Groundunderthirty- Veevera: Duchamp, ancora Duchamp, di nuovo Duchamp, sempre Duchamp

marcel duchamp-bottle rack

duchamp-bottle rack.

Per la pittura, allora come ora, ciò su cui ci si basa  è il gusto, l’estetica. Duchamp era riuscito a spostare il baricentro in una domanda di sostanza, ovverosia cos’è l’arte.
Ma non era qui che si fermava perché a seguire di rincalzo c’erano altre domande altrettanto importanti relative al sistema di percezione e conoscenza. Quindi un’altra domanda da porsi, secondo D., era la questione del come si conosce l’arte e  chi la definisce, e con quali parametri si sentenzia che sia o non sia arte un determinato lavoro o percorso creativo. Le opere di D. sembrano essere tutte, secondo questo cono prospettico, il pretesto ad un movimento di innesco in cui i critici, preposti all’analisi delle opere, avrebbero dovuto muoversi e smuovere la acque intorno all’arte. Alcune opere  necessitano di letture che comportano l’attribuzione di qualificanti rispetto alle opere prodotte: arte, genericamente intesa, è una specie di substrato in cui la parola ready made fa il suo ingresso:-  ci sono ready made semplici e rettificati – così si esprime Thierry de Duve, critico e teorico francese, che definisce per primo Fountain, lo Scolabottiglie 1914  e la Ruota di Bicicletta . Elementi questi, che acquistati e cambiati di localizzazione, entrando in altro contesto acquisiscono e rimandano all’osservatore una carica percettiva diversa.Personalmente mi rammentano  tutti quella poesia di Herbert in cui si parla dell’artista. – Chi è e cosa fa l’artista?–  si chiede il poeta e da sé si risponde:

Nulla di speciale
Cartelloni colori
Chiodi colla
Carta spago

Il signor artista
Costruisce un mondo
Non dagli atomi
Ma da quel che avanza

Zbigniew Herbert

marcel duchamp-bicycle wheel 

marcel-duchamp-bicycle-wheel.

Eppure sembra che D. voglia provare proprio tutte le strade per abbandonare quelle che classica-mente convogliano in una sola che viene definita arte  e non usa  pittura ma disegno, un disegno che ha spiccate caratteristiche di descrittività  tecnica, come per voler cancellare ogni traccia dell’espressività dell’artista che l’ha prodotta. Il suo lavoro consiste nel  confezionare, come appunto si fa in una fabbrica, quindi secondo una serie di passaggi, a catena, che non si vedono e non si leggono più, se non da parte degli addetti ai lavori e al montaggio del prodotto, percependo l’oggetto finito e quindi svuotato di ogni “mano-missione” da parte di chi è venuto con questo in contatto. La Macinatrice di cioccolato, 1914, che sembra appunto sintetizzare quanto appena detto, non ha alcuna espressività nella descrizione grafica eppure, proprio in questa assenza tenace sembra rimbalzare la presenza dell’autore.
E ogni nuovo elemento introdotto da D. sembra avere questi con-notati. I suoi giochi di parole, che sembrano uno scherzo di matrice matematica più che un rebus L.H.O.O.Q., 1919, sembrano appuntare una memoria, similmente al linguaggio scientifico che voleva smitizzare la celebrazione di qualsiasi nome a favore del cuore della ricerca, porta con sè un’apertura al gesto che certo è dissacrante nei confronti di un’arte celebrata e messa sull’altare ma introduce anche il fatto di una paternità-maternità dell’arte che nasce dall’artista (senza più un genere femminile maschile) androgino.
C’è chi afferma che a condurre D. lungo questo percorso  siano motivi diversi, non ultimo il flop che egli vive, come pittore,  al Salon des Indépendants del 1912, altri la sua ricerca alchemica e soprattutto il confronto continuo con i suoi contemporanei, oltre che ad affetti personali.
Di fatto D. non getta la spugna ma lava la lavagna in cui, per alcuni, si affacciano anche motivi più intimi e di natura  nevrotica, derivata da “patimenti amorosi” nei confronti di chi non può appartenergli e quindi non essere musa ispiratrice.

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marcel duchamp

lampshadeonMD.

Duchamp di fatto cambia via, la spersonalizzazione della sua arte e una ricerca alchemica, unica forza che tutto muove nel mondo e lui lega al suo percorso, sembrano appunto i passi da cui muove nel Grande Vetro, La Mariée mise à nu par ses célibataires, même  che volontariamente lascia incompiuto.
E forse ha ragione, in questo suo gesto, affatto capriccioso ma altamente referenziale, mette in vista oltre e dentro il vetro un mondo che è mosso dal desiderio, un desidero che sempre resta inappagato.
Inclassificabile nella sua configurazione include in sé anche il lavoro dello spettatore perché è il suo guardare attraverso, tra tutti quegli elementi, propri di artigianati diversi e con manualità specifiche e sentire differenti, che rende l’opera davvero un’opera collettiva, cosa mai vista prima. Non mi soffermo sulle tante letture approfondite e specifiche dei dettagli che compongono l’opera. La divisione in 2 parti è stata messa in rapporto con quella delle pale d’altare (sfera celeste e terrena, la prima frontale, la seconda in prospettiva), la Mariée con la Madonna, la forma quadrangolare in basso con il sarcofago da cui la Madonna si leva nell’Assunzione della Vergine, ecc.
Relativamente alla Sposa, che sembra una realizzazione di insetto alla moda cubista è Duchamp stesso a darne una lettura chiamandola “l’impiccato femmina, scheletro, vergine, macchina per arare“. E allora cosa sono, ci si chiede, i 9 scapoli in vuote divise quali quelli che mette a corona in basso: il corazziere, il barista,il domestico, e il prete, …? Cosa ruotano a fare, su se stessi mossi dalle pale di un mulino di fatto non andando da nessuna parte se non avanti e indietro simulando un coito che è parte di una giostra, e non l’affermazione o la volontà di una scelta? Sopra di loro si aprono e si chiudono come le leve di una forbice, i bastoni mentre muovono il carrello della giostra. E’ questo movimento che è azionato proprio dalla macinatrice di cioccolato. Forse indicativo del fatto che “il piacere” è esso stesso giostra, gioco-giogo-vincolo- macchina, forbice e mezzo che taglia in due il sesso ed esso stesso vuoto filtro che setaccia ciò che non sarà mai puro e diretto con perizia ma casuale scherzo o affondo, attacco, lancio, sparo di sperma che non feconda nessuno. Tutto è perché è e tutto è scena, scherzo, puro solo il convincimento, frutto di una illusione, tale quale a quella che ci offre il vetro, un divieto in-visibile che crediamo di attraversare mentre siamo attraversati e il pittore è ognuno di noi, che dipinge il suo mondo, alla pari di un artista, attraverso colori che non sono più intimamente suoi, ma frutto di un lavoro di sintesi industriale. Se allargassimo questa riflessione anche alla nostra vita, alla possibilità che ognuno ha o non ha, di fatto, di progettarla, non ci troveremo già tutti dentro i circuiti del grande vetro del p.c. e della sua macchina di falsa dolcezza, di falso cioccolato, con conseguente diabetica patologia di asservimento del pensiero e dello sguardo in cui ciò che vediamo non è più da tempo vero, vivo, ma è realtà virtuale, come quella della grotta, quella delle ombre proiettate, il solito labirinto, le cui pale non vediamo mai ma hanno frantumato il tu e l’io mentre il noi, è una polvere impalpabile, lasciata come una lieve impronta d’altro, oltre il vetro e irraggiungibile. E voi che cosa ne pensate?

veevera

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marcel duchamp

MARCEL-DUCHAMP-PEGGY-GUGGENHEIMS-GALLERY-ART-OF-THIS-CENTURY-NEW-YORK-NY-NOVEMBER-1942-1-c31462.

5 pensieri su “Groundunderthirty- Veevera: Duchamp, ancora Duchamp, di nuovo Duchamp, sempre Duchamp

  1. grazie Vee, davvero interessanti le tue proposte di lettura e il confronto con il nostro quotidiano che, come te, vedo perfettamente specchiarsi dentro in quanto hai sottolineato a proposito delle scelte di Duchamp.
    ferni

  2. Grazie per questa sintesi che condivido anche se sull’occhio che “vede” ho delle riserve, anche se poi la parte seguente della tua lettura coglie il centro:ovvero colui che mostra diventa occhio e poi …a volte si fa arte.
    Grazie. veevera

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