ANCORATA A VENEZIA. ATTRAVERSO LA BIENNALE D’ARTE 2015- Cristiana Pagliarusco: Herman de Vries, Padre Natura

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Non c’era rumore accanto al bosco, tranne uno solo:
la mia lunga falce che bisbigliava alla terra.
Che cosa bisbigliava? Bene non lo sapevo io stesso;
forse qualcosa intorno al calore del sole,
qualcosa, forse, su quella assenza di suoni.
Proprio perciò bisbigliava invece di parlare.
Non era un sogno di quelli che donano le ore pigre,
né l’oro di cui sono ricchi le fate e gli elfi:
qualcosa di più della realtà sarebbe parso troppo debole
all’amore operoso che abbatteva le erbe in filari
insieme alle tenere, deboli corolle dei fiori
(pallide orchidi), e spaventava una serpe d’un lucido verde.
L’azione e il sogno più dolce che il lavoro conosca.
La mia lunga falce sussurrava, e lasciava il fieno a essiccare.

Robert Frost- Falciando

traduzione di Franco de Poli da Poesie Scelte-Guanda 1961

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6 Maggio 2015, h. 14.00.
Entriamo nel luminoso padiglione dell’Olanda. Ricostruito ex novo nel 1954 su progetto Rietveld di Utrecht, uno degli architetti usciti dal movimento de Stijl, il padiglione si distingue per la luminosità che inonda la stanza attraverso le grandi vetrate fino al soffitto, a ricordare i cicli dei giorni e delle stagioni, l’operosità e il riposo della natura.

È un viaggio di scienza e poesia l’installazione dell’artista Herman de Vries e se ne intende di viaggi l’artista ultra ottantenne, lunga barba e capelli bianchi, immagine di un Walt Whitman europeo. Il suo progetto, curato da Cees de Boer e Colin Huizing, affascina da subito. Pittore, scultore e artista concettuale, de Vries veste i panni di un Padre Natura che ci accompagna in un percorso dei sensi, come in un risveglio alla consapevolezza dell’essere. Sarà forse complice proprio quella sua aria beat a suscitare questo mio personale satori. Eppure, anche la frase-titolo dell’esposizione si presta bene a questo rimando poetico. Come spiega in una sua intervista apparsa su Artribune lo scorso marzo, To be all ways to be è una frase che egli stesso scrisse a mano su diversi fogli di carta sparsi (ora ripetuta su una parere bianchissima del padiglione con il nero dei tizzoni di un albero bruciato a riposo sul pavimento) nel 1974. Letti uno dopo l’altro, come in un domino senza fine, nel continuo mutare dell’ordine sintattico, le parole prendono combinazioni, forma e significato sempre diversi facendo eco a ciò che avviene nel tempo durante il divenire della nostra esperienza nel mondo.
Linguaggio ciclico o circolare quello delle parole di de Vries, nell’intento di arrivare a scoprire il senso del nostro cambiare, ma anche del nostro partire. Lo ripete bene nella sua poesia del 1972, “my poetry is the world.”

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my poetry is the world (1972/1973)

my poetry is the world
i write it every day
i rewrite it every day
i see it every day
i read it every day
i eat it every day
i sleep it every day

the world is my chance
it changes me every day
my chance is my poetry

Il mondo della Natura come sempre è il centro, è “l’istanza urgente” del lavoro di de Vries. La Natura incorpora nella sua “realtà primaria” l’essenza dell’esigenza artistica, e quindi l’arte stessa. Mai paurosa di mostrare anche il suo lato più drammatico qui si materializza quando nella voce del padre invita i visitatori di salire su un battello verso un’isola deserta, verso il Lazzaretto Vecchio, natura mater, “lì dove si può vedere la natura vincere ancora e superare, nuovamente, sulla cultura.”

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Herman de Vries ci accompagna con approccio tassonomico, padre e figlio insieme della sua ricerca artistica, in un luogo di interazione, un laboratorio che indaga e ravviva (in) ogni senso: ci accarezza occhio e naso con il profumo di un letto di minuscole rose damascene; 84 tableau di terre del mondo strofinate su carta spalancano le braccia offrendo pantoni di colori che ci proiettano dentro le stagioni dell’anno a nutrire l’immaginario di grano e pane, di erbe e spezie, creando connubi straordinari di memorie fissate dentro cornici di legno che raccontano la terra.

Sul pavimento, nel gioco prospettico di un tappeto trapezoidale una distesa di falcetti ci ricorda il lavoro, la fatica di un rapporto con la materia vivente. Le parole della poesia di Robert Frost risuonano tra le pareti della stanza e le ascoltiamo con gli occhi nella lezione di de Vries mentre ci invita a ripensare che la nostra storia è sempre un divenire, un futuro sotto infinite altre forme.

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RIFERIMENTI IN RETE
www.mondriaanfonds.nl/en/venice-biennale/
http://www.artribune.com/2015/03/biennale-di-venezia-il-padiglione-dellolanda-raccontato-da-herman-de-vries/
http://www.asiamodena.it/appuntiyoga/ay/015/ay15.2.html
http://www.hermandevries.org/texts/text-1973-my-poetry.php (Audio e testo della poesia di de Vries “my poetry is my world”)

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3 pensieri su “ANCORATA A VENEZIA. ATTRAVERSO LA BIENNALE D’ARTE 2015- Cristiana Pagliarusco: Herman de Vries, Padre Natura

  1. non vedo l’ora di mettere il mio piede in questo padiglione delle meraviglie. Grazie della segnalazione.

  2. e ancora ne verranno di meraviglie, Cristiana Pagliarusco ce le ha promesse, usciranno una alla settimana, perché anche la bellezza sia diluita in corpo e accolta in modo da poter far posto alle altre compagne in meraviglia.
    Ringrazio Cristiana per essersi fatta mezzo e tramite, ponte espicitante tra quelli che la Biennale d’arte permette di attraversare quest’anno.ferni

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