ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso su PUERTO CALCINADO- Andrea Cote Botero

 federico infante

federico infante

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Tutto quanto sta qui ed è oltre un qualsiasi proprio mondo e in questo, mondo che si abita,  dell’amore che si vive o si desidera, il linguaggio dentro la lingua viva dei segni del cielo e della terra, in quelli esaurienti e mai esausti della morte, è l’organismo di un libro magnifico che mi ha trascinato, Puerto Calcinado, in cui Andrea Cote Botero evoca il trascorrere del tempo in cui si svelano i momenti di trasformazione  della parola in essere. Credo sia  un libro magico, perché le sue parole vanno al di là di un linguaggio comune, vanno, in qualche modo, a mettere il sapore mai assaggiato di tutto quanto è accanto a noi ma ci sfugge e la lettura lo riavvicina, lo rende tangibile. Ogni poesia trascina infatti la mente e la porta sino a quei momenti che non si godono intimamente, pienamente, smossi e spinti come siamo tutti dalla fretta di arrivare in nessun luogo e sempre più lontani dal nostro fuoco o dal fuco da cui non ci sviluppiamo, e  danno, anche di quello, che crediamo il reale valore che può avere la vita, il centro. Il titolo del libro è in qualche modo una dichiarazione in cui il poeta si decanta, perché il suo coinvolgimento in ognuno dei momenti vissuti ma trascorsi della sua vita, è vivo e “presente”, la bellezza  di tutte le cose dentro e intorno al proprio piccolo mondo non si nascondono ma si mostrano, nell’angolo oscuro della stanza che è il nostro stesso sole-notte-corpo. Il modo in cui Andrea Cote riesce ad evocare la sua storia personale, l’ evocazione della sua infanzia e il legame con la sorella, in realtà rivelano il  prodigio tipico della parola, che si fa carico di tutto quanto accadde nella vita ma senza di noi, ora, senza cioè che noi siamo presenti, eppure vediamo, attraverso quella porta, che apre la stanza per mostrare ciò che va splendidamente senza di noi.”Le poesie del libro assumono il valore di un cibo vivificante perché alimenta in ciascuno di noi che leggiamo  il desiderio seducente di andare là, dove tutto  tra-scende, per assumere un valore non più solo personale ma umano e collettivo, che si sviluppa e si svolge quando si guarda attraverso  la pena che è di tutti noi, ed è relativa alla perdita di senso e valore della parola, del tempo, della vita familiare, del paesaggio, ormai non più rurale. Elementi questi che sono tutti trascurati nella quotidianità del nostro vissuto e rendono l’esistenza di ogni uomo un porto calcinato“, bruciato, arso, e l’esistenza  come qualcosa non più universale ma un peso schiacciante.
Quella che porto è una traduzione da uno stralcio del libro in lingua originale, ma esiste una bella pubblicazione del 2010, con traduzione in italiano a cura di Giulia De Sarlo, nella collana-blu-altreterre di LietoColle editore, il cui titolo in italiano è Porto in cenere, allusivo, credo,  del fatto che le memorie sono ormai cenere ma in esse ancora vive ogni scintilla di cui bruciarono e ancora brillano.

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federico infante- lo spazio tra

The Space Between - FEDERICOINFANTE
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Da Puerto calcinado, di Andrea Cote Botero

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Sabe que la noche en ella no entra, de ella sale, como lo refleja la enigmática gruta pavorosamente tierna de sus ojos, donde el sol parece ahogarse. Sabe que Dios está en todas partes, también en el plato de cebollas que llorar nos hace; que este hambre (sic) propio existe, es la gana del alma que es el cuerpo. Teme que el infierno sea tan largo como el silencio de Dios, / que su tiempo esté habitado por el frío de los templos. / Teme que el silencio sea silencio afuera de la muerte, / que luego del tiempo aún conservemos la memoria. / Teme no dormir tampoco en ese sueño eterno / y que hasta allí nos siga la desesperación de los relojes.

Sabe de cuando aún no tenía miedo: Madre, / recógeme el sonido de la lluvia en el tejado del abuelo / cuéntame de las noches en que descubrí la sed por los acantilados / y de cómo desprendiste el fuego de la luz / para permitirnos el encuentro con nuestros primeros demonios. / Recuerda nuestra estancia eterna en los rincones de la casa / cuando aún llovían tardes grises en la arena / y la lluvia mohosa venía con Abril / y todavía no tenía miedo.

Conoce de memoria el río que corre y que es como nosotros, / o como todo lo que tarde o temprano / tiene que hundirse en la tierra… yo alguna vez lo he visto —exclama— / hace parte de las cosas / que cuando se están yendo / parece que se quedan. Convencida de que el paisaje es todo lo que ves, / pero no sabe que existes. / así como estas cosas que nada contarán de ti, / de tus heridas… // y que la infancia es territorio / en que el espanto anhela / no sé qué oscuro rincón para quedarse.

En todas las cuatro de la tarde se acuerda, con su hermana, de su puerto calcinado, del suelo encendido, rascando el lomo de la tierra como para desterrar el verde prado… para hacer de nuestro pan el hambre de todos nuestros días. Nuestro puerto / que era más bien una hoguera encallada / o un yermo / o un relámpago. Presagia que la muerte es un juego que perdemos. / Es preciso, en tanto / no agotarse / arrancarse el pecho del pecho, / escondérsele para siempre a la sombra, / no dejar aroma en los cuartos, / no abarrotar el olvido. / De todas formas / uno se va a la muerte con hambre.

So che nella notte  non si entra, di lei parlo , così come la riflette la enigmatica grotta  dei miei  occhi così stranemente teneri , in cui il sole sembra annegare. So che Dio è ovunque, anche nel piatto di cipolle che fanno piangere; questa fame (sic) esiste proprio, è il desiderio dell’anima che è il corpo.Temo che l’inferno sia tanto vasto quanto il silenzio di Dio, / che il suo tempo sia abitato dal freddo dei templi. / Temo che il silenzio sia il silenzio della morte, / che  conserva ancora la memoria al posto del tempo. / Temo di non dormire mai in quel sonno eterno / e che lì si  segua la disperazione degli orologi.

So di quando non avevo paura: Madre / raccogli per me il suono della pioggia sul tetto di nonno / parlami della notte in cui ho scoperto la sete dalle scogliere/ e come apprendesti dal fuoco la luce / per permettere la riunione con i nostri primi demoni. / Ricorda il nostro soggiornare eterno negli angoli della casa / quando  piovevano ancora grigi pomeriggi di sabbia /  e come muffa veniva con Aprile la pioggia / e ancora non avevo paura.

Conosco a memoria il fiume che corre ed è come noi, / o come tutto ciò presto o tardi / deve affondare nella terra qualche volta ho visto-  esclama- / fa parte delle cose / quando si sta andando  / sembra di stare. Si è persuasi che il paesaggio è tutto quello che si vede, / ma non si sa di esistere. / Così come queste cose che di te  non racconteranno nulla, / delle tue ferite // e che l’infanzia è un territorio /in cui vive il terrore / non sa che l’angolo oscuro rimane.

Tutti i pomeriggi alle quattro ha  scelto, con la sorella, il suo porto calcinato, il suolo acceso, a terra, raschiando la schiena della terra per spellarla del verde prato per rendere il nostro pane fame di tutti i nostri giorni. Il nostro porto / che era piuttosto un falò nella spiaggia/ o un eremo / o un lampo. Faceva presagire che la morte è un gioco che perdiamo. / E ‘  necessario, intanto / non stancarsi / strapparsi il petto dal petto / nascondersi sempre all’ ombra, / non lasciare aromi nelle stanze, / non stipare l’oblio . / In ogni modo / si va alla morte affamati.

(traduzione fernanda ferraresso)

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Andrea Cote Botero, PUERTO CALCINADOUniversidad Externado De Colombia,2003

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Andrea Cote- PORTO IN CENERE-  LietoColle Editore2010
traduzione in italiano a cura di Giulia De Sarlo

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Andrea Cote Botero (Barrancabermeja, Colombia, 1981), si è laureata in Letteratura presso la Universidad de los Andes. La sua prima raccolta poetica, Puerto Calcinado (2003), qui riproposta in una nuova edizione e con traduzione a fronte, è risultata vincitrice del Premio Nacional de Poesía Universidad Externado de Colombia (2002) e del Premio Internazionale di Poesia UNESCO: Puentes de Struga (2005). Tra le sue pubblicazioni figurano inoltre la raccolta poetica A las cosas que odié (2008), cui è stata tributata una Menzione del Premio Internacional de Poesía Rubén Dario, oltre alla pubblicazione di alcune poesie all’interno dell’antologia di nuovi scrittori colombiani: Transmutaciones (Extremadura, 2010), poi c’è il libro oggetto Chinatown a toda hora, e Cosas fragiles. Vi sono poi saggi: Una fotógrafa al desnudo: Biografía de Tina Modotti (2005) e Blanca Varela o la escritura de la soledad (2004). Ha inoltre ricevuto il Premio Città di Castrovillari (2010) per Porto in Cenere ossia la versione italiana di Puerto Calcinado. Sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, catalano, tedesco, arabo, italiano, portoghese, macedone, polacco e greco. È stata membro esecutivo del comitato organizzatore del Festival Internazionale di poesia di Medellín (Colombia) e del comitato editoriale della rivista di poesia Prometeo. Ha inoltre terminato la propria tesi di dottorato in Letteratura Latino-americana presso la University of Pennsylvania. E attualmente è docente di Master di Scrittura Creativa all’Università di El Paso, città dove ora risiede.

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ALTRI RIFERIMENTI IN RETE:

http://portal.uexternado.edu.co/pdf/1_decanaturaCultural/2%20puertoCalcinado-AndreaCote.pdf

http://www.lietocolle.com/2013/12/recensione-di-alessandra-peluso-su-porto-in-cenere-2/

http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=991

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