NELLA CRUNA DI UNA TESI CON… Maria Grazia Palazzo – Intervista di Anna Maria Farabbi- prima parte

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Continuando ad  attraversare le ore di studio e di ricerca dei laureandi, proprio per consacrare e ridistribuire il loro frutto, continuando a combattere con piccolissimi mezzi una cultura che sotterra e dimentica gli sforzi e le luci di questi studiosi discenti alle prese con l’ultimo passo per la laurea, stiamo incontrando la tesi di laurea di Maria Grazia Palazzo, discussa presso la Facoltà Teologica Pugliese, San Lorenzo da Brindisi, nell’anno accademico 2013/2014

Il titolo della tesi
L A COMUNICAZIONE DELLA FEDE TRA MASS MEDIA E TESTIMONIANZA

Laureanda:  Maria Grazia Palazzo

Docente relatore: Prof. Angelo Sconosciuto

Anno Accademico 2013/2014

Facoltà Teologica Pugliese, San Lorenzo da Brindisi- Bari
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Ci piacerebbe che si aprisse un coinvolgimento più ampio con chi leggerà questo apprezzabile, generoso, stimolante contributo, con commenti o condivisioni. Poiché le rispose sono ricche e davvero corpose, l’intervista verrà pubblicata in tre tranche consecutive : il 27, il 28 e  il 29 maggio prossimi.

 

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Puoi descriverci questa Università? Come è articolata e quali sono le sue materie? Quali le motivazioni che spingono a iscriversi e quali gli orizzonti di lavoro? Quanto viene approfondito e educato l’esercizio dell’interpretazione e del dialogo sui testi?

Nel contesto del progetto di riordino della formazione teologica in Italia, la CEI fece richiesta alla Congregazione per l’Educazione Cattolica dell’istituzione di una  Facoltà Teologica Pugliese , fu istituita nel 2005, ed ha sede in Bari, opera presso l’Istituto di Teologia ecumenico-patristica “San Nicola” (Bari), l’Istituto Teologico Pugliese “Regina Apuliae” (Molfetta) e l’Istituto Teologico “Santa Fara” (Bari). La facoltà fa rete con diversi Istituti Superiori di Scienze Religiose, a Taranto, a Lecce, ed anche a Brindisi. Vi operano gli stessi docenti, almeno per le materie strettamente teologiche. Scelsi per i miei studi l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Lorenzo da Brindisi” per ottimizzare i miei tempi di viaggio. E’ risaputo che, in ossequio agli accordi di natura pattizia tra Stato e Chiesa (accordi lateranensi e successive modifiche, circa l’insegnamento della religione cattolica), è la Chiesa ad operare prevalentemente per la formazione di laici e di religiosi, ed è la CEI a svolgere una funzione di super visione o di indirizzo generale, per la qualificazione professionale ai fini dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali, di ogni ordine e grado. Oggi in Italia l’offerta formativa nella scuola pubblica o in quella che resta, relativamente all’IRC, prevede al più l’esonero come opzione (e la sostituzione di tale disciplina curriculare con altro tipo di disciplina prevista dal POF). Manca l’insegnamento delle religioni, in modo approfondito, sistematico, che sarebbe anche insegnamento alla multiculturalità. Ma è anche vero che 5 anni non basterebbero a trattare un così ampio ventaglio di conoscenze. Forse tra 10 anni? Non so. Il punto di vista sulle altre religioni, nei percorsi formativi, è affidato ancora a cattolici. Io ho avuto come docente di Ecumenismo un monaco di Bose, molto sensibile alla chiesa ortodossa, le cui lezioni erano interessanti, vive. Dunque, la divulgazione culturale delle religioni è affidata ancora alla buona volontà di singoli operatori, docenti, ancora in parte cattolici. Anche se non conosciamo gli sviluppi o le derive delle promesse (infrante) della c.d. Buona Scuola – e qui esprimo opinione del tutto personale – di questo ritardo non credo si possa ‘incolpare’ in via esclusiva la Chiesa. Se l’insegnamento della religione cattolica è espressione delle radici culturali cristiane per l’Europa non si possono più ignorare le diverse istanze emergenti dalla crisi delle grandi culture monolitiche. D’altra parte la tendenza generale di rendere permanente il c.d. aggiornamento obbligatorio per qualunque competenza non si misura, a mio avviso, solo dai crediti formali accumulati ma anche dai percorsi (esistenziali e istituzionali). Quando nel 2009 (avevo da appena 3 anni trasferito la mia residenza da Martina Franca a Monopoli) mi iscrissi all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Brindisi, sarebbe bastato conseguire la laurea triennale, possedendo io già altra laurea, ai fini dell’I.R.C. previa verifica di altri requisiti. Brindisi è facilmente raggiungibile in treno, (l’Istituto Superiore si trovava in Piazza Duomo, a fianco alla storica Biblioteca Lorenzo de Leo). Anche allora in me prevalsero ragioni poetiche, perché il viaggio comprende l’attraversamento della marina di Ostuni, un territorio disseminato di ulivi, che degrada dalla collina al mare. Andavo maturando nuove scelte, ripensando la mia (vocazione alla) professione di avvocato, mentre accedevo a un nuovo percorso di formazione. Mi sono ritrovata poi, al compimento della laurea triennale, (alla cui in seduta di laurea, il controrelatore mi contestava l’affermazione “la Chiesa è mediazione di salvezza, non la salvezza”, col risultato di un 109, anziché 110) con la necessità (di legge) di completare il percorso col biennio della laurea magistrale, divenuto obbligatorio (e qui il 110, dulcis in fundo, sono riuscita a conquistarlo). Certamente la mia preoccupazione era di conseguire, in tempi tecnici sostenibili, il titolo utile alla eventuale idoneità e l’abilitazione all’I.R.C. nelle scuole. Ho terminato gli esami a tempo di record perché mi apprestavo a partire per l’India dove abbiamo incontrato, Amit, 7 anni, nostro figlio adottivo. Mi sono laureata a marzo 2015, a 7 mesi dal suo arrivo in Italia. L’ultimo anno è stato particolarmente faticoso, anche per gli spostamenti in auto, poiché, cambiato il vescovo, la cui potestà interessa anche la gestione di beni ecclesiastici, l’Istituto è stato relegato, in un processo di spending review, ad un’ala inutilizzata del Seminario Benedetto XVI, un edificio moderno, posto in periferia, vicino al Tribunale. Ignoro se ci sia la volontà di accorparlo a quello di Lecce in futuro. Ad ogni modo presso l’I.S.S.R. San Lorenzo da Brindisi – riconosciuto dalla CEI il 10.07.1993 – (http://www.scienzereligiose-br.it/public/info.asp ) ho sostenuto le seguenti materie di insegnamento e di esame:
Per il triennio:
Storia della Filosofia, Teologia Morale Fondamentale, Filosofia delle Religioni, Filosofia Sistematica, Teologia Fondamentale, Storia della Chiesa antica e moderna, Sacra Scrittura I, Filosofia Sistematica II, Filosofia Sistematica III, Patrologia, Psicologia dell’età evolutiva, Trinitaria, Teologia Morale Speciale, Sociologia, Antropologia teologica, Pedagogia, Cristologia, Escatologia, Ecclesiologia, Mariologia, Storia Moderna e contemporanea, Sacra Scrittura II, Sacramentaria, Liturgia, Introduzione al Nuovo Testamento.
Per il biennio:
Didattica generale, Storia della chiesa locale, Dottrine politiche ed economiche, Teologia della carità, Comunicazioni sociali, Catechetica, Legislazione scolastica, Teologia delle religioni, Arte religiosa, Ecumenismo, Teologia pastorale, Storia e teoria della scuola, Letteratura religiosa, Teologia spirituale, Lingua francese, Storia delle Religioni, Morale della vita fisica, Metodologia e didattica dell’Insegnamento della religione cattolica, Teologia del XX secolo.
In realtà mi risulta che a Brindisi, gli unici docenti che hanno conseguito un dottorato, oltre la laurea, sono quelli che insegnano materie teologiche, tutti preti. Altri hanno percorsi curriculari dignitosi ma diversamente competitivi. C’è gente che ha lavorato nella scuola superiore, nei licei, negli istituti tecnici, persino un preside in pensione, molto equilibrato ed informato, che ci insegnava sociologia. Riguardo agli orizzonti di lavoro visti i rivolgimenti della politica nazionale, ed essendo emigrata nel 2006 da Martina Franca (Ta) a Monopoli di (Ba) – con un inevitabile perdita di terreno nell’ambito della professione- le mie aspettative oggi è che vengano almeno esaminati il mio curriculum e le mie esperienze con rispetto di un minimo di legalità. Comunque gli orizzonti di lavoro sono ormai incerti per tutti. La formazione dei laici, tanto auspicata a seguito del Concilio Ecumenico Vaticano II, insieme alla promozione degli studi biblici e all’aggiornamento delle scienze umane, al fine di formare una classe di aspiranti all’insegnamento della religione cattolica, capace non solo di sapere ma di essere competente e credibile in un mondo che cambia continuamente, si scontra anche, a mio avviso, con una cultura clericale, non solo tra i preti. A ciò si aggiunga una sorta di concorrenza di fatto latente tra religiosi e laici, tra mondo ecclesiastico e mondo laico, non ancora del tutto emancipato da un certo autoritarismo e/o una sottile misoginia culturale che avvolge molti ambienti. In più è consuetudine che la Curia arcivescovile locale (di qualunque parte d’Italia) esprima il proprio nulla osta sullo status personale dell’aspirante docente che non deve avere impedimenti, secondo il codice di diritto canonico. Ad es. non deve trovarsi in una di quelle situazioni che sarebbero ritenute decisamente inopportune per l’I.R.C. Tutte cose che ho appreso cammin facendo. Personalmente all’atto della iscrizione mi trovavo in una di quelle situazioni, ero divorziata e risposata. Inoltre, a un certo punto, mi sono chiesta come le Curie arcivescovili riescano ad agire ‘super partes’, rispetto ai candidati all’insegnamento della religione, che, ove fossero individuati tra i preti, alleggerirebbero dagli oneri del sostentamento la stessa comunità ecclesiastica. Attualmente io dovrei giacere in graduatorie provvisorie, in attesa di sostenere il concorso abilitante, non ancor bandito. Le domande senza risposta sono tante. Una cosa è certa: in un paese che si dice, culturalmente cattolico, come il nostro, vi è uno Stato laico ed una democrazia ancora troppo debole, uno stato di diritto deficitario, una parte della Chiesa che continua a difendere alcuni privilegi, pur giustificandoli per il bene della comunità, una società civile troppo conflittuale. Maggiori libertà anche d’istruzione dovrebbe essere costruita dalla società civile, politica, persino dei credenti. Siamo un Paese che si tiene strette le sue contraddizioni? Non so quando si riuscirà a intervenire in modo dignitoso, tuttavia non si può rinunziare a stare dentro questo sistema, dentro le sue strutture che di fatto, gestiscono quote di potere. Non mi sembra basti il ricambio della classe dirigente come qualcuno grida dal Governo, ma una diversa declinazione dell’ascolto e della presa in carico dei bisogni vitali dei singoli e delle famiglie, sempre più ridotte a numeri insignificanti. Penso che in Italia, non solo la scuola stia subendo un massacro, ma anche la famiglia. Manca una politica per la famiglia, che una volta, l’educazione civica insegnava essere la prima cellula della società civile. Penso che oggi stiamo vivendo una vera e propria guerra civile occulta contro la libertà delle persone e delle comunità, quindi della famiglia. Credo ancora debba essere promossa una diversa cultura della legalità che non può prescindere dall’etica. Credo che ci siano ancora troppe poche donne in posizioni sensibili di potere anche culturale. Oggi per me la scuola rappresenta il luogo dove si dovrebbe agire e promuovere una maggiore consapevolezza, libertà, partecipazione, che significa uguaglianza non solo formale ma sostanziale (art. 3 Cost. It.).

Una studente come te che si iscrive a questa Università ha una conoscenza approfondita delle altre religioni, in modo da esercitare una dialettica di confronti, e acquisire una sinergia culturale?

L’interrogazione sulla fede (e sulle fedi) è sempre stata presente in me e quando ho avuto particolare esigenza di approfondire la mia fede, le ragioni della mia fede, mi sono messa in ricerca e in gioco. Riguardo la conoscenza delle altre religioni non sono un’esperta in senso tecnico, cioè non posso dire di conoscere approfonditamente i sacri testi delle altre religioni millenarie, pur avendole approcciato autonomamente, ma sempre parzialmente. Non credo di avere una conoscenza enciclopedica né sistematica del fatto religioso ma ho compiuto un percorso di 5 anni di studio, anche per questo. Certo il mio percorso di fede è una cosa, la conoscenza del punto di vista della Chiesa cattolica rispetto alle religioni del mondo un’altra. In ogni caso l’orientamento che sta prevalendo, anche a livello di magistero, è quello dell’apertura e del dialogo. La Chiesa, infatti, ritiene le altre religioni vie indirette di accesso alla salvezza, cioè a Dio Amore. Per i cattolici il Dio Amore s’incarna in Gesù Cristo. La Chiesa cattolica, poi, non insegna direttamente nella scuola pubblica ma verifica che chi insegna conosca almeno la dottrina della Chiesa, cioè ciò che la Chiesa crede. Di fatto la Chiesa nel mondo svolge un ruolo sacramentale di semplice mediazione della salvezza. La Chiesa cioè non è la salvezza, ma la annuncia o dovrebbe farlo. Tuttavia questa affermazione, che sottende ad una riflessione teologica seria, viene ancora ‘minimizzata’, fraintesa, misconosciuta, negata.

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Chi ha scelto l’argomento della tua tesi?

In prima battuta avevo scelto il tema della teologia femminile o con più brutta espressione femminista ma il docente di teologia del ‘900, si dichiarava oberato di lavoro per seguire anche il mio. Quindi sceglievo il tema della corporeità femminile nella storia dell’arte, da Giotto a Caravaggio. Tema scottante e di rottura rispetto alle solite tesi compilative. La docente, giovane, che in prima battuta mi dava disponibilità, poi, per sopraggiunti impegni si sottraeva. Quindi ho cercato una terza chance, sul tema delle religioni e della modernità, alla quale rinunciavo io, però, per incomprensioni sulla linea da adottare nel lavoro e in considerazione dell’imminente maternità adottiva che mi accingevo ad assumere. Mi sembrava che il docente volesse da me lo svolgimento pedissequo di un lavoro compilativo, qualcosa che potesse servire più a lui che a me. Dopo il mio ritorno in Italia da New Dheli, da dove il 2 agosto 2014, siamo tornati appunto, con nostro figlio Amit, un meraviglioso quanto impegnativo bimbo indiano di 7 anni, con la ferita dell’abbandono, ho trovato il modo diplomatico per ringraziare l’ennesimo docente e diversamente orientarmi. Quindi, riannodando i fili della tesi già sostenuta per la laurea triennale che si intitolava “La gioia e la fatica di credere” (in Teologia Fondamentale) ed ampliandola, mi sono decisa, pragmaticamente, per la laurea magistrale, sul tema della “La Comunicazione della Fede, tra mass media e testimonianza. Il docente, di Comunicazioni sociali, giornalista, laico, non ha avuto resistenze a offrirmi la sua super visione per il lavoro che, pur potendo essere ulteriormente approfondito, è stato positivamente apprezzato.

Il primo capitolo è intitolato Il potere della narrazione. Spesso torni a questa espressione aggiungendo il complemento di specificazione della fede. Nel capitolo scrivi che la vita cristiana è potenzialmente apostolica ci puoi spiegare che cosa intendi in entrambi i casi?

Credo che la fede sia un’esperienza che porti in modo irrinunciabile, prima o poi, a una qualche forma di comunicazione. Come l’amore ha bisogno di dirsi, di darsi. In questo senso alludevo al potere della narrazione delle fede come a un processo di una comunicazione inevitabile, dialogica, amorosa, interpersonale, di coinvolgimento e messa in gioco di sé, di apertura all’Altro, di donazione di sé, di ciò in cui, con più profondità e radicalità, crediamo, per cui, viviamo, credendo. In questo senso la vita cristiana è necessariamente apostolica. In nuce e storicamente la fede nasce dall’esperienza della chiesa primitiva, di sequela del Gesù di Nazareth, quello stesso Gesù Cristo, morto e Risorto, di cui parlano i Vangeli, che sono narrazione dei fatti accaduti a Cristo con gli occhi della fede, dei testimoni della sua Resurrezione. Dall’esperienza della fede, della narrazione di quei fatti su quel Cristo, ebreo marginale, del quale probabilmente in pochi, anche allora, si accorsero e a cui, in pochi credettero, e sulla sua testimonianza, e comunicazione, giunge la traditio della fede, cioè quella consegna di verità e di mistero, di conoscenza esperienziale e fiduciale che è la fede, un misto di abbandono e assenso (anche della ragione) poiché la fede è partecipazione (che si riattualizza anche oggi) ad un evento radicalmente rivoluzionario, che è Cristo il Risorto, che è veramente risorto, come dicono gli orientali. Ciò discende, inevitabilmente, dalla confessione della fede, che gli apostoli fanno, quando dichiarano (confessano) che veramente quel Gesù è Risorto e testimoniano tale verità fino al martirio, alcuni di essi morendo proprio come Lui, nella umiliazione della morte di croce, all’epoca la più ignominiosa, ma offrendo liberamente la propria vita con amore. Certo la fede è invocazione, più che spiegazione. Esperienza e non dimostrazione filosofica.

Scrivi che la teologia è definibile come scienza, avendo campi di interessi e uno statuto epistemologico. Puoi approfondire questa convinzione che non riesco a condividere?

Non è un mio pensiero. Affermo quel che la riflessione teologica dice di sé e cioè che è possibile, anzi doveroso riconoscere un epistème, un significato al percorso della fede, vissuta e testimoniata, all’interno di una comunità di fede, supportata dall’ascolto della Parola e dalla conoscenza, per quanto possibile fedele a ciò che gli agiografi, gli scrittori sacri, volevano dire. Poi i testi sacri sono un po’ come le grandi epopee, come le grandi sinfonie, richiedono approfonditi studi e tempi di meditazione. Non possiamo essere tuttologi. C’è chi approfondisce una materia e/o temi diversi, per es. i moralisti, a proposito di teologia, si interessano dei vari aspetti della vita di fede, biologica, etica, bioetica, ecc. In questo senso gli strumenti di decodifica e di riflessione delle varie branche teologiche si differenzia. E’ brutto detto così. Ma veramente la teologia non può essere una materia fredda, e non può teorizzare sulla vita. Io personalmente plaudo a che la teologia morale venga affidata, quando viene insegnata, prevalentemente a laici, possibilmente sposati e con figli. Inoltre penso che la teologia se scaturisce da un minimo di esperienza mistica assume una profondità straordinaria. Il punto è che non esiste un misuratore, tipo cartina di tornasole per darci risposte esaustive. La fede rimane in ogni caso misteriosa e il contributo dell’analisi scientifica, nel senso di specialistica, tecnica, aiuta a fare analisi, a tentare di penetrare la realtà umano-divina, ma sempre fino a un certo punto. Bisogna avere umiltà.

Sempre nello stesso capitolo, usi questa sorprendente espressione intelligenza della fede. Puoi chiarire in che cosa consiste l’intelligenza della fede e come si valuta anche la sua stoltezza?

L’intelligenza della fede è anche stoltezza, mi verrebbe di dire, in modo ossimorico, nel senso paolino del termine. Cioè la fede insegna all’uomo il suo limite e la sua debolezza ma anche la sua grandezza, la sua identità profonda. E’ intelligenza della fede discernere gli eventi, i fatti umani, la storia umana, rintracciare i fili di una verticale appartenenza a Dio, di figliolanza, e di appartenenza orizzontale, gli uni agli altri, di fratellanza tra tutti gli uomini, di pari dignità. Se devo prendere alla lettera la parola stoltezza della fede, nel senso di erroneità, penso di dover guardare ai suoi frutti. Se la fede mi fa vivere in armonia con la vita, con me stesso, con gli altri, con il mondo, con il creato, non nel senso di farmi vivere senza conflitti e difficoltà, ma in una dimensione costruttiva, positiva, assertiva, di verità, di pace, di amore, allora lì c’è la sua intelligenza, la sua capacità di vedere anche oltre il visibile, oltre l’immediatamente utile, il conveniente, il piacevole, l’uniformante. D’altronde è così per qualunque tipo di fede, anche per la fede politica. Se la politica divide serve solo all’esercizio dispotico del potere. Così la fede religiosa, se aiuta a diventare autentica comunità umana, significa che si centra intorno al riconoscimento della creaturalità dell’uomo, della sua dipendenza da Dio, della suo essere transeunte.

Tu scrivi: – è necessario perciò per il suo sviluppo che la teologia sia al servizio della fede, cioè dipenda dalla grazia santificante, poiché la comprensione dei misteri appartiene non all’ordine della conoscenza naturale ma soprannaturale.-  Puoi narrarci questo passaggio?

C’è un momento, forse anche più d’uno, a volte perdura come domanda di sottofondo per una vita, in cui ci si domanda se credere ha un senso e a che cosa si crede, se è reale, se è fondato, se è utile, conveniente, se ha senso tutto ciò per cui viviamo, anche pagando un prezzo alto per quel che si crede, se ci orienta a fare scelte coraggiose, difficili, sofferte o semplicemente scomode perché minoritarie.

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Continua…..a domani!

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