Nicola Bultrini e La Specie dominante- Note di lettura di Alberto Toni

 julien de casabianca

julien de casabianca

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La poesia di Bultrini ha il pregio della chiarezza, una chiarezza sfumata e dolorosa e nel contempo fiera. Nel “perduto conforto di una comunità”, come scrive Franco Loi nella prefazione, la poesia assume un ruolo di testimonianza: “La terra che abbiamo è una misericordia / colma di frutti e soli del mattino”. La terra dei giganti, sezione di apertura del libro, segna il primo divario tra la solitudine di chi non si arrende (i giganti) e gli altri (gli uomini). Non è superiorità, ma coscienza dell’etica: “Ma vedi, tutto va in rovina / la terra si lacera, perduti i confini”. La forza del gigante sta tutta in una ossimorica fragilità, dentro la speranza. Come dire, insomma, che dall’alto di una solitudine (l’essere giganti è una condizione dell’osservazione, come in poesia) guardare fa male (“È una fragilità che mi corrode”), stanca. Ma nella terra dei giganti c’è la forza di Enea che trasporta sulle proprie spalle Anchise, c’è la pietà per la rovina, una stanchezza secolare, antica. Forse nella figura del gigante si nasconde la condizione stessa del poeta e della poesia. “Ma scrivere per oggi non mi salva”: quell’affidare alle parole “tutto il male del mondo” non basta, anche se “c’è stato un tempo”. Soltanto la vita conta, nei suoi gesti quotidiani e consueti (“i gesti ordinari”). La sospensione dell’oggi è confortata dagli affetti, dal ricordo dei tanti che sono venuti prima e che hanno fatto la storia. Ci sono i giganti (“anime immortali”), l’io che scrive non è un gigante: “Ma tutto partecipa nei grandi numeri. / Continua tu, a credere ai giganti / il tuono, il lampo che li avvolge”. Questo racconta Bultrini padre ai figli, e lui stesso torna alle origini, indietro nel tempo, alla guerra, al nonno Nicola, in un viaggio di memoria per cercare risposte alla vita “ondivaga”. La nostra storia, la storia di tutti, è ancora lì dietro l’angolo, la fatica del lavoro, il minatore, l’artigiano. La poesia cerca un aggancio con la realtà semplice del lavoro, con le testimonianze: “Il tempo è se le cose si consumano / la poesia è un resistere audace”. Il sentimento di vicinanza è con “le anime gentili”, risposta al tempo del vivere, “tradito e incerto”. Ricordare appassiona e unisce, “la libertà di raccontare il tempo”. Tutto sempre è fatica, ma anche sorpresa e c’è la volontà di raccontarlo, di cogliere un centro del discorso che sfugge, suscita interrogativi che non hanno risposta: “Cosa rimane allora, ogni nostro movimento / è dubitare?”. Ciò che serve è “un’altra misura delle cose / non l’infinito piccolo che ci contiene”. Lo sforzo è sempre quello di cercare un altro modo dell’esistere, e certo più umano: “Così fu, credo, la creazione / fatta per guardare il mondo / e dire, come voce nel torace”. Scrivere, allora, vuol dire dare prova dell’umano, di una tensione irrisolta, una speranza: “Ama per me questa certezza / dei sentimenti. Poi se chiudo gli occhi / e mi nascondo al tuo dolore / abbi la forza / di amare il mio silenzio”.
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Alberto Toni

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julien de casabianca

museum-art-streets-outings-project-julien-de-casabianca-thumb640

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Da La Specie dominante, Nicola Bultrini
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Noi giganti siamo rimasti in pochi
circondati da uomini piccoli
senza ombra.
Alcuni ci graffiano rabbiosi le caviglie
altri ci ignorano
fingendo di dormire.
Ma a noi giganti non va di partire.
La terra che abbiamo è una misericordia
colma di frutti e soli del mattino.
Abbiamo figli e una ricchezza
di doveri che è tutta la nostra libertà.
Non abbiamo paura del dolore
dello spettro luminoso del silenzio
e se la notte si muovono i fantasmi
ci chiamiamo per nome, uno per uno
e ci abbracciamo come capita
nel buio.
Mentre agli uomini tremano
le vene ai polsi, noi giganti
continuiamo a camminare
nel gelo luminoso di gennaio
saldi nelle gambe, controvento.

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julien de casabianca

julien de casabianca.1.

La terra che esploriamo
non ci appartiene
possiamo anche dimenticarla
se capita.
La abitano migliaia di viventi
che neppure conosciamo.
Però possiamo camminare
poggiare i piedi
sulle piazze maestose
se piove ci bagniamo come l’erba dei prati
piegandoci
e poi ci alziamo, finito il temporale.
Allora qualcosa rimane sottopelle
come un umore.
Possiamo quindi osservare e ascoltare
vivere silenziosi
molecole nell’aria che popolano il mondo
non sapendo.

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julien de casabianca

julien de casabianca.6.

La notte ha il sapore d’acqua amara
il giorno è corpo.
Se tu sapessi quanto
sono stanco.
Però non abbastanza
per il sonno.
Puoi vedermi ripiegato
in un angolo
mentre la mente rauca ancora ringhia
contro la notte
intera.
Vorrei dissolvermi
tacere finalmente.
Non sembra neanche mio
il cuore rumoroso
che si sente.

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julien de casabianca

julien de casabianca3.

Le lampade a carburo
funzionavano circa otto ore.
Ognuno doveva comprarne una e caricarla,
che facesse appesa al muro luce
almeno per tre metri.
Parlano ancora di quando
giù in miniera si spensero tra i morti
senza fiato, respirando la terra.
Eppure se ci penso, sapermi sotto
mi fa sentire vivo. E quando torno
tutta quest’aria pare troppo,
un privilegio che non mi riguarda
perché le mie radici
così come ho vissuto
sono carne, muscolo e fango.

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julien de casabianca

julien de casabiancaoutings_museums_to_street_01_london_02.

E io che guardo e chiedo
se potrà mai finire. Ancora un’ora
triste e non ho nulla
più da offrire. Però c’è stato
un tempo, sì, c’è stato
ma scrivere per oggi non mi salva
le parole cui contavo
di affidare tutto il male del mondo.
Suona un disco fatto di vinile
l’onda celeste e meccanica
sale dentro il cielo di polvere
tu credimi, che a volte
vorrei il coraggio di non sapere.
Siamo sempre più felici
se crediamo di non essere in pericolo.

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 julien de casabianca

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Nicola Bultrini, La specie dominante- Aragno 2014

cover bultrini

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