori casa, essere una signorina educata, non dare troppa confidenza ai ragazzi.
Tabù e divieti hanno accompagnato il periodo in cui la donna era mestruata: tabù di tipo agricolo e alimentare (non toccare certi cibi, non fare le conserve), ribadendo la forza sentita come negativa e distruttrice del sangue mestruale. Questi tabù sopravvivono, nell’immaginario moderno, alla scomparsa della cultura contadina, se lo scrittore giapponese Murakami Haruki, autore cult del realismo magico postmoderno, in Kafka sulla spiaggia (2008), durante una gita scolastica fa cadere in trance un’intera classe di bambini affidati alle cure di una maestra che subisce l’improvviso arrivo delle mestruazioni.
Il linguaggio legato alle mestruazioni risente di questa pluricentrica varietà di credenze e interdetti di cui sono fatte oggetto, così come della necessità di usare le perifrasi per nominarle senza nominarle. Chiamate “le mie cose”, i “fiori”, il “marchese”, le “regole” o con le perifrasi: sono indisposta, mi sono venute, ho il ciclo, o in mille altri modi locali e dialettali, le mestruazioni si sono viste dedicare un intero museo: il Museum of Menstruation and Women’s Health, visitabile online sul sito: www.mum.org.
Dal mondo anglosassone hanno origine fin dagli anni Settanta studi pioneristici su corpo femminile e sessualità (basti ricordare fra tutti Nato di donna (1976) di Adrienne Rich o Noi e il nostro corpo, scritto dal collettivo di donne, The Boston Women’s Health Book Collective, (1975).
In anni più recenti, dagli U.S.A. sono arrivate opere teatrali come i Vagina Monologues di Eve Ensler (1996) o il musical Menopause, di Jeany Linders (2001), che hanno finalmente sdoganato questi temi al di fuori della sfera medico-sanitaria o femminista, inserendoli nel mercato culturale come prodotti non più di nicchia, ma aperti ad un pubblico più ampio e internazionale.
In Italia l’attrice Marinella Manicardi ha offerto al pubblico, con Corpi impuri, un intenso spettacolo sul tema delle mestruazioni. E se l’artista giapponese Hiromi Ozaki ha creato, in Menstruation Machine, un’intera serie di opere dedicate al rapporto donna e mestruazioni, Angela Marchionni è, con Donatella Franchi e Letizia Rostagno una delle artiste italiane che hanno più studiato il tema del corpo delle donne come soggetto/oggetto di potere, potenza e libertà.
Cosa si era invece prodotto sulle mestruazioni nell’arte di nostra più diretta spettanza, la poesia? A partire da incontri particolarmente felici con singoli testi sul tema del sangue, come Sgorgo di Antonia Pozzi, o Martha, sul tema dell’aborto, di Ada Negri, o Maternità del rosso di Anna Maria Farabbi o Uova di Elisa Biagini, un filo rosso lega la poesia delle donne di ogni tempo al tema della generatività e della sessualità, un filo rosso da riprendere e analizzare, modulando una nuova lettura di genere della storia letteraria.
Il lavoro che qui presentiamo è una mappatura di quanto le poete viventi sentano ingombrante e numinoso il tema del corpo. Con inevitabili assenze, non dovute alla nostra volontà, questa antologia raccoglie poesie di autrici contemporanee e traduttrici che hanno voluto dare a noi fiducia e a questo tema parola, declinandolo nei suoi aspetti mainstream o sottodimensionati.
Dal rapporto ambivalente, intimo ma condizionante con la madre, che l’arrivo delle mestruazioni rafforza, in autrici come Franca Alaimo, Silvia Albertazzi, Nadia
Chiaverini, Paola Elia Cimatti, Vicky Feaver, Fernanda Ferraresso, Zara Finzi, Gabriella Maleti, Milena Nicolini, Anna Maria Robustelli, Paola Tosi, Giovanna Zunica, si arriva alla denuncia dell’idea di impurità, connessa al sangue mestruale, nella pratica della Mikveh ebraica, richiamata da Elisa Biagini, o nei riti di purificazione di cui scrivono la somala Ubah Cristina Ali Farah o le indiane Moniza Alvi e Sujata Bhatt.
Di un “alfabeto delle cose” più intimo e più libero dopo la scomparsa delle mestruazioni scrive Germana Duca, che vede, come Maria Lenti, Fiorenza Mormile, Nunzia Binetti, Brenda Porster, Gabriella Sica, Anna Zoli, Maria Teresa Ciammaruconi, nella scomparsa delle mestruazioni la possibilità di proseguire un percorso di espressione libera di sé, comunque avviato dalla maggiore consapevolezza delle donne di oggi. Ma la maturità ha in sé i germi di “qualcosa che comincia a scucirsi dentro”, come scrive Nelvia Di Monte, nel suo dialetto friulano, o dell’”arsura e della perdita” (Ciammaruconi).
L’elemento simbolico, cosmologico e lunare è presente in un’altra larga parte delle poesie proposte, ad esempio, da Viola Amarelli, Lucianna Argentino, Antonella Barina, Nicoletta Buonapace, Nadia Cavalera, Annamaria Ferramosca, Giovanna Gentilini, Roberta Parenti Castelli, mentre la statunitense Lucille Clifton invoca, nella poesia Poem in Praise of Menstruation, nella forma della laudatio, un dio che possa permettere al flusso di vita delle mestruazioni, come a una cosmica “fiumana”, di continuare a scorrere in umani e animali, finché ci sarà vita nel mondo. Alla laudatio si ispira anche il testo di Florinda Fusco che richiama la religiosità mariana mediterranea : “Benedette le mammelle…benedetto il pube…benedetto il sangue…”.
Di “mistero gioioso” scrive Argentino e di un “cadavere della bambina” che “sorrideva”: il rito di passaggio ha bisogno di lasciarsi alle spalle il mondo dell’infanzia.
La “rossa melagrana del comando” è evocata da Nadia Cavalera, e all’elemento della potenza femminile ritorna anche Antonella Barina, col suo nominare “il succo del melograno”, che “corrode il Palazzo” del potere patriarcale, mentre il “soffrire per i doni delle luna” la rende capace “col tempo” di percepire “il divino in noi”.
All’elemento della fertilità di un “io-feto”, che “si abbevera di latte e sangue” ci consegna la flessuosa, flussuosa poesia di Mariella Bettarini, mentre gli elementi opposti del buio e della luce sono individuati da Maddalena Capalbi nello “sguardo obliquo di vergogna” e da Maria Grazia Calandrone nell’immagine della donna “impastata di luce intera persona”.
La “seta del paracadute” con cui venivano cucite le mutande delle donne durante la guerra, nella poesia di Mara Cini, chiama in causa la diversa realtà di un sangue buono, pacifico, vitale, quello del mestruo, dove “una ragazza si tampona una ferita”, come scrive Clifton, di vita, alla presenza distruttiva delle ferite della guerra: “Poi venne la guerra e al sangue delle donne non si pensò più” (Cimatti).
Il tema dell’identità e della festa di iniziazione è richiamato da Lucetta Frisa: “Dopo/ sarebbe stata donna”, “femmina come le altre/ femmine”, e da Rosaria Lo Russo, che vede nell’esaltazione familiare del menarca, una ilarotragica “scoperta dell’America con gambe tremanti fra istrioniche grida”.
Sul piano dell’ironia declinano le loro poesie Fiorenza Mormile, in O feromoni addio, o la sudafricana Antjie Krog e Brenda Porster, che scrivono entrambe di TOS, “Trattamento ormonale sostitutivo”, mentre Leila Falà, lanciando la proposta di un postfemminismo che guarda agli anni Settanta come vittoriosamente superati, provocatoriamente ribatte che le mestruazioni sono: “Rosse come le vostre. Tutto Nor-ma-le./ A parte la noia, niente da dichiarare”.
Invito il lettore/la lettrice ad arricchire con la propria lettura questa carrellata di temi necessariamente incompleta e che è aperta ad analisi ulteriori, e mi piace
concludere con un augurio, preso da un verso di Anna Maria Robustelli: sia “Gloria alle donne/ che parlano/ fra di loro”, e agli uomini che sanno ascoltarle e dialogare.

lucy goosieo

lucy goosieo

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ANTONELLA BARINA

Il fuoco delle donne: il mito e la poesia

E stiamo davanti alla luce del fuoco che abbiamo ereditato
dall’inizio della storia
come fecero le nostre madri e nonne e le madri loro.
Ishigaki Rin

IL FRUTTO PROIBITO

È il rosso sangue della melagrana a rappresentare nel mito il mistero del sangue femminile, il nutrimento che sta alla base della potenza creativa della donna, quel ciclo mestruale – da mens, mese – che è la manifestazione fisiologica più evidente e insieme segreta della differenza tra i generi. Dottori della chiesa, romantici e psichiatri focalizzati sul primato del pene non sono riusciti a mettere a fuoco quale sia stato, nei millenni, il vero oggetto d’invidia, il fulcro della contesa simbolica tra i due sessi: ce lo rivelano in modo esplicito le subincisioni peniche1 con cui le etnie arcaiche imitavano il fluire mestruale come simbolo del potere procreativo. Il sangue sacrificale della vittima andrà poi via via sostituendosi al sangue di vita.
Millenni di manipolazione dell’immaginario non sono tuttavia riusciti a cancellare del tutto il mistero originario. Il frutto proibito dell’albero di Eva nutre tutti i figli che la dea porta in sé come nuovi semi.
La melagrana (malum, mela, e granatum, con grani), assieme al papavero il cui seme con qualità psicotrope tanto gli assomiglia, è attributo della dea arcaica e di quelle che ne discesero: di Era signora dell’Olimpo, fino ad Afrodite e Side. Durante le Tesmoforie, la Festa delle Donne dedicata a Demetra legislatrice, interdetta agli uomini, erano le donne ateniesi a nutrirsi di melagrana per ottenere fecondità dato il suo potere di “far scendere l’anima nella carne”, con fondamento nelle proprietà alimentari e medicamentose del frutto. Dalla Sicilia a Eleusi, sede duratura del culto di Demetra e Kore, le fronde del melograno incoronavano gli officianti, ma gli uomini non potevano cibarsene. In greco il frutto del melograno è detto σίδη o ροιά, a designare il suo colore rosso, ma vi è chi (con etimologia non confermata, ma ottima sintesi) lo indica come ρόδι, parola composta da ροή e δήναμη, a indicare lo scorrere della forza dell’universo. Il flusso che genera la vita, in continuità, da madre e figlia: Demetra (Da/Ga-Meter), la terra madre, si risveglia e germina con il ritorno della figlia Persefone, la Kore/figlia, il principio vitale della vegetazione, il grano giovane. Staranno assieme per tanti mesi quanti sono i grani di melagrana che la giovane ha assaporato. La triade del mito femminile della ri/generazione, rispecchiandosi nell’avvicendarsi delle stagioni, era completato da Ecate, l’anziana, il grano maturo. Di altre culture si sa che il melograno era presente sia nei riti di matrimonio che, per auspicio di rinascita, nei funerali.
Con la patriarcalizzazione, il dio dell’oltretomba rapisce Kore alla madre e si insinua nel rito di passaggio da madre a figlia: è lui a erogare a Persefone i chicchi di melograno che scandiranno il tempo della separazione da Demetra.
Da quel momento il maschile si impossessa del mito, tenta di omologarvisi come nel sanguinare dei membri recisi dei sacerdoti di Cibele.
Il luogo del sacro ritiro legato al ciclo mensile viene ovunque profanato, il simbolico femminile estirpato. L’altra faccia è l’adorazione tantrica e segreta di quel mistero, ormai totalmente permeabile all’ordine delle gerarchie maschili.
Probabilmente il malum/mela diventa malus/male – infermità, rovina, danno, pena, tormento, misfatto – ben prima della diffusione della Bibbia e delle diverse, ma convergenti, misoginie monoteiste.
Il rosso è segno di vita nelle culture arcaiche, ma solo vescovi e cardinali continuano a indossare purpuree vesti: la sfera generativa femminile resta ancor oggi intaccata dall’idea di “impurità”, avvilenti i riti esorcizzanti legati al puerperio tanto che le stesse donne sembrano a tratti spregiare il proprio privilegio. Tuttavia per alcune tradizioni perfino l’albero del Giardino di Eva era un melograno, il serpente che vi si avvolgeva indicava la sapienza e le virtù miracolose del suo frutto. Per gli alchimisti, la Mestruazione corrisponde a diversi elementi dell’Opera, è tra l’altro il liquido capace di corrompere la materia solida, un procedimento correlato alla lunazione: ma del corpo della donna si perde, almeno apparentemente e per i più, memoria.
Questa raccolta poetica fotografa lo stato dell’arte oggi, dal punto di vista delle donne. Se negli anni settanta si ventilava la pratica del risucchio con il metodo abortivo Karman (aspirazione del contenuto dell’utero) per eliminare il “disturbo”, il self-help (auto-visita) ha poi aiutato a riappropriarsene. Le poete, senza alcun preliminare input ideologico e in molti casi a partire da sé, riprendono in mano la Materia, ne cercano il significato nella propria storia, denunciano spaesamento, estraneità, ma in alcuni casi gioia, orgoglio. Soprattutto, si riaggancia su questo terreno la relazione fondante tra madre e figlia. Di nuovo l’arrivo del mestruo è occasione di festa, sebbene ancora ristretta e familiare. Da oltreoceano giunge notizia di giovanili Menarca Party e si inaugura la Menstrala Art di Vanessa Tiegs, che ha come componente base il sangue mestruale, sdoganandolo da riservatezza e vergogna, rimossa la quale spesso cessano gli spasmi del ventre in travaglio uterino (nell’adolescenza uscii dalla morsa del dolore mestruale inventando un personale rituale di ringraziamento rivolto ai quattro punti cardinali).
La quæstio è sul potere pro/creativo femminile, da sempre bersaglio dell’integralismo fallico. Mentre in occidente il femminicidio raggiunge il suo apice e incalza da oriente e da sud il movimento misogino che osa portare il nome della principale dea egizia, le donne si ricongiungono al Paradiso, il giardino segreto al cui centro sorgeva l’albero della dea. E dunque nulla è perduto, ma tutto abbiamo ancora, poiché – dicono le Sorelle australiane – noi tutto ricordiamo.
Nel giardino segreto, ogni mese, il miracolo si rinnova.

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ana teresa barboza

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Fuoco che crei e che distruggi, artefice fiamma!
Simone Weil

LA FATICA DELLA FEMMINA OSCURA

Nel maggio 2012 Vannia Virgili, poeta del Gruppo ’98 Poesia, portò all’incontro “Dell’Invecchiare e della Morte”, organizzato da Vittoria Ravagli a Ca’ Vecchia in Sasso Marconi, un testo di Lao Tzu. Ne fui entusiasta, perché raramente le letture poetiche coincidono con condivisioni sapienziali. Il brano appartiene al capitolo sesto del Tao Te Ching, opera che va sotto il nome del saggio cinese che si vuole nato intorno al 570 a. C. Ecco il testo che la poeta lesse in quell’occasione:

Lo spirito della valle non muore.
Questo si dice della femmina oscura.
La porta della femmina oscura
è la valle del cielo e della terra.
Sembra durare ininterrottamente,
nella sua azione è infaticabile.

In quell’occasione mi sembrò particolarmente importante il richiamo all’energia creativa femminile e cosmica, alla sua fatica e cioè alla sua Opera.
Girai la citazione a un signore che di lì a poco avrebbe tenuto un “Seminario sulla Luna Nera” per un pubblico tutto femminile. Intendevo suggerirgli che stava andando a spiegare ai pesci come si nuota. Rispose con una versione differente dello stesso testo, più consona alla propria impostazione:

Lo spirito della valle non muore mai.
È il femminile primordiale.
Le porte del femminile primordiale
sono le radici del cielo e della terra.
Tenue come una ragnatela, ha appena un soffio di esistenza.
Eppure il suo uso è inesauribile.

La versione, a prescindere da alcune diminutio, risente di uno scarto prospettico: se l’ “azione” indica sia il punto di vista dello spirito della valle sia quello di chi vi è in contatto, l’ “uso” di questa forza generatrice, indicata già nella letteratura taoista come sorgente femminile, mostra unicamente la prospettiva di chi vi attinge. Inoltre “infaticabile” è diverso da “inesauribile”: visualizzavo i laghi di montagna in secca d’estate per lo sfruttamento vallivo e, insieme, lo sfruttamento dell’opera femminile, l’incuranza della fatica delle donne, la sopravvalutazione della loro inesauribilità e la sottovalutazione della loro opera.
Passando a un analogo concetto induista, risposi a mia volta che «l’uso è di chi assorbe Shakti, la fatica è di chi la possiede».
Vi fosse qualche dubbio, nella traduzione attribuita ad Osho la “femmina mistica” è strumento atto a servire:

Lo spirito della valle non muore mai.
Si chiama la femmina mistica.
La porta della femmina mistica
è la radice del Cielo e della Terra.
Incessantemente perdura.
E quando attingi alla sua fonte
ti serve senza fatica.

Esegesi:«non c’è dubbio che è la mitezza, l’umiltà, la debolezza che finiscono per avere il sopravvento: come l’acqua, come la donna, come l’infante, come il vuoto della valle», una sequela di fuorvianti rigidità dicotomiche che fossilizzano la mente come le opposizioni puro/impuro, pulito/sporco, piacere/dolore, orgoglio/vergogna, dove al secondo termine facilmente ed erroneamente si associano, principalmente, le mestruazioni. Per mondarle dall’ignominia bisogna, a partire dal mito e dalla poesia, smontare i tranelli metalinguistici, gli spodestamenti semantici, la sottrazione di attributi salvifici.
Sentivo il bisogno definitivo di far danzare Kali, personificazione dell’energia femminile attiva e travolgente, la Signora del Vuoto, colei che tutto divora, come il tempo – da cui prende nome – e il fuoco. Far circolare Shakti, l’energia divina femminile.
Quell’anno per “Bologna in Lettere” proposi al Gruppo ’98 Poesia una lettura da Il desiderio nella voce di 25 grandi poete, dove nel 2011 avevo selezionato poesie delle grandi – da Saffo a Janis Joplin – in cui ricorreva il tema del fuoco. Si tratta di una raccolta che era stata propedeutica alla stesura di un testo teatrale su Eleonora Duse, della quale volevo individuare meglio le qualità shaktiche con cui indubitabilmente Eleonora aveva inseminato il teatro novecentesco, da Artaud a Stanislawskij e oltre. Volevo andare alle radici del mito, fino a Demetra che, con una fiaccola in mano, percorre il mondo alla ricerca di Kore: questo, anzi, era l’input primario, poiché il testo riguardava il rapporto tra Eleonora e la figlia Enrichetta.
Non è un caso che l’inizio dell’umana civiltà sia contrassegnato dal “furto del fuoco” di Prometeo. D’Annunzio, che ne Il fuoco aveva attinto alla Shakti dusiana ricambiando con disprezzo la raggiunta età della sua ispiratrice, non riuscì o non volle restituirle nemmeno il testo che Duse gli aveva richiesto invano proprio su Persefone figlia.
A Bologna le 25 poete del fuoco furono scartate. Fu Serenella Gatti del Gruppo ’98 Poesia, autrice dell’incandescente romanzo Era ed è ancora, a salvare l’evento.
«Del fuoco» disse «a parlare saranno le poete di oggi, lo chiameremo: Donne di Fuoco». Nella Sala Rossa di Palazzo Re Enzo, in Piazza Maggiore, le poete si produssero in quanto di meglio ispirò loro il tema del desiderio e del fuoco. Loredana Magazzeni lesse la sua Fenomenologia del mestruo. Corrispondeva
perfettamente a quello che cercavo: altrove Lao Tzu parla del “nutrimento della Madre” per indicare la sorgente cosmica. Il collegamento tra fuoco e mestrua è vitale. Le chiesi di inviarmi il suo testo e lei mi propose di raccogliere le poesie sulle mestruazioni.
Il sangue mensile delle donne è indice letterale o metaforico della nostra potenziale creatività, si tratti di figlie e figli così come del nostro travaglio nelle diverse arti. Nutrimento del nostro operare, che continua oltre l’età feconda.
«Ruminavo erba amara / non avendo chicche per addolcirmi la bocca / fino alle soglie di un giugno appassionato: / uno sfolgorio di messi d’oro», scrive Paola Tosi, anche lei del Gruppo ’98 Poesia, nella raccolta Frammenti di vecchiezza.

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katerina lomonosov

katerina lomonosov

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Il Fuoco esiste dapprima come luce

Emily Elizabeth Dickinson

IL DISTACCO E L’ILLUMINAZIONE


A che serve la poesia se non a illuminare, ad aprire nuove strade? Far uscire dal silenzio l’evento mestruale è il primo passo verso la sua accettazione, verso la celebrazione gioiosa del menarca (μήν, mese, αρχή, inizio, il primo flusso mestruale), verso la definitiva destrutturazione della castigazione biblica che storpia il nome di Astarte in Ashtoreth, facendolo diventare “qualcosa di vergognoso”. Fine della percezione del mestruo come ingombro, peso, sofferenza, del travaglio femminile come dolore. Impossibile, però, se non si sana il dolore della madre.
In armonia con il succedersi delle stagioni, il mito di Demetra e Kore doveva corrispondere al passaggio generazionale del potere procreativo, simboleggiato dal melograno come emblema di fecondità, e dare forma lieta al distacco tra genitrice e figlia. L’intervento del dio che rapisce Kore tragicizza il distacco in perdita, induce spaesante follia nella madre. Il melograno sacro diventa elemento secondario di separazione, ma tutto è riconvertibile nella mitopoiesi: possiamo reinventare il mito a partire dal mito e nuovamente leggere quel distacco non più come privazione, ma come naturale prosecuzione da sé. La Fiamma passa di mano, la madre può accettare senza drammi la fine del rapporto simbiotico con la figlia così come il nuovo seme si separa dalla pianta. Il valore di questo mito sta proprio nella ricerca di una nuova misura per la consegna generazionale, per il passaggio senza competizione del potere generativo. È la soddisfazione di lasciar andare la figlia verso la nuova vita che l’aspetta, così come Demetra si separa da Core per ritrovarla nel giusto tempo di una nuova relazione che tollera la distanza. Né posso tacere il bellissimo viaggio compiuto con mia figlia sedicenne nei luoghi misterici della Grecia e ciò che ne è tra l’altro derivato, la nostra mostra di immagini Alla ricerca di Demetra e Kore.
Per la madre questo significa ben disporsi alla fine della propria fertilità fisiologica, attraversare la soglia della menopausa (μήν, mese, παὒσις, cessazione) che porta in sé, tra l’altro, tanta esperienza e – per lo più sprecata nella marginalizzazione – arte di governo. Credo che non si sia che all’inizio dell’esplorazione della sacra follia: quella che prende Demetra di fronte al rapimento di Kore è legata allo scacco della dea monca del principio generativo da lei stessa originato. Va nominato il diffuso timore di diventare paradigma della “donna anziana imbellettata” che Pirandello evoca nel suo saggio sull’umorismo2 e che induce al riso gli uomini per quello che l’autore chiama “sentimento del contrario”: lo stesso che fa ridere Demetra quando l’oscena Baubo, all’apice della tragedia della perdita, le esibisce il proprio sesso.
Prudenza ci induce a ispezionare con riguardo e cura anche la follia senile delle donne, delle nonne. A non dimenticare il tempo di Ecate, la Luna Nera. Ad accettare il limite come soglia di una nuova e più motivata esistenza che – con o senza riconoscimento – completa il ciclo dell’Una e Trina. La risposta è il puro suono della risata in luogo ora della venerazione della fecondità, racchiusi in un medesimo corpo che si trasforma “spassionandosene”3 come limite estremo della liberazione.
Ed è interessante – poiché donando la vita doniamo anche la morte – che proprio il sentimento del contrario sia il fondamento dell’episodio che illuminò un fedele di Kali, dove la Madre Nera sorge dal Gange in forma di bellissima dea, partorendo una stupenda creatura che un attimo dopo, ad insegna del tempo, divora.
Da parte sua, Ma Gcig4, monaca tibetana dell’XI secolo, si muove nello spaziotempo quando scrive:

Si stia liberamente nello spazio
della condizione essenziale della mente,
la Grande Madre.
Qualsiasi pensiero o concetto illusorio sorga,
si comprenda che la stessa illusione
è la Grande Madre.
La Madre non è incatenata
all’illusorietà dell’esistenza.

A partire dal testo di Lao Tzu si potrebbe allora dire che:

Il fuoco del suo ventre è eterno
Questo si dice della Madre luminosa e oscura
Albero che congiunge cielo e terra
Lei è la porta sul vuoto
La sua danza è fonte
e opera infinita

1 Bruno Bettelheim, Ferite simboliche. Un’interpretazione psicoanalitica dei riti puberali, Sansoni, 1973
2 «Il vuoto interno si allarga, varca i limiti del nostro corpo diventa vuoto intorno a noi, un vuoto strano, come un arresto del tempo e della vita, come se il nostro silenzio interiore si sprofondasse negli abissi del mistero (…). È stato un attimo; ma dura a lungo in noi l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana, delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che s’aggira piccola, solita, fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? Come portarle rispetto?». Luigi Pirandello, in L’umorismo e altri saggi, Giunti, 1994
3 «Nella concezione di ogni opera umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta
invisibile, non resta cioè quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il
sentimento si rimira, ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandosene;
ne scompone l’immagine; da questa analisi però, da questa scomposizione, un
altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti
chiamo il sentimento del contrario». L. Pirandello, op.cit.
4 Ma Gcig, Canti spirituali, Adelphi, 1995, a cura di Giacomella Orofino

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rope bondage

rope bondage

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Alcuni testi da FIL ROUGE . Antologia di poesie sulle mestruazioni

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Cristina Ali Farah

Sono rosse le unghie dei tuoi piedi
delle tue mani, rosse di smalto, abbaayo3
Oggi non sei pulita alla preghiera
Mi hai mostrato l’ovatta e l’hai strizzata sotto l’acqua
orgogliosa del tuo sangue
Dal recinto di calce, getti lontano i tuoi resti lavati.
È arrivato anche per te, il tempo della zia piccola,
rivoltata sulla rete per il mestruo.
A me non hanno legato i fianchi
Non me li hanno legati
Come un busto, più in basso
camminando per quaranta giorni impedita
Oggi posso correre e, tu mi dici, Sei bella
mentre salgo sulla Landcruiser imprestata
Non air condition, né banconote in eccesso
da far vorticare per sfregio
Porto solo dieci bracciali in pegno
e un cerchietto sbieco sulla nuca
Dentro, la festa è iniziata a mia insaputa

3abbaayo: appellativo con significato di sorella in uso tra donne di una stessa generazione

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menstrual goddess-india

Menstrual-Goddess

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Moniza Alvi

I LADRI

Il mestruo, a quanto pare, non serve
a nessun altro se non alla donna cui appartiene,
che pensava di tenerlo al sicuro
nella cassaforte del suo corpo.
Invece i ladri irruppero e l’agguantarono,
prendendolo al posto dei gioielli:

Ha quarantanove anni, non ne sentirà la mancanza –
ne prendiamo uno, magari due.
D’altro canto, avremo tutto il resto

li teniamo da parte. Niente di cui vantarsi.
Però, non è una cosa che si può dimenticare.
Portarselo via così in una notte tranquilla –
è come rubare l’oscurità stessa,
o prendere la luna, facendola rotolare
aspettandosi che mantenga il suo fulgore.

Da M. Alvi, Un mondo diviso, a cura di P. Splendore, Donzelli, 2014
In How the Stone Found its Voice, Bloodaxe, 2005 (traduzione di Paola Splendore)

The Thieves “A period, you’d imagine, is no use / to anyone, but the woman who owns it, / who thought she held it secure / in the safe of her body. / Yet thieves broke in and grabbed it, / took it instead of her jewellery: / She’s forty-nine, she won’t miss it -/ we’ll just take one, maybe two. / On the other hand, we’ll have the lot, / stash them away. Nothing to boast about. / Not anything you’d forget, though. / To make off with them on a quiet night – / it’s like stealing the darkness itself, / or taking the moon, bowling it away, / expecting it to retain its glow.”

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SANGUE

Le ragazze indiane cominciavano prima
a mestruare. Così diceva mia madre.
(O così mi pareva avesse detto).
E mi raccontò di Neema
che un certo solenne pomeriggio,
era venuta in visita, anni prima,
si era seduta nel giardino roccioso
e aveva dato il mio nome alla sua bambola.
Una ragazza graziosa e raffinata, cui
era presto toccato quell’incredibile
gocciolio su una specie di benda,
nominata solo per le iniziali, che si portava
misteriosamente tra le gambe.
E io, ero più indiana o più inglese?
Ero confusa, come sarei sempre stata
ogni volta che il mio sangue gocciolava
regolarmente nel mondo esterno.
Avrei persino corso con quell’impaccio,
goffa, nella gara con l’uovo nel cucchiaio,
l’avrei trattenuto nello sforzo di passare
un’arancia stretta sotto il mento,
le mani legate dietro la schiena.

Da M. Alvi, Un mondo diviso, a cura di P. Splendore, Donzelli, 2014
In Carrying My Wife, Bloodaxe Books, 2000 (traduzione di P. Splendore)

Blood “Indian girls started their periods / earlier, according to my mother. / (i thought that’s what she said.) / and she mentioned neema / who, visiting years before, / one solemn afternoon, / had sat by the rockery / and named her doll after me. / a graceful, ladylike girl, but / suffering early that unimaginable / drip onto something like a dressing, / known by its initials, worn / mysteriously between the legs. / was i more indian or more english? / i blurred, as i would forever / when my blood seeped regularly 7 into the outer world. / i’d even run with that strangeness, / awkward in the egg-and-spoon race, / or guard it in the struggle to pass / an orange hugged under the chin, / hand secured behind my back.”

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karina marandjian

KarinaMarandjian1

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Sujata Bhatt

UDAYLEE4

Solo il legno e la carta si salvano
dal contatto con la donna mestruata.
Così hanno costruito questa stanza
per noi, accanto alla stalla.
Qui ci è permesso scrivere
lettere, leggere, e si può far guarire
le dita rovinate dai lavori di cucina.
Stanotte, non riesco a lasciare in pace le stelle.
E quando non riesco a dormire, percorro su e giù
questa piccola stanza, vado
dallo stretto letto di corda allo scaffale
ingombro di giornali polverosi
schiacciati da lucidi cauri scuri e da uno strombo.
Quando non riesco a dormire, accosto
la conchiglia dello strombo all’orecchio
per sentire il mio sangue che precipita,
un canto che pulsa,
un lento martellio nella testa, nei fianchi.
Questo dolore è il mio sangue che scorre contro,
che urta contro qualcosa –
grumi annodati di sangue,
che mi ricordano manciate di alghe strappate
che salgono con la schiuma,
salgono. E poi ricadono, ricadono sulla sabbia
sparse su uova di tartaruga appena deposte.

Da S. Bhatt, Il colore della solitudine, a cura di P. Splendore, Donzelli, 2005
In Brunizem, Carcanet Press, 1988 (Traduzione di Paola Splendore)

Udaylee “Only paper and wood are safe / from a menstruating woman’s touch. / So they built this room / for us, next to the cowshed. / Here, we’re permitted to write / letters, to read, and it gives a chance / for our kitchen-scarred fingers to heal. / Tonight, I can’t leave the stars alone. / And when I can’t sleep, I pace / in this small room, I pace / from my narrow rope-bed to the bookshelf / filled with dusty newspapers / held down with glossy brown cowries and a conch. / When I can’t sleep, I hold / the conch shell to my ear / just to hear my blood rushing, a song throbbing, / a slow drumming within my head, my hips. / This aching is my blood flowing against, / rushing against something – / knotted clumps of my blood, / so I remember fistfuls of torn seaweed / rising with the foam, / rising. Then falling, falling up on the sand / strewn over newly laid turtle eggs.”

4 Udaylee: intoccabile durante le mestruazioni.

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flor garduno

flor garduno-ozelote azur

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Franca Alaimo

LUNA, MESTRUI E MAREE

Fu allora che mi disse vergognosa
la madre, guardandomi sottecchi,
essere donna è un’antica colpa
che si sconta con questo segreto ruscellare
che si spande tra le sponde delle cosce,
sangue di morte che monta e scema
come le maree e la faccia della femmina lunare.
Ma io mi portavo addosso con fierezza
quel tiepido di cellule sfaldate
come un uscire dal grembo di me stessa
a piccoli singulti umidi e rossi,
e quella giovane rosa che aspettava
dentro gli aromi del suo orto concluso.
Mi piaceva perfino guardandomi allo specchio
toccare il cerchio scuro delle occhiaie.
E poi mi fiutavo, sì, mi fiutavo,
come una selvatica bestiola già ferita
che finalmente sa qual è l’odore
che così tanto inebria il cane cacciatore.

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anke merzbach

anke merzbach8

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Silvia Albertazzi

ERA UN 5 DI DICEMBRE

È solo un ricordo confuso.
È più che un ricordo confuso.
Mia madre che dice
“Sta’ attenta, adesso puoi anche
avere un bambino.
Sta’ attenta ai ragazzi,
mi dice,
se ti vengon vicino,
se voglion toccarti”.
Poi si gira, mi volge le spalle
e piano borbotta tra sé:
“È a me che doveva accadere,
son io che aspetto da giorni”.
Passeranno quasi vent’anni
prima che io faccia un bambino.
Otto mesi soltanto
E lei mi darà un fratellino.

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java suberg

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Franca Grisoni

Con i me dé de lüne
e le me gambe mòle,
se pò so apò conteta,
sintime sdopià töta,
me so chèl che m’empieni
rie a le sotane
e ala camizeta
me chí ghe so za töta
a l’aria la me furma
e l’aria la scominsia
‘ndó finis la ongia
nei giri dela trisa.

Da La böba, San Marco dei Giustiniani, 1986, ora in Poesie, Morcelliana, 2009

“Con i miei giorni di lune / e le mie gambe molli / se poi sono anche contenta, / sentirmi sdoppiare tutta, / io sono ciò che mi riempie / arrivo alle gonne / e alla camicetta / io qui ci sono già tutta / all’aria la mia forma / e l’aria incomincia / dove finisce l’unghia / nei giri della treccia.”

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josephina biasotti

josephina  biasotti

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Antjie Krog

TÈ DEL MATTINO

mentre prepara il tè qualcosa di stranamente
familiare le scorre sull’interno coscia. una specie d’inchiostro.
dopo molti anni riprende a sanguinare.
sta in piedi sopraffatta – come se un frutteto intero
le sbocciasse nella gola, come se una felicità d’altri tempi
le colasse nel corpo, le pare di
spalancare le imposte verso mele, verso
ombre velate di uccelli, cicale
e torride distanze- come se una
risata di bimba traboccasse da una vasca
rendendole le guance vulnerabili- intimamente
arrossita da capo a piedi con quotidiana precisione
come se l’addome si gonfiasse ancora giovane e
forte intorno a ciò che di meglio
c’era in lei; il collo si arrende a tanta luce
lei porta il tè fuori nel portico
il cielo è dolcemente smorzato per quest’ora del
mattino; la città scintilla come una diga ricolma
lui viene e le si siede accanto: tranquillamente
rigira il suo tè. A questo modo restano seduti
così rimasti indietro nella perdita e per l’età
così insolitamente vicini.

In Antjie Krog, Body Bereft, Umuzi, Houghton, South Africa, 2006, copyright © Antjie Krog (traduzione di Fiorenza Mormile)

morning tea “whiles she makes tea something strangely / familiar flows down her inner thigh. like ink. / after many years she bleeds again. / she stands overcome- as if a whole orchard / blossoms up in her throat, as if an old-fashioned / happines leaks into her body, she feels she’s / opening shutters towards apples, towards / shades that haze with birds and cicadas / and sweltering distances- as if a / child’s laughter overflows in a bath / turning her cheeks
vulnerable- intimately / blushed through with daily closeness / as if her abdomen swells young and / strong again around the most beautiful that / she was; her neck gives in to so much light / she carries the tea out onto the stoep / the sky slakes soft for this time of the / morning; the city glistnens like a brimming dam / he comes to sit next to her: peacefully he / stirs his tea. in this way they sit / so far left behind in loss and for their age / so carefully rare in closeness.”

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liu-yuanshou

Liu Yuanshou

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Adriana Langtry

FIL ROUGE

Un filo rosso
tramandato in segreto,
fruscio di sottovesti
lungo le stanze della casa,
nel cortile un trambusto
smeraldo di felci
e un via vai di tacchi
di gesti indaffarati
a smacchiare lenzuola
risciacquare gli stracci
e l’odore dolciastro degli umori
nell’umido profumo degli intingoli.
Giochi d’incastro incroci
di sguardi nello specchio,
filo rosso che incalza
le ignote notti di Persefone
e il grido aggrovigliato
tramandato in silenzio,
un ricamo di ombre
lungo le stanze oscure
a riavvolgere sogni
modellare chimere
e l’odore pungente della fine
nell’umido profumo della terra.
Un filo rosso
tramandato in segreto
il segreto del filo che si spezza.

**

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Copertina FIL ROUGE rid per web

FIL ROUGE- Antologia di poesie sulle mestruazioni- Edizioni CFR, 2015

a cura di Antonella Barina e Loredana Magazzeni

 SI RICORDA CHE IL 19 AGOSTO PROSSIMO CI SARA’ UNA PRESENTAZIONE A MESTRE A CURA DI GIORGIA POLLASTRI 

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5 pensieri su “FIL ROUGE- Antologia di poesie sulle mestruazioni- presentazione di Loredana Magazzeni e Antonella Barina

  1. molto bella la scelta delle immagini! Il libro l’ho letto a poco a poco: la ricchezza delle voci incanta ( che nessun Ulisse chieda più di tappi di cera per le sue orecchie); la sua verità abbaglia il silenzio che ha per millenni ammantato questo argomento!

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