LUOGHI ABITATI- Anna Maria Farabbi : Casa di cura per anziani. Intervista a Lamberto Dolce

charlie o’sullivan

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Mi sta molto a cuore entrare in luoghi esistenziali e di lavoro che soffrono particolarmente per una cultura che privilegia solo produttività consumistica, senza intrecciare fili etici e approfondimenti relazionali. La casa di cura per anziani è uno di queste cellule, dentro cui spesso, si gestisce l’ospite come un corpo che si sta vertiginosamente spegnendo e perdendo, verso cui spesso ci si dispone con fretta e essenzialità.
Occorre recuperare una cultura della pazienza, dell’intensità, dell’accoglienza, nella certezza che ciascuno di noi ha necessità di cura e, in qualunque momento della giornata, si sta perdendo, anche nel senso della sua umanità impermanente. Credo che questo dovrebbe essere un impegno individuale, collettivo, aziendale e istituzionale.
Ho incontrato il poeta Marco Molinari nella mia precedente camminata nelle case di cura. Ora, propongo un altro serissimo, onesto, artista della scrittura, Lamberto Dolce, he ci ospita nella sua officina interiore e professionale di operatore socio sanitario.
Le sue risposte, sono un’occasione di preziosità sapiente. Aprono a un modo di vivere e di disporsi alla comunità con qualità colta, antica, affidabile.
Testimonianze come queste fanno politica sul campo.
Rendono poesia sul campo.
Dovrebbero essere meditate e utilizzate in seminari di approfondimento presso le aziende socio sanitarie, pubbliche o private che siano.
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In che cosa consiste il tuo lavoro e da quanti anni lo pratichi?
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Sono un oss, operatore socio sanitario, praticamente il mio lavoro riguarda il campo dell’assistenza ad anziani e disabili principalmente. Ho iniziato come turnista nel 1982 per passare di ruolo nel 1984 e tuttora lavoro.
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Come lo vivi? Lo senti come un peso quotidiano o credi che possa corrispondere alle tue attitudini?
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Sin dall’inizio sentivo che questo era il mio lavoro. Uscivo da ambienti come la fabbrica e l’edilizia che ogni giorno sentivo come un peso. Per le mie caratteristiche ho sempre creduto di fare un lavoro adeguato. L’unico peso che sento riguarda l’attacco allo stato sociale da 15 anni a questa parte, in modo massiccio negli ultimi 7-8anni.
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Credi che occorra una preparazione specifica alimentata da corsi di aggiornamento? E di che natura secondo te dovrebbero essere questi corsi?
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Io credo nella formazione del personale, permanente. Già il gruppo di discussione degli operatori, una volta la settimana, può diventare in certi momenti formazione, ma penso che lavorando con persone e tra persone sia obbligatorio avere momenti di approfondimento e di analisi. Riguardo la natura dei corsi: la relazione operatore – ospite e tra operatori è lo scheletro su cui poggia tutto il fare e sentire del mio mestiere. Quindi aggiornamenti che tengano in considerazione oltre l’assistenza di base dell’ospite, i rapporti che si possono costruire, sempre in un ambito di professionalità e umanità.
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charlie o’sullivan

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Credi che il luogo dove lavori, o quelli simili, dovrebbero essere aperti al pubblico, per proporre eventi con artisti disposti a un colloquio artistico con gli ospiti e i loro familiari?
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E’ uno di quei canali relazionali che io considero tra i più validi e, se possibile, bisognerebbe creare condizioni dove l’ospite non è solo soggetto passivo dell’evento ma lui stesso può esserne protagonista.
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L’anziano spesso è presentato come il ritratto doloroso del limite, della decadenza biologica e espressiva. Vorrei provare a rovesciare questo canone culturale occidentale consumistico, dentro cui agiscono solo parametri di efficienza e certa bellezza, individuando nuclei sorgivi di energia che l’anziano può trasmettere. Non solo come deposito di memoria, archivio di una successione lineare di eventi agiti o subiti, ma individuo in permanente elaborazione spirituale e intellettuale capace di prospettive, visioni, esperienze, all’interno di una dinamica spazio/temporale colta, lenta.
L’anziano quindi, in questa interpretazione, torna a essere un punto luce sapienziale della comunità. Che ne dici?
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D’accordo con le considerazioni della tua domanda. L’anziano può anche insegnarci a riappropriarci della lentezza temporale, del non bisogno di velocità. Questi sono tempi di vita bruciata perché bisogna correre comunque. L’altro grande problema è la memoria che la società ha del suo passato. Si tende sempre più a fare storia dai più casuali brandelli trovati in internet o con le chiacchiere di un talk-show, mentre invece tutte le esperienze individuali che hanno fatto la massa della cosiddetta storia sociale hanno forse più importanza di un programma televisivo costruito dai soliti noti servi di regime e sono più ricche di fredde elencazioni di dati e date. L’anziano dovrebbe essere un faro, dovrebbe, ma vedo che è dura anche a causa della politica culturale dominante in questa fase. Sicuramente potrebbe essere un nuovo soggetto ‘rivoluzionario’, utile a mettere in contraddizione la natura disumana del presente.
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Ci puoi raccontare degli episodi che ti hanno profondamente toccato?
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Episodi ne avrei a milioni, più che altro sono sempre stupito di come ogni persona nuova che conosco sia sempre diversa. Ogni essere vivente per me diventa domanda esistenziale anche negli aspetti più domestici: come fa a vivere così tanto con il tipo di dieta che ha avuto? Dopo tutti gli stress passati è arrivata a 100 anni. Ha lavorato tanto, ma guarda che fisico ha ancora. Senti come ricorda bene.
Questi sono i momenti ‘umani’ del mio lavoro che aprono a incontri quotidiani che toccano le corde dell’esistenza. Si parte in maniera quasi primitiva dal bisogno per poi atterrare su contatti intimi, come conoscere donne che hanno resistito non solo alle angherie sociali ma anche a quelle culturali. Oppure maschi diventati molto più mansueti, meno sanguigni rispetto alla vita che dicono di avere fatto. Inteneriti con le proprie mogli. Ho visto molte volte la senilità come un balcone da cui l’anziano riguarda il panorama della propria vita passata ma da seduto, senza più corsa frenetica. Da quel balcone si vede poco futuro ma prevale un mondo denso d’esistenza. Questo forse è l’elemento principale.
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Secondo te, sarebbe più utile che gli ospiti anziani fossero accuditi nelle loro case, o bisognerebbe migliorare queste case comunitarie?
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Per me esiste caso e caso. A seconda dei bisogni individuali la società dovrebbe essere attrezzata a rispondere. Certo l’utopia mi fa immaginare una società dove si può vivere in comunità rispettando le individualità personali. Un esempio banale: in una ipotetica comunità autogestita l’anziano potrebbe avere la cucina in comune ma anche un suo spazio se volesse mangiare solo, come sarebbe diritto avere una propria camera con bagno. Imporre la socializzazione di tutti i momenti, anche i più personali, rischia di fare l’effetto contrario, mentre condividere, rispettando concretamente le individualità, sarebbe l’ottimo.
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Quali sono i grandi insegnamenti che hai ricevuto nel fare questo lavoro e quali, invece, le conseguenze negative.
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Il più grande insegnamento è quello che l’uomo è sempre da scoprire. Ogni singolo essere umano è unico, con il bisogno di socializzare. È la scoperta dell’acqua calda, ma viversela quotidianamente è diverso che pensarla solo. Un altro è sentire che nella vita ci sono anche tempi diversi, meno artificiali, più ‘animali’ nel senso primitivo della cosa. Ascoltarsi e accettarsi anche nei momenti di pausa, fare bilanci, rilassarsi al silenzio. Sempre più apprezzo queste dimensioni anomale per l’attuale cultura dominante. Le conseguenze negative emergono quando ti scontri con le esigenze ‘ di mercato’ che ti impongono criteri lavorativi standardizzati e finalizzati al profitto. Sì, io per mia natura vedo solo positività nel rapporto con gli altri, anche con chi è completamente diverso da me. Un altro insegnamento, l’ho quotidianamente quando la realtà mi mette di fronte a difficoltà nell’assistere: ora me le vivo sempre meno come fallimento, ma come situazione che ti obbliga o a fermarti il tempo necessario o a chiederti dove stai andando.
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Se un operatore lavora in un asilo, tra l’allegria colorata e fresca dei bambini riceve una vicinanza animale gioiosa. E’ vero che lavorare in una casa di cura reca l’effetto opposto: cioè la sensazione della malattia, sofferenza, morte?
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Personalmente credo che lavorare in un asilo possa essere più allegro ma solo parzialmente: i bambini portano tutti i vissuti in maniera diretta e se hanno vissuti famigliari particolari, immagino ci sarà da lavorare parecchio. Rispetto invece alla sensazione di degenerazione senile dell’essere umano, io non ho mai avvertito tristezza assoluta o resa totale. La sofferenza credo invece sia il percorso peggiore cui tocca confrontarsi. Ora ci sono terapie contro il dolore ecc. , ma il discorso è un altro. Io pur essendo ateo, credo nella vita anche se esiste in pochi pezzi. Ci sono poi le convivenze con le patologie senili come: sordità, calo della vista, demenza senile, variabilità dell’umore e acciacchi vari e noti a uno divenuto semmai quasi uno scheletro che magari è stato già ben spremuto nel lavoro. Queste possono, a volte comunque, diventare convivenze allegre o stimolanti in cui puoi relazionare. La morte. Ti dirò che paradossalmente penso più alla morte quando sono per i fatti miei, quando scrivo, viaggio o altro ancora. Quando invece sono al lavoro a fianco di persone che veramente domani, ma proprio domani, rischio di non vedere più, non ci penso. Gli anziani ne parlano tanto che alla fine, paradossalmente, la morte è anche una discreta compagnia; sta lì che tiene la vita finché decide a chi tocca. A loro comunque consiglio di vivere il momento e ti dirò: non devo insistere nemmeno tanto. Sono più bravi di me.
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Credi che gli operatori maschi differiscano nel loro approccio verso gli anziani rispetto a quello delle donne, mi riferisco alla nostra femminile, naturale propensione generosa all’accudimento, alla cura?
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Credo sia una risorsa per il servizio disporre di operatori di ambo i sessi. Rispetto alle predisposizioni naturali femminili nel nostro presente avrei un poco da dire. A volte ho incontrato colleghe che più che avere le doti naturali da te descritte avevano assunto anche parte di quel condizionamento culturale forte di una società patriarcale industriale: efficientismo, disciplina, controllo, autoritarismo, prevalenza del rapporto normativo riguardo a quello empatico relazionale, onnipotenza o impotenza. Ho toccato tutte le possibilità: è naturale che una persona abbia più propensione in un atteggiamento che in un altro. Quindi nel presente l’accudimento, il prendersi cura dello spirito e del corpo dell’ospite anche qualitativamente è legato alla scelta oltre che all’influenza culturale perciò certe funzioni può e deve svolgere anche il maschio. Tra parentesi, questo tipo di attenzione critica verso la propria natura di genere e il ruolo che si ha, a volte può creare conflitti tra operatori o tensioni personali difficili da risolvere.
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Il tuo lavoro come e quanto ha influito sulla tua scrittura?
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Visto che ho avuto la fortuna di fare un lavoro di grande valore umanitario, penso abbia influito come qualche altra situazione con cui mi sono incontrato in vita. Anche se lo stimolo per scrivere l’ho avuto in tarda età e nel posto più impensato, lavorare per e sull’umano certamente solletica il mio immaginario stimolando fantasie, riflessioni, poli negativi e positivi, insomma tutto l’universo che contiene il campo infinito della relazione e dello scrivere.

anna maria farabbi

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5 pensieri su “LUOGHI ABITATI- Anna Maria Farabbi : Casa di cura per anziani. Intervista a Lamberto Dolce

  1. Condivido molte delle sensazioni descritte. Ho un rapporto regolare con gli anziani presso una casa famiglia. Mi sembra un luogo più umano, più simile alla casa. In passato mi successe di frequentare un luogo che era nato per giovani e poi fu trasformato per anziani, a Milano. Una casa-albergo. Ogni anziano aveva la sua stanza con i propri mobili di casa, i propri oggetti. Il bagno. Il tavolo dove poteva mangiare ed avere uno o due ospiti. Poi i luoghi comuni Quello, sì, mi parve meno straniante. I vecchi – io sono vecchia – come a tutti, vengono incasellati: “demenza senile” “alzaimer”…ma tutto va e viene, restano momenti di grande lucidità, di presenza a se stessi in cui passato e presente convivono.

  2. Molto importante dire queste cose, anzi gridarle, perchè stiamo perdendo umanità, se mai l’avevamo conquistata… ma sembra di sì, a sentire Lamberto e a conoscerlo, perchè è tutto vero, lo garantisco. E’ però anche vero che nelle molte frequentazioni di ‘ospizi’ et similia, ho incontrato troppo spesso indifferenza o cattiveria abbastanza gratuita. Viene in mente la ‘banalità del male’ di Harendt. E’ pure vero che tempi e sovraccarico di lavoro stressanti cambiano le migliori intenzioni in affannosa approssimazione. Ed è vero che le scelte istituzionali degli ultimi anni, che considerano le strutture per anziani aziende e non spazi di accoglienza, non aiutano gli operatori a dare il meglio di sè, anzi, a lavorare ‘normalmente’. Lamberto resiste. Speriamo..

  3. tutto è ormai azienda perché la vita è cosa che si commercia, e la morte e la malattia come anche naturalmente la salute:un vero affare, un commercio che produce ricavo finanziario, un business.
    La scuola è cosa, i giovani, il futuro è programma di vivi e morti da mettere in statistica e restarci dentro per garantirsi guadagno.Questo è lo schifo del mondo.

  4. pur ussendo la situazione difficile, io e tanti miei colleghi crediamo ancora nel nostro lavoro, perchè l’anziano è una risorsa umana se vogliamo vederla. il momento è duro, ma non è detto che si possa migliorare.

  5. Un ruolo quello dell’oss da te, Lamberto, perfettamente descritto, importantissimo quanto delicato. E’ a voi che affidiamo i nostri affetti più profondi. Parlo da persona coinvolta. Un ruolo dove l’etica e la deontologia, il rispetto per la cura e la dignità di ogni singolo ospite ma anche dei loro parenti, non devono mai essere messe da parte. Un ruolo che deve essere preservato nei suoi principi. Fondamentale la formazione continua affinché, gli operatori si sentano motivati a fare sempre bene, senza diventare “meccanici” e quindi meno attenti. Sono le persone come te che fanno la differenza.

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