NELLA CRUNA DI UNA TESI CON… Maria Grazia Palazzo – Intervista di Anna Maria Farabbi-terza parte

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nightlight.

Apri il capitolo Negoziare un’etica comune con questa frase:

– Poiché anche la Chiesa è chiamata ad esercitare il potere, caratteristica ineludibile della dimensione sociale umana (e che, nel caso di specie, contiene: munus tradizionale o sanctificandi, tipico della celebrazione ovvero della comunicazione liturgica; munus carismatico o docendi, tipico dell’annuncio, ovvero della comunicazione catechetica; munus regendi, tipico della potestà di governo e/o della comunione, ovvero della comunicazione istituzionale) essa deve esercitare tale potere come un servizio, non solo ad intra, ai fini della koinonìa tra i suoi membri, ma anche ad extra, nei confronti del popolo di Dio che è l’intero genere umano. In tal senso, la Chiesa è chiamata a esercitare i tria munera nella profonda complementarità di annuncio, liturgia e comunione, per l’identità della vita cristiana “di fronte alle sfide della storia e del mondo.-

Ci puoi spiegare la legittimazione del potere della Chiesa in altre parole?

Posso provarci. La comunicazione liturgica consiste nella celebrazione della eucaristia, quella per intenderci istituita dal Cristo che si offre per l’umanità tutta, ai suoi nell’ultima cena, sulla croce per il mondo. L’esperienza di fede spinge alla comunicazione della fede e quindi all’annuncio e alla catechesi. L’esperienza della comunità di fede impone la responsabilità di vivere concretamente la figliolanza al Dio Padre e la fratellanza al Cristo nello Spirito santo. Cristo cioè non è venuto per la Chiesa cattolica ma per ogni uomo. La Chiesa è chiamata ad essere segno visibile di questa volontà di Amore che è diventata realtà in Cristo e a testimoniarlo fino alla fine dei giorni. Le sfide della storia e del mondo cui si allude solo quelle della pace, della fraternità, del riconoscimento di quella trascendenza che permette l’immanenza, stando con i piedi a terra, vivendo la vita nella sua quotidiana battaglia, sapendo che è nel piccolo che ci è affidato dobbiamo vivere la grande aspirazione alla Bellezza, all’Amore.

Mi fa molto e molto e molto piacere che tu abbia nominato Padre Balducci: una di quelle eccellenti personalità scomode all’interno della chiesa cattolica, assieme ai suoi due fratelli spirituali Abramo Levi e Padre Turoldo. Puoi citare anche solo un suo punto di distanza dalle gerarchie ecclesiali?

E’ nota la ecletticità di Padre Balducci, il quale prima di essere prete e mentre era prete, fu pensatore, studioso appassionato della cultura comunista, dell’arte, promotore del dialogo, fondatore di cenacoli di impegno cristiano, di cui le gerarchie ecclesiastiche furono sempre diffidenti oppositori. Non è una novità che anche nella Chiesa, si siano combattute da sempre anime e correnti diverse, alcune progressiste, altre conservatrici, alcune più legate a un’idea di liberta dello spirito, più fedeli al messaggio evangelico, altre più attratte dalla vicinanza ai centri di potere o irreggimentate in esso. Lo stesso Papa Francesco, ultimamente si sta attirando le critiche di numerosi cardinali, che sono stati suoi elettori, perché – dopo le dimissioni di Benedetto VI- avrebbe per sempre distrutto l’idea imperiale del papato e osa prendersela con la Curia. D’altra parte da Pio XII che emise nel 1950 la Enciclica Humani generis -“Circa alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica”- all’attuale magistero che si sta evolvendo in un maggiore ascolto del mondo, in tutte le sue diverse culture, ma anche nell’osservazione delle derive ideologiche di tutti i tempi, che vogliono togliere dignità alla persona (penso alla Enciclica “Lumen Fidei”) sta la grande sfida del Concilio Ecumenico Vaticano II, che secondo molti, è rimasto in gran parte disatteso e inascoltato, un po’ come, mi si passi il paragone, la nostra Carta Costituzionale, piena zeppa di bei principi, frutto di una non incruenta negoziazione di valori programmatici, ancora in gran parte rimasti lettera morta. La profezia di Balducci sul Dio planetario sconcerta ancora molti ma va letta, ad avviso di molti studiosi, come un monito circa il compito delle religioni che consisterebbe, a parere sempre di Balducci, nel tener desta la consapevolezza dell’unità spirituale dell’umanità. In questo senso Balducci non disconosce affatto il ruolo di primo piano alla Chiesa che egli qualifica come pienezza delle religioni stesse, in quanto esortata dal Concilio Vaticano II ad intessere un dialogo costante con i non credenti. E’ certo che oggi molti ‘anatema sit’ siano stati abbattuti e molti altri probabilmente devono ancora essere pronunciati. Dopo il riconoscimento dei fratelli ebrei, lungi dall’essere il “popolo deicida” forse un giorno la Chiesa farà ammenda anche dello stigma culturale maschilista che ha sempre posto nei confronti della donna, tenuta sotto controllo, per non dire riconosciuta soltanto nel suo ruolo di sposa/madre prolifica e accuditiva, figlia affettuosa e collaborativa. Per Balducci (ma non solo per lui, anche per tanta parte della teologia più moderna) il disegno di Dio appartiene alla storia della umanità e non della Chiesa e in questo senso i diversi percorsi, inclusi la storia del buddismo, del marxismo, ecc. si iscrivono nella storia della salvezza. E’ tuttavia tale pensiero, inclusivista e non esclusivista, si scontra con la ricerca delle modalità con cui la Chiesa dovrebbe concretamente contribuire alla salvezza di quanti non appartengono alla Chiesa. Certo l’interpretazione del magistero della Chiesa tende a sottolineare come l’unione degli uomini con Cristo, via verità vita, avviene in forza dell’incarnazione e del mistero pasquale. In altre parole la Chiesa, come afferma il Concilio Vaticano II, svolge un’opera di mediazione, partecipazione, riattualizzazione della salvezza. Considerata come il Corpo di Cristo e, mediante il sacramento dell’eucaristia, segno della fraternità con il genere umano, la Chiesa diventa, più che il luogo dei mezzi della salvezza, il luogo dei salvati. Ma qui ci addentriamo nelle diverse visioni ecclesiologiche della Chiesa che, richiamando Balducci in causa, rimandano ad un approfondimento dei rapporti tra Cristianesimo e le altre religioni, tema di cui si è occupato molto, anche con un’opera specifica. Si evince la necessità di riconoscere la Chiesa non solo come spazio fisico, geograficamente e giuridicamente delimitato e riservato esclusivamente ai pochi privilegiati, ma soprattutto, come luogo salvifico ancora in atto. In questo senso il punto di distanza ovvero la criticità a mio avviso più rilevante della complessa riflessione di Balducci rispetto alle gerarchi ecclesiastiche è di considerare la salvezza non la conseguenza di un itinerario che discenderebbe dalla appartenenza alla comunità-sacramento. L’evento assoluto consisterebbe nella presa d’atto del destino della umanità, cioè della volontà di Dio, manifestatasi una volta per sempre in Gesù, di liberare dalla morte individuale e collettiva. A partire dal Concilio Vaticano II, si è compreso che il vero problema «non è tanto la conversione degli uomini alla Chiesa ma la conversione della Chiesa agli appelli del Regno che erompono di continuo dalla storia del mondo». Sono parole di Balducci. E’ difficile fare sintesi estrema su questi punti che sono punti di svolta della modernità, anche per i cattolici. In ogni caso, seppure grossolanamente, posso dire che anche i diversi percorsi di Levi e Turoldo, indicano la necessità di rappropriarsi della dimensione più spirituale contenuta in ogni domanda di identità umana, poiché l’egemonia del problema cristologico e la crisi delle religioni, spinge verso un confronto insuperabile tra i diversi vissuti ed esperienze, grazie all’azione dello Spirito che è creativo. Mi viene da pensare alla tesi del cristianesimo non religioso di Dietrich Bonhoeffer che con la proposta teologica di Barth fu per Balducci un costante riferimento. La visione che ne viene è di una umanità in cammino in cui Cristo possa diventare Signore anche dei non religiosi e la Chiesa attestare in un mondo non religioso che Dio si è manifestato e si manifesta non attraverso una trascendenza gnoseologica ma come in una tenda in cammino. Ci sarebbe molto altro da dire. Certo così ragionando cadono le rassicuranti certezze di un tempo e le gerarchie devono ripensare se stesse per essere credibili e non trincerarsi dietro ai dogmi ma testimoniare, stare dentro una condizione tale per cui -limitati gli scandali!- possa essere annunciato ancora che l’evento Gesù può essere fondamento della laicità del mondo. Ma anche qui si aprirebbe la necessità di approfondire il concetto di laicità nel quadro della totalità umana. Diciamo che spesso non ci si intende sul concetto di laicità e lo si confonde con quello di laicismo. Se Gesù Cristo è un evento (Pasquale), che non può identificarsi con la mera memoria che ne è stata tramandata (peraltro non univoca, pensiamo alla questione dei canoni), ed è evento storico e metastorico, nel senso che chi lo accoglie riceve il dono dell’incontro con la Sua Persona, è evidente che invita la Chiesa ad entrare nella nuova congiuntura planetaria in cui deve abbandonare i diversi modelli di teocrazia medioevale e sperimentare una specie di «annientamento» per andare verso i poveri traditi, gli ultimi, gli abbandonati in patria, i senza dignità, i senza nome. Penso alla poetica di Turoldo, sull’Amore. Penso alla profezia di tante donne come Simone Weil, come Madeleine Delbrel, ecc.
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                                                                nick gentry-dejavu

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In molti punti del tuo studio, indichi la rete e la comunicazione virtuale come fortemente pericolosa, sviante, inefficace nella trasmissione del seme sacro. Tuttavia, in questo momento, siamo in tre a essere vivi nel tuo studio: tu che hai scritto e con cui dialogo, io che ho studiato il tuo lavoro, flessa nel colloquio, e il lettore che ci legge, attivo anche nell’intervenire. Stiamo quindi su una piazza di dialogo. Tra l’altro anche efficace, visto che ti trovo attiva in rete e visto che tu stessa ti sei generosamente offerta nel donare la tua opera di ricerca alla lettura/intervista per cartesensibili. Se la ritualità e la potenza dell’ostia esige intimità e fisicità esperienziale, non credi che la rete è mezzo ampio, capace di sormontare barriere architettoniche e politiche. Non fine. Sta in noi a non confondere. A non assolutizzare.

La comunicazione virtuale necessita di momenti di verifica, più di quella interpersonale che si realizza vis a vis. Si possono dare per scontate una serie di cose col risultato che il soggetto che scrive e quello che legge possono confliggere a volte, in modo, irriducibile e irrimediabile, sulla precomprensione di molti fenomeni, anche per la mancanza di un feedback più ricco, di empatia, che l’incontro vis a vis permette.
Certo meglio di niente. Considero l’eucaristia una realtà molto diversa da sperimentare, qualitativamente diversa, intendo, rispetto a qualunque sito web, fosse anche vatican.va! Già il volto è maschera, figuriamoci la scrittura, che è luogo di espressione, ma non è mai totalità della comunicazione, tant’è che rimanda ad un lettore, interrogandolo. Certamente bisogna credere nella comunicazione, nella possibilità di interfacciarsi anche da lontano. D’altronde questo è il miracolo del villaggio globale, con tutte le straordinarie possibilità che ha offerto e le opportunità di cambiamento che ha innescato nella divulgazione della informazione e negli stessi stili di vita. Tutto da vivere cum grano salis

Studiando la tua ricerca ho cercato e non trovato riferimento a un enorme vuoto voluto della cultura cattolica: il riconoscimento dell’autorevolezza del femminile, soggetta ancora a una lampante dittatura culturale ecclesiale maschile. Conosco dei fiumi nascenti, ma già corposi, all’interno della teologia femminile e/o femminista, anche qui in Italia. Sono stati più volte esplorati nella rubrica di Gabriella Caramore su Radio Tre nella trasmissione Uomini e profeti (anche questo solo titolo rivela un maschile evidente e invasivo).

Ti chiedo: la tua omissione è voluta e perché?

Conosco la rubrica di Gabriella Caramore che seguo con entusiasmo. Conosco la questione del femminile sommerso, del non detto sul femminile. So anche di non avere sufficiente autorevolezza per parlarne e che parlarne in certi contesti è perfettamente inutile. Le tante voci profetiche, le eccellenze, come si usa dire, in ogni campo dello scibile umano, artistico, scientifico, le testimoni del sacro e del profano sono innumerevoli. Tutte noi siamo piccole grandi testimoni, Come modesta operatrice culturale ho promosso ed organizzato momenti di riflessione sul tema, a livello locale, nell’ambito di attività associative, ecc. Come professionista ho difeso i diritti delle donne, specie all’interno della vita familiare. Come donna ho avuto non poche battaglie da combattere per emanciparmi, prima dalla patria potestas, poi da un matrimonio virtuale fallimentare, poi dall’idea di un maschile preponderante e prepotente, anche nella professione, oltreché nella vita di relazione. Mi sono convinta che è solo nella dura quotidianità, solerte, attiva, solitaria, che si attinge la consapevolezza di sé e si può tentare di proclamare, ogni tanto, il verbo femminile. Sto lavorando, a morsi, a sorsi, ad una raccolta poetica sul femminile. Sono socia de Gli Stati Generali delle Donne a Bari. Ho animato diverse associazioni, Riguardo ai miei rapporti con la chiesa locale, sono stata per ben sette anni, lontana dalla Eucaristia, poiché ho transitato dalla condizione (di non comunione piena per la dottrina della Chiesa) di divorziata, poi convivente e risposata. Infine dopo lunghi sette anni, in cui ho vissuto la mia vita e ho continuato a viverla, anche spiritualmente (perché il primo sacramento è la Vita, come sempre mi ha ricordato un santo sacerdote di cui mi pregio di avere ricevuto la stima, l’affetto, l’amicizia, il sostegno morale) memore degli esempi di molte donne che hanno vissuto una vita eroica invisibile e sommersa (penso a mia nonna che negli anni 50 rimase vedova a 40 anni con 8 figli a carico e scrisse all’allora guardiasigilli Gronchi per ottenere la casa popolare) ho ricevuto l’esito finale del giudizio (ormai insperato, visto che avevo scritto di mio pugno il libello difensivo e mi ero rivolta ad un avvocato di ufficio della curia di Taranto, una donna, che non conoscevo). Chiedere il riconoscimento della nullità del primo matrimonio, secondo il diritto canonico, significa fare un discernimento non solo tecnico sull’accaduto, ma essere disposti a mettere a nudo, tutte le ferite, le fragilità, gli errori, le cecità che ci hanno ammorbato la vita. Io ho affrontato con fede una lunga attesa senza essere certa dell’esito e avendo contribuito, sebbene in parte, a scrivere quel primo libello difensivo in cui esponevo i fatti e affermavo le mie aspettative dell’epoca, al momento dell’assenso al matrimonio. Dopo il mio matrimonio civile con Giuseppe ho potuto sposarlo anche in Chiesa. Una vera follia, no?
Credo che la storia delle donne la scrivano le donne con la loro vita. Che le donne debbano continuare ad avere una grande speranza: esserci.
Riguardo il mio lavoro di tesi. Ho lavorato a marce forzate, perché vivo da nove mesi una maternità adottiva faticosa, anche se gioiosa, come priorità assoluta. Obiettivo di questo lavoro conseguire il titolo per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Una speranza che non abbandono.
Ma la sfida più grande, l’evento nella mia vita oggi, è il figlio. Un figlio che ha ribaltato, innovato, e sta riscrivendo le consuetudini che credevo consolidate della mia vita adulta. Uno specchio nel quale vedo i miei limiti, le mie potenzialità, l’urgenza di una continua metànoia. Un dono da accogliere, custodire, non sciupare. Un’occasione per crescere insieme.
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nick gentry- outoftime

nick gentry- outoftime.

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