Vi racconto un libro- Milena Nicolini su …L’oscuro di milena Nicolini. Un auto da fè

fatima ronquillo -bound hand with letter

Fatima Ronquillo -Bound Hand with Letter.

Non è per promuovermi, credetemi. E’ invece qualcosa che potrebbe ricordare l’auto-da-fé dell’inquisizione spagnola – scusate se non scrivo con la maiuscola, ma tutto quell’orrore, quella violenza, soprattutto contro donne, così mi ‘dittano’. Allora vi racconterò del romanzo che ho scritto e riscritto per 25 anni e passa, che a lungo ho sentito fosse solo cosa mia – e forse era davvero un’ottima intuizione da seguire ciecamente, se, una volta reso pubblico in edizione, ha incontrato due… no, tre, o, forse a voler proprio proprio aver fede cieca in un giuramento sancito col sangue, quattro lettori completi (si intende, cioè, che hanno letto fino all’ultima riga); di cui la maggioranza ‘gniccanti’ (quel cigolio, sapete: ‘gnic gnic’, che fa sentire tutta la fatica di un movimento, di una malferma postura). Non si pensi che il libro fosse troppo difficile da trovare, o troppo costoso da comprare, perché la entusiasta autrice l’ha spedito e regalato a destra e a manca; né si dubiti che i destinatari fossero persone non abbastanza pregiate, tutt’altro: intelligenti, oneste, colte, amiche e non-conosciute. Da fidarsi, insomma. Quindi? Mi secca la gola dirlo, perché tengo L’Oscuro nel cuore del mio cuore, ma evidentemente è un libro… Vedete, non ce la faccio a dire: ‘brutto’, e ripiego su: ‘sbagliato’, ‘respingente’-‘antipatico’, ‘noioso’, ‘inutilmente complicato’, ‘muffo’… Allora perché qui? Perché chiedo questo palcoscenico ancora? No, non ci penso nemmeno che potrebbe ribaltarsi il giudizio, sinceramente. Ma se è vero che, comunque, ‘ogni scaraffone è bello a mamma soia’, per prima cosa gli vorrei dare un degno funerale, raccontando-commemorando quello che avrebbe voluto essere, perché, se non altro, un sunto orchestrato furbescamente può interessare qualcheduno. Poi ho il mio piccolo garage soffocato da tutte quelle inutili copie: darle alla raccolta differenziata mi strizza il cuore, così ho pensato che le manderò in ‘comodato’ convenientissimo a chi lo desiderasse, tramite Cartesensibili. E farò spazio per la pala da neve, per i vasi/sottovasi della primavera, per i cestelli del vino… Non credo che troverò il quinto lettore, ma farò viaggiare per il mondo questo disgraziato, proprio quasi come fosse un best-seller. Non voglio imbrogliare: sotto sotto si spera sempre che lo scaraffone trovi una scaraffona e ‘vissero felici e contenti’.
‘Taca banda!’ (traduzione, da immaginare con quelle voci neutre ed incespicanti dei traduttori in simultanea: ‘… ehm… comincia… attacca… su, avanti… complesso musicale… ehm… banda’ – senza punto esclamativo perché non esiste punteggiatura e tantomeno emozionalità nelle traduzioni simultanee).
P.S. Che sto cincischiando perché sono un po’ preoccupata, potrebbe essere il dubbio di chi –bravo, brava, bravi!!!! – sta leggendo. Vero.
Dunque.
Fate conto l’universo. Sì, perché stiamo trattando di un romanzo di fantascienza. Ma non quella bella, vera, piena di sorprese, attendibilmente scientista o utopica, alla K. Dick, alla Le Guin, Asimov, Clarke, Herbert (così sapete i ‘miei’ autori preferiti di sf); si tratta solo di un’ambientazione di comodo per spostare in un deciso ‘altrove’ temi, domande, sogni e – diciamolo pure – vissuti, che ‘qui’ non potevano stare perché per me hanno esaurito le possibilità di svolgimento o risposta o indagine. C’è anche da mettere in conto la mia analfabetica preparazione scientifica: le poche cose che ho ‘dovuto’ tirare in ballo, le ho copiate da quel ‘dizionario di idee-invenzioni’ a cui l’insieme del genere sf ha dato vita, come l’iperspazio, per intenderci.
Allora, l’universo, ok. Con la minuscola è quello che ci diciamo ogni giorno noi, magari facendo la spesa (“ma queste fragole sono le più care dell’universo!”); con la maiuscola è la Organizzazione dei Pianeti Uniti, cioè quelli conosciuti e abitati da esseri umani. Niente alieni… altolà!, suspence!, almeno sembra. Voi tenete a mente: gli alieni sono tra noi! E da sempre! Non che sia proprio importante per la trama, ma, chissà, può impedire qualche tentazione di definitiva chiusura del libro. C’è Moth, il pianeta dove vivono, lavorano, pensano, sperimentano, utopizzano etc. gli scienziati. Dovevo pur dare luogo alla mia parte d’anima razionale, illuminista – che poi, proprio razionali razionali, questi di Moth, per quel poco che ne racconto dietro le quinte, be’, insomma: drammoni sentimental-amorosi, bisticci familiari da family-comedy holliwoodiana, trame occulte, ipereccitabilità bisbetica, etc. etc. Forse la loro qualità più indisponente è quella di mettersi a discutere dei massimi sistemi (bene, male, libero arbitrio, valori, fini dell’umanità, dio e chissà cos’altro) nei momenti più drammatici e meno probabili, non arrivando mai a superare aporie che sono evidentemente insuperabili. Per quel che ne so-dico io, si occupano di cervello (con macchinari incredibili) e di indagini biosintoniche:

“Biosintonia: una nuova tecnica di ricerca, che è stata attivata per non disperdere la complessità della analisi sensoria di un ente vegetale o animale oggetto di studio, essendo, altrimenti, da una parte, impossibile tradurre in parole tutti i dati che le osservazioni sensoriali possono raccogliere, e dall’altra impossibile poterli memorizzare a lungo senza deformazioni.” Respirò profondamente, deglutì, come un bambino alle prese col suo primo testo memorizzato, da esporre nel più breve tempo possibile per la paura che si volatizzasse. Quasi scoppiò a ridere, Avril. Ma lui, come un olotesto: “Nel bioricercatore è attivata la funzione di memoria a medio termine che è stata sensibilizzata a questa particolare ricezione sensoriale: la rete neuronale delle varie aree attivate dagli stimoli di un contatto sperimentale con l’ente vegetale o animale in esame, dopo essersi organizzata, sarà indotta a stabilizzarsi e consolidarsi nella zona della corteccia cerebrale opportunamente individuata ed abilitata per essere poi sottoposta ad uno speciale ricevitore, il transmnestic, che registrerà le tracce mnestiche, commutandole in schemi logici, passibili di confronto e studio critico.”
Aveva recitato la definizione dell’Enciclopedia Universale con apparente neutralità, ma Avril sentiva chiaramente la irrisione nella pronuncia anonima delle parole.
“O riversando le tracce mnestiche nella memoria di un altro bioricercatore.”
Ma questo non c’era nella definizione della Enciclopedia Universale! Era una pratica recente, ancora sperimentale, che Moth preferiva per adesso non divulgare.
“Chi ti ha messo così addentro alle nostre ricerche?” attenta a cogliere ogni più piccolo indizio che lui avesse voluto occultarle.
Lui, invece, rise ancora, divertito. “So. So. So come avviene che dal vegetale o dall’animale in osservazione vi lasciate penetrare per giorni e giorni, e vi condizionate a concentrarvi solo sul suo modo di esistere. Molte cose so. So ad esempio che i bioricercatori in genere riescono ad attivare sinestesie di uno o due, qualche volta tre sensi specializzati a ricevere le informazioni dal vegetale in esame. Ma tu ti fai assorbire dentro le sue fibre, fino a uscire da te stessa, quasi, fino almeno a percepirne la sua vitalità aliena.”

Su Moth è bandita l’arte ‘psi’ in ogni sua forma (le finzioni teatrali, le performe figurative, e… di altro non si dice), perché fa uso di tecniche che manipolano il cervello come un allucinogeno (come se tutta l’altra arte, l’ARTE, non funzionasse al naturale proprio così!, lo sanno bene i miliziani dell’Isis: basti pensare a Palmira – quella nostra, di noi del mondo di qua – : 400 umani ammazzati ci lasciano indifferenti, ma qualche colonna dorica distrutta ci traumatizza!).
Avril è una bioricercatrice. Tra i più bravi. Ha avuto una relazione molto hard finita in modo travagliato con Rallen, come lei dell’équipe di Cadis, maestro-guru tanto amato e rispettato quanto in oscure ‘faccende affaccendato’. Ha un fratello gemello, Avrio, un po’ schizzato, ma talentuosissimo, in ribellione aperta con le regole di Moth e con lui ha sviluppato una speciale intesa empatica. Avril è piuttosto problematica, costantemente attenta non solo alle reazioni più o meno inconsapevoli degli altri per saggiarne l’affidabilità, ma anche alle proprie, tesa com’è sempre a controllarsi e misurarsi e organizzarsi in ogni rapporto: Moth, infatti, educa sostanzialmente ad una continua diffidenza, anche verso se stessi.

“Non metterti in guardia contro di me. Non avrai paura che ti rubi l’anima, se posseggo il tuo nome, vero, Avril?”
Tu non possiedi il mio.D’improvviso le veniva il mare di Moth, stupidamente – assurdo in questo momento – e il mare insistente, davanti alla Casa il mare, quando era più esile la luce e – a guardarlo dalla terrazza e in questa luce soltanto, il mare verde. E stupidamente farsi prendere così, stupidamente. Un lampo le attraversò la mente: è proprio nel mio nome la suggestione, è nella voce di lui la rete.

“So anche che sei di Moth, e che non riuscirò a trattenerti di più, se non vuoi; ma ti prego, non andare via.”
Gli guardò che si apriva sul petto, nell’ampio scollo della tuta nera, un dorato di sole e ne assorbì forte il profumo di melisco: le uniche distinzioni, e qualsiasi – no, non qualsiasi, si accorse allora, se forse proprio questi segni che mi sono familiari gli hanno permesso di insinuarsi oltre le mie difese.

“Tu invece non hai i segni di nessun luogo.” Era una domanda precisa, e così lo accettava, rimaneva: perché non riesco a staccarmene? si chiese ancora perplessa, confusa: ormai era sicura che lui la stava piegando alle proprie intenzioni, con la suggestione sottile dei suoi modi ipnotici.

E’ stata allevata per importanti incarichi, come l’indagine sulle ‘lingue’, vegetali a grandi foglie-nastro che sviluppano volute e nodi moebiusiani sul pianeta-miniera Caliban. Dove incontra l’attore di finzioni Rho, ambiguo e fascinoso, una star dell’Universo (attenti!, non ripeto qui cosa vuol dire la maiuscola). Che vuole… andatelo a leggere, cap. 1.
Tornata a casa sua, Avril scopre… be’, un bel po’ di cosette che non le avevano detto, a cui però avevano indirizzato tutta la sua formazione e vita. E non certo in una prospettiva serena e normale. Non credo di dirlo mai nel libro… , no, anche perché quasi sempre la focalizzazione è in lei e lei non è interessata a certe cose, ma Avril, come tutte le protagoniste che si rispettino, è, se non bella bella, almeno passabile, nella norma insomma. Così avrebbe avuto le sue ‘normali’ fantasie di vita, i suoi ‘normali’ sogni-desideri etc. etc.
E invece. Le tocca partire con l’Oscuro per un impegno che sa di matto. Tanto per cominciare ‘Oscuro’ equivale, per noi del mondo di qua, a qualcosa tra ‘stregone’ e ‘diavolo’, ma in peggio:

“Non lo abbiamo deciso noi.”
“Chi?”
“Qualcuno che Cadis ha associato al progetto.”
“Chi?”
“Qualcuno con capacità di connessione sintonica eccezionali, ma messe in atto del tutto diversamente dalle nostre procedure. Ti affiancherà nel contatto.”
“Chi?”
“Un Oscuro.”
Scoppiò in un riso brevissimo e stridulo, Avril, liberandosi dalle sue mani. “Esistono davvero?”
“Qualcuno sì.”
“E Cadis lo ha trovato.”
“Sì.”
“E quello… quell’Oscuro, è con me che andrà al primo contatto con le Ragnatele!”
“Sì.”
“Si parla di loro come nelle antiche saghe di stregoneria, Rallen.”
“Ma noi non crediamo alla stregoneria. Sono reali, invece, i pochi Oscuri di questo Universo, sono proprio reali.”
“Se ne parla comunque con orrore.”
“Quasi sempre con ragione. Ma questo, Avril, è diverso.”
“Moth esiste contro il lato oscuro dell’uomo.”
“Il lato oscuro dell’uomo, cos’è, Avril?”
“Lo chiamiamo male.” E scattò in piedi. “No.”
Piangeva quando alzò gli occhi ad Avrio. Non si fermò.
“No.” continuava a dire “No.” correndo via.

Be’, sì, qui sembra di scivolare nella fiction-fantasy alla ‘signoredeglianelli’, ma vi assicuro che sembra solo: tutto diverso ‘sto Oscuro qua, e niente di magico nelle Ragnatele. Le Ragnatele, già. Sono l’obiettivo che Avril e l’Oscuro devono perseguire insieme. Non è facile dire senza dire troppo. Non è il vero nodo della trama, ma è bene non saperne fino a quando non ci si arriva. Intanto:

In quell’anno avevano accolto l’esploratore che ancora adesso vegetava in una sala della Sezione Medica.
“E’ stato lui a portarci l’esploratore?”
“Sì. Eravamo gli unici che potevano tentare qualcosa. Lo aveva già sottoposto alle cure del Centro Medico di Astera, dove gli avevano diagnosticato un tipo di coma sconosciuto ma irreversibile. Lui non ne era convinto. Non restò qui a lungo, ma tornò più volte, Avril. Sembrava volere la ripresa di quell’uomo più di ogni altra cosa al mondo. Non ho mai capito perché, né lui lo ha detto.” Si perse a lungo come inseguisse una nuova prospettiva. E guardò Avril, adesso con forte preoccupazione. Poi scosse la testa. “Quando io gli dissi che non si trattava di un coma, ma di qualcosa di più straordinario e terribile forse, sì, glielo dissi, sì: quei suoi tracciati mentali non mostravano tanto la inattività quasi totale della mente, quanto invece una forma a noi del tutto sconosciuta di diversa attività, che si instaurava su una cancellazione della esperienza, della conoscenza, della memoria di una precedente vita intera. Di una vita umana.” si fermò, per l’ennesima volta sconcertato dal significato di quanto diceva. E Avril non potè non condividere quello sconcerto. Di umano, in quell’uomo, era rimasta solo la memoria filetica innata, la memoria della specie, che si manifestava con l’impulso a succhiare cibo o un suo illusorio sostituto, con le scariche compulsive della energia compressa negli arti, col pianto e coi gorgoglii per comunicare dolori o bisogni o piaceri. Nessuna esperienza si fermava più nella sua corteccia, come bloccata, senza plasticità per i nuovi impulsi, paralizzata quasi in una rete di connessioni ripetute, pressoché statiche e non umane. O almeno sconosciute, mai riscontrate prima. “Per quanto assurdo, gli dissi che quello era solo un organismo privato della propria identità individualizzante. Non ne sembrò né stupito né sconcertato. Mi chiese soltanto se non c’era nessuna possibilità per quell’uomo. Non lo sapevo. Non avevamo la minima idea di ciò che poteva avere innescato quella cancellazione. Allora lui mi parlò delle Ragnatele. No, non fu lui a nominarle così. Lui ci ha rivelato la esistenza di una forza. Una forza che non conosciamo. Di chi, cosa, come, dice di non sapere nemmeno lui. Ma sa della esistenza di questa forza.”

L’incontro con l’Oscuro è a lungo un continuo scontro. Lui, tanto per cominciare, la porta su un pianetuncolo umidissimo, Roraima, tutto acque e foreste di alicanti, possenti alberi (mi sono ispirata ai grandi ficus di tanti templi indù e buddisti, con quei rami lunghi anche decine e decine di metri, che per reggersi senza spezzarsi hanno bisogno di sostegni da terra, ma naturalmente i rami degli alicanti sono più robusti, e le foglie, poi, sono simili a dilatate foglie di craxula) dove l’Oscuro ha costruito la sua casa. Che è il capolavoro del romanzo, uno dei miei sogni più segreti.
Lì, tra gli alberi, c’è una perenne penombra tra l’azzurro e il viola, i colori della copertina. Con loro solo un attore, amico intimissimo dell’Oscuro. Un tipo tra l’alcolista, il fumato e l’artista maledetto. Che serve soprattutto a lasciarsi scappare qualche mezza informazione sull’amico, tale che, spesso, ad Avril si ribalti del tutto l’idea che si era fatta della situazione. Per niente chiara, perché l’Oscuro si intestardisce ad obbligarla in un assurdo addestramento psico-fisico, che assomiglia, per intenderci, ad una qualche forma di super-meditazione tibetana, e che a lei sembra un inutile procrastinare, senza mai definire niente dei programmi di ricerca delle Ragnatele. E, se qualcosa dice, è quasi sempre ambiguo e smentito da lì a poco. Moth è lontanissima, l’Oscuro oscuro, nervosissimo, polisemico. Litigano, discutono, litigano. Poi si aprono apparenti piccoli approdi e squarci che, mentre rivelano e magari ribaltano qualche precedente presupposto (anche i vostri, credo), buttano di fronte a nuove domande e risposte e scelte. Be’ non ho detto di alcuni eventi che rompono la monotonia: ad esempio le finzioni, raccontate o in atto:

L’Oscuro si inchinava intanto, girando lentamente tutt’intorno al cerchio di luce, ben alto il viso, il corpo teso, sicuro della sua potenza, e già qualcuno a mezza voce: “Ma quello è… sì, sì, è lui!” riconoscendolo, e i primi battimani incerti, le ombre smosse dai tavoli verso la piattaforma, finchè si diffuse per la sala un unico uniforme tramestio, e crebbe, crebbe fino ad un boato possente. L’Oscuro sorrise, freddo, altero, in una rigidità statuaria, ma teso nelle membra, come assorbisse energia su se stesso. Poi, uscendo netto dalla immobilità, velocissimo cominciò a svolgersi per la luce in larghe curve concentriche, assommando riducendo in ogni volta qualcosa della dimensione del corpo, e via via stringendosi ad un unico centro rotante, fino a diventare solo vortice, soffio oscuro, invisibile. Come in una morsa, si recisero a metà i fiati, le voci, si fecero immobili, catturati gli occhi; anche Avril ne fu affascinata.
“Non guardarlo, non fartene prendere.” la avvertì Orace, sospingendola appena, di spazi piccolissimi.
Fermo d’improvviso e imprevedibile l’Oscuro, perfettamente immobile in una figura di impossibili equilibri che ne annullava quasi la forma di uomo, sembrò aspettare e assaporare il mormorio sorpreso, con grandi occhi sbarrati sulla gente, terribile.
Poi cominciò sottile, basso, un sibilo che appena gli socchiudeva le labbra, e per il corpo un tremore, ma come dall’interno, come se qualcosa dentro gli si muovesse a spire e lentamente prendesse forma nelle membra, coinvolgendole alle volute di una spirale. Assurdo, incredibile, contro le forme umane, i sensi comuni. E crescendo il sibilo nella sala e per le menti, sferzante, insieme spasimava la emozione, aggrediva lacerava come una smania. Avril ne ebbe l’affanno sulla bocca, l’ansia le correva per la pelle e la voglia di piegarsi nelle spire del serpente e: “Non guardare, non guardare!”

O l’infanzia dell’Oscuro, di cui vi do solo la traccia di un archetipo: dentro il film ‘La foresta di smeraldo’ (non dico il regista per rendere più difficile l’approdo).
Quel che si può sapere, alla fine si saprà.
Io abito dentro un po’ tutti i personaggi, ma ho affidato all’Oscuro il nodo inquieto della mia vita. Quello di un bisogno:

“Non occorre che uno si veda, per sapersi esistere.”
“E invece sì.” La riprese tra le mani, con forza, volutamente per farle male. “E invece io vorrei vedermi. Dall’altra parte, totalmente dall’altra parte. Per cancellarla, sì, anche per cancellarla, questa illusione continua di essere spazio senza confini. Perchè è questo che vedo, questo che l’occhio a imbuto mi costringe ad essere, e che non sono. Sono sempre dappertutto, dappertutto, Avril: dove sono stato ieri e dove posso inventare, immaginare, progettare che sarò o non sarò mai, e all’infinito; e sono tutto il tempo che ho vissuto, che vivrò, che conosco, che costruisco fantasticando, anche l’eternità, sono tutto il tempo possibile, sempre.” A poco a poco lasciò che le sue mani smettessero ogni pressione su lei. “Non lo sono infinito, invece, non dipende da me il mondo. No. Se di me manca, se non ho, il tuo sentirmi, tu me, qui ed ora. Ma tu di là, io sono cieco a te. E a me. Opacità, nonsenso. Di te la ragione mi dà la verità del tuo finito, della tua fragilità. Che so essere anche la mia, senza sapere, però, se è davvero come la mia. Così non posso avere, perdo per sempre ciò che soltanto, in fondo, io sono: un consistere ritagliato al tuo orizzonte. Se tocco te, ti limito, ti circoscrivo qui e ora, di te posso sapere, sentire solo il luogo di qui e l’istante di adesso. Mi dico: ecco, qui e adesso, ecco, se tu ci sei, io ci sono. Sì, nella caducità di questo continuo trascorrerti, nel mistero di questo confine che ti separa.” Le sfiorò il braccio, dalla spalla al polso, davvero come potesse smarrirla da un momento all’altro. “Eppure questo incontrarti e perderti, questo tuo continuo sfuggirmi e questo incessante ricrearti per fede, mi emoziona profondamente, mi fa esistere nel bisogno di te. E ti desidero. Sempre. Quando non ci sei è una disperazione. Ti voglio per un senso tuo di esistere che non ho in me. Ma anche per un senso mio di esistere che non ho, da solo, senza te. Non posso averlo da me. Ho bisogno almeno di vederti per non essere morto. ”
“Le cose che dici, le cose che hai detto…” Avril era commossa nelle fibre più intime dei suoi sentimenti e riconosceva quel turbamento, quella agitazione eccitata. Gli si nascose come meglio poteva, spaventata che lui sapesse, perché lui intanto era quasi assente proprio a lei. Lui le offriva nella mente, ad ogni ‘tu’ delle sue parole, una indeterminazione che passava casualmente per tanti visi, tanti nomi, e uno, ce n’era uno che tornava insistente: Antos.

E quello di un vissuto nero che qui, nel romanzo, ho ribaltato.
L’Oscuro mi è dentro, profondamente, ma lo rileggo sempre come una sorpresa. Come non fosse mio. Eccitata. Forse perché non sono mai proprio sicura che il ribaltamento ci sarà. Ogni volta è ricominciare da capo con la ricerca delle Ragnatele.

Milena Nicolini

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Nicolini_M_copertina

Milena Nicolini, L’Oscuro– Rossopietra-Castelfranco Emilia, 2013

NOTA  PER L’ACQUISTO DEL LIBRO: per chi volesse usufruire del ‘comodato convenientissimo’ con cui avere il libro scrivere a beatrice.trenti@alice.it

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6 pensieri su “Vi racconto un libro- Milena Nicolini su …L’oscuro di milena Nicolini. Un auto da fè

  1. E’ esemplare l’affaccio pubblico di Milena Nicolini, la sua apertura autoironica, e significativamente riflessiva sul proprio lavoro artistico e interiore. Fa lezione. Grazie amf

  2. Sono uno dei 4o 5 lettori del romanzo di Milena. Per me ogni romanzo che leggo è un viaggio, se il viaggio non mi piace non sono in obbligo a continuarlo; mi fermo. Il romanzo di Milena pur essendo stato uno dei viaggi più difficili e tormentati che ho intrapreso, l’ho portato a termine. Ammetto che a volte mi trovavo perso in considerazioni eccessivamente cerebrali sullo spirito ” umano”(?) o senziente, visto che si parla anche di alieni di altri mondi. E a proposito di altri mondi i momenti più belli del viaggio sono stati nell’elogio che fa risaltare l’artista, verso una sorta di botanica cosmica: gli alicanti, l’erba quasi come lingue parlanti, le bave di ragnatele, gli scuri stagni, tante radici materiali e spirituali, la sabbia e le orme che intravedi prima che esse scompaiano. Sempre in questo viaggio tra le parole di Milena, emerge anche una fantascienza domestica che descrive un quotidiano antropomorfo come all’inizio del 4 capitolo, o come una rissa molto umana. Ammetto che ho rischiato di perdermi tra questo labirinto esitenziale, comunque da intraprendere senza distrazioni o altre mete se non quello di andare sino in fondo all’Oscuro.
    lamberto.

  3. questa tua decisione che riguarda davvero un pezzo di te, mi colpisce particolarmente. Ne scrivi leggermente, ridi di te, ma immagino la delusione forte.
    Mi sento un’aliena in questo mondo. Forse anche per questo fatico a leggere una storia vera vestita da fantascienza; riesco soltanto a fare paragoni, ad apprezzare lo stile, la tua bravura nello scrivere. Cerco di ricordare, non ci riesco. Ma il tuo romanzo me l’hai regalato, ne ho letto una grande parte, non tutto. Non mi è restato dentro, come invece succede con le tue poesie. Forse un po’ mi ha angosciato a partire dal titolo. Ammiro il tuo coraggio nel raccontare la storia del tuo libro forse più caro,l’Oscuro.

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