CINEMATOGRAFIA E DINTORNI- Adriana Ferrarini: MONI OVADIA E PIER PAOLO PASOLINI E IGNAZIO BUTTITTA: IN MORTE DELLA CIVILTA’ CONTADINA

festival dei casoni e delle acque VII edizione- scene di paglia

Scene di paglia-2-3

 

Mentre il cielo sopra di trascorreva dall’azzurro al blu notte e gli alti pioppi che facevano da fondale al palcoscenico diventavano via via più scuri, il violino di Maurizio Dehò, accompagnato dalla fisarmonica di Nadio Marenco, accendeva l’aria profumata di rosmarino dei ritmi appassionati del tango facendo da contrappunto alle parole altrettanto appassionate di Pasolini lette da Moni Ovadia.

 

moni ovadia e il suo gruppo

.

Eravamo nel cortile di un antico casone. E qui devo aprire una parentesi per chi non è di queste zone: i casoni, umili abitazioni con il tetto molto a spiovente fatto di canne palustri, erano tipiche del Veneto, fino a pochi decenni or sono, quando sono scomparse assieme alla civiltà contadina entro la quale erano nate. Ne sopravvivono ancora pochi esempi, che sono diventate musei.

 

ultimi casoni 

 

 

I musei sono una cosa bellissima ma, senza voler citare i futuristi, quando una cosa è diventata oggetto da museo ha perso la sua funzione originaria: vedi il famoso pisciatoio di Duchamp. Non c’è più la vita lì dentro, con le sue sconcezze e miserie e drammi e incanti, non serve più, estremizzando, se non ai cultori del bello e del passato.

Della morte della civiltà contadina, coscientemente distrutta dalla violenta omologazione
dell’industrializzazione che ha fatto di tutto il mondo un immenso mercato, una fabbrica dei consumi, generando il superfluo, imbottendo le nostre vite e le case di superfluo, di questo ci parla appunto Pasolini attraverso la voce di Moni Ovadia. Il mondo contadino non era certo facile, era un mondo terribile, spietato in perenne lotta per la sopravvivenza, ma appunto per questo conosceva il senso e il valore dell’essenziale.

pasolini -moni  ovadia

Nel mondo del superfluo tutti noi non possiamo che diventare superflui. Negli ultimi anni, quel che resta di quel mondo arcaico – che sembra lontano ere geologiche e invece era vivo fino a cinquant’anni fa – viene restaurato, pulito, conservato e questa è opera bellissima, ma tutti noi lo sappiamo, è morto e quando le cose sono morte hanno perso ogni potere di fare del male: Lenin nel suo mausoleo poteva essere avvicinato da ammiratori come dai suoi più fieri nemici, non poteva più ferire.

Moni Ovadia, mentre ormai la notte aveva avviluppato tutto e solo le luci del palcoscenico si ritagliavano nel buio compatto, ha poi parlato di un poeta siciliano, del grande Ignazio Buttitta che nella sua poesia ha parlato con dolore e veemenza di un’altra morte, parallela a quella del mondo contadino, e cioè del dialetto. Con la sua poesia, voglio chiudere queste mie note. Aggiungo solo che il festival Scene di paglia – giunto quest’anno alla sua quarta edizione – continua fino al 5 luglio a proporci spettacoli forti e di grande impegno sociale, in luoghi inusuali e incantevoli del nostro Veneto. Tutti i miei complimenti ai giovani e bravissimi organizzatori del festival!

E ora la parola al poeta Ignazio Buttitta e alla sua voce aspra che dice parole di fuoco e rabbia.

Lingua e dialettu

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.
.
Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi nn’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.
.
Mentre arripezzu
a tila camuluta
ca tissiru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani.
.
E sugnu poviru:
haiu i dinari
non li pozzu spènniri;
i giuelli
e non li pozzu rigalari;
u cantu
nta gaggia
cu l’ali tagghiati.
.
Un poviru
c’addatta nte minni strippi
da matri putativa,
chi u chiama figghiu
pi nciuria.
.
Nuàtri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;
aveva i minni a funtana di latti
e ci vìppiru tutti,
ora ci sputanu.
.
Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.
.
Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.

Ignazio Buttitta 

(1970)

Lingua e dialetto Un popolo / mettetelo in catene / spogliatelo / tappategli la bocca / è ancora

libero. // Levategli il lavoro / il passaporto / la tavola dove mangia / il letto dove dorme, / è ancora

ricco. // Un popolo /diventa povero e servo / quando gli rubano la lingua / ricevuta dai padri: / è

perso per sempre. // Diventa povero e servo / quando le parole non figliano parole / e si mangiano

tra di loro. / Me ne accorgo ora, / mentre accordo la chitarra del dialetto / che perde una corda al

giorno. // Mentre rappezzo / la tela tarmata / che tesserono i nostri avi / con lana di pecore

siciliane. // E sono povero: / ho i danari / e non li posso spendere; / i gioielli / e non li posso

regalare; / il canto /nella gabbia / con le ali tagliate. // Un povero / che allatta dalle mammelle

aride / della madre putativa, / che lo chiama figlio /per scherno. // Noialtri l’avevamo, la madre,

/ ce la rubarono; / aveva le mammelle a fontana di latte / e ci bevvero tutti, / ora ci sputano. // Ci

restò la voce di lei, / la cadenza, / la nota bassa / del suono e del lamento: /queste non ce le

possono rubare. // Non ce le possono rubare, / ma restiamo poveri /e orfani lo stesso.

.

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