Federico Garcia Lorca: Doppio poema del lago Eden- di Daniela Raimondi

holger krusche

Holger Krusche.

E di nuovo ho cercato la sua poesia. Ogni volta riapro i suoi libri e ogni volta riscopro in Federico Garcia Lorca la stessa sorpresa, la stessa euforia che provai quando mi avvicinai per la prima volta ai suoi versi. La raccolta Poeta en Nuova York, da cui ho tratto e tradotto la poesia che segue, fu scritta nel lontanissimo 1929. È sorprendente, direi che ha quasi dell’incredibile, incontrare tale modernità di linguaggio in versi scritti quasi un secolo fà. In Doppio Poema del Lago Eden, il poeta analizza con acutissima lucidità il suo stato di ‘diverso’, di uomo che sente il mondo dall’altra parte della porta della ‘normalità’, “dal lato contrario”. Questo è un testo quasi confessionale, particolarmente sofferto: “Voglio piangere solo perché ne ho voglia / come piangono i bambini nell’ultimo banco / perché io non sono uomo, né poeta, né una foglia / solo un polso ferito che sente le cose dal lato contrario.”

 

La mia voce era antica,
ignorava i densi succhi amari.
La sento mentre mi lecca i piedi
sotto fragili felci bagnate.
Oh voce antica del mio amore!
Oh voce mia sincera,
voce del mio costato aperto,
quando dalla mia bocca nascevano tutte le rose
e il prato non conosceva l’impassibile morso del cavallo!
Sei qui, ti abbeveri al mio sangue,
bevi il mio umore di bambino noioso,
mentre i miei occhi bruciano nel vento
insieme all’alluminio e alle voci degli ubriachi.
Lasciami passare oltre la porta
dove Eva mangia formiche
e Adamo feconda pesci accecati dalla luce.
Lasciatemi passare, piccoli satiri,
verso il bosco dei lenti risvegli
e dalle allegrissime cascate.
Conosco l’uso più segreto
di un vecchio spillo ossidato
e conosco l’orrore di certi occhi aperti
sulla concreta superficie del piatto.
Ma non voglio mondo, né voglio sogno, o voce divina,
voglio la mia libertà, amore umano
nell’angolo più buio di un vento che nessuno vuole.
Il mio amore umano!
Questi cani marini si inseguono
e il vento spia tronchi abbandonati.
Oh voce antica, brucia con la tua lingua
questa voce di talco e latta!
Voglio piangere solo perché ne ho voglia
come piangono i bambini nell’ultimo banco
perché io non sono uomo, né poeta, né una foglia
ma un polso ferito che sente le cose dal lato contrario.
Voglio piangere pronunciando il mio nome,
rosa, bambino, abete sulla sponda di questo lago,
dire la mia verità di uomo e sangue
che uccide in me la beffa e la suggestione della parola.
No, no, io non domando, io desidero,
voce mia liberata lambiscimi le mani.
È la mia nudità che in un labirinto di paraventi, riceve
la luna del castigo e un orologio incenerito.
Così dicevo.
Così parlavo io quando Saturno fermò i treni
e la nebbia e il Sogno e la Morte mi stavano cercando
là, dove muggiscono le vacche dalle piccole zampe di paggio
là, dove il mio corpo fluttua tra equilibri spezzati.

da: Poeta en Nueva York, 1929-30.
Traduzione: Daniela Raimondi

.

POEMA DOBLE DEL LAGO EDEN

Era mi voz antigua
ignorante de los densos jugos amargos.
La adivino lamiendo mis pies
bajo los frágiles helechos mojados.
¡Ay voz antigua de mi amor,
ay voz de mi verdad,
ay voz de mi abierto costado,
cuando todas las rosas manaban de mi lengua
y el césped no conocía la impasible dentadura del caballo!
Estás aquí bebiendo mi sangre,
bebiendo mi humor de niño pesado,
mientras mis ojos se quiebran en el viento
con el aluminio y las voces de los borrachos.
Déjame pasar la puerta
donde Eva come hormigas
y Adán fecunda peces deslumbrados.
Déjame pasar, hombrecillo de los cuernos,
al bosque de los desperezos
y los alegrísimos saltos.
Yo sé el uso más secreto
que tiene un viejo alfiler oxidado
y sé del horror de unos ojos despiertos
sobre la superficie concreta del plato.
Pero no quiero mundo ni sueño, voz divina,
quiero mi libertad, mi amor humano
en el rincón más oscuro de la brisa que nadie quiera.
¡Mi amor humano!
Esos perros marinos se persiguen
y el viento acecha troncos descuidados.
¡Oh voz antigua, quema con tu lengua
esta voz de hojalata y de talco!
Quiero llorar porque me da la gana
como lloran los niños del último banco,
porque yo no soy un hombre, ni un poeta, ni una hoja,
pero sí un pulso herido que sonda las cosas del otro lado.
Quiero llorar diciendo mi nombre,
rosa, niño y abeto a la orilla de este lago,
para decir mi verdad de hombre de sangre
matando en mí la burla y la sugestión del vocablo.
No, no, yo no pregunto, yo deseo,
voz mía libertada que me lames las manos.
En el laberinto de biombos es mi desnudo el que recibe
la luna de castigo y el reloj encenizado.
Así hablaba yo.
Así hablaba yo cuando Saturno detuvo los trenes
y la bruma y el Sueño y la Muerte me estaban buscando.
Me estaban buscando
allí donde mugen las vacas que tienen patitas de paje
y allí donde flota mi cuerpo entre los equilibrios contrarios.

da Poeta en Nueva York, 1929-30.

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