Quarta possibilità- Serenella Gatti Linares

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“Si innamorò come ogni donna intelligente fa, come una cretina”. Flavia continuò a leggere e a rileggere queste frasi, fissando la luce bianca e accecante del computer, nella notte insonne. Chi le aveva dette? Non c’era scritto, ma erano state postate dal gruppo Rock del momento: gli “Stato Sociale” su facebook. La mano cliccò, quasi senza accorgersene, su mi piace (quell’infido, assurdo mi piace, collocato anche sotto gli annunci di funerali): milleduecento mi piace, centodieci commenti, trecento condivisioni e un certo Manfredo di Bari che commentava: ”Perché mai continuate a postare queste frasi del cazzo?? Credevo foste più anticonformisti”. A Flavia, invece, quelle parole piacevano, eccome.
Era stata al concerto affollato degli “Stato Sociale” al “Locomotiv Club”, con sua nipote, e li aveva apprezzati per la spregiudicatezza, la ribellione, la sincerità.
D’istinto, condivise il post sulla bacheca di Enzo. Avrebbe capito? Avrebbe ricordato e commentato? Molti cercavano di contattarla, di chattare con lei su facebook, soprattutto uomini: soldati americani di stanza in Nigeria, ufficiali del Texas operanti in Afghanistan, scrittori romani, liutai spagnoli, e una schiera di maschi d’ogni tipo, timidi o sfacciati, ignoranti o acculturati.
Ma lei avrebbe voluto avere contatti solo con Enzo, con Enzo… perché, sì, di lui si era innamorata come una stupida; ci era cascata come una pera cotta.
Flavia si alzò dalla sedia, stropicciandosi gli occhi, sgranchendo braccia e gambe, che al computer non teneva certo in posizione corretta. Un goccetto non le avrebbe fatto male, anzi l’avrebbe tirata su. “Sono come tutte le altre donne: bevo come un uomo”: questo aveva scritto Erica Jong, ne era sicura. Tracannò d’un fiato due bicchierini di bevanda alla liquirizia, la sua “anima nera”, che le aveva regalato la nipote, asserendo che fosse in grande auge. Sprofondando nella poltrona, intravide un’altra espressione che le piaceva- era la notte delle citazioni- attaccata su un foglio nella bacheca al muro, rimasta lì dai tempi dell’università: ”La giovinezza s’è rifugiata dentro di me”. Chi l’aveva detto? Ah, sì… De Chauteaubriand. Era proprio il suo caso ed Enzo era stato capace di ravvisarla questa gioventù trascorsa, che sfuggiva, a volte, fuori di lei, come una luce improvvisa.
Flavia tornò al computer, con la testa che girava leggermente, e scrisse una mail, non potendo più trattenersi: ”Enzo, Enzo, fuoco dei miei lombi, anima mia, eri sempre e solo il mio Enzo fra le mie braccia, nelle lunghe notti estive… Mortale ed immortale come me. Ti scrivo in questa maniera alla Nabokov, sperando che ti ricordi di me e che tu mi risponda..”. Poi, tolse tutti gli aggettivi possessivi perché erano troppi, anche se lui non se ne sarebbe mai accorto.
Si erano conosciuti in ambienti artistici, poetici, teatrali, attratti come calamite. Quell’ossuto ragazzo, altissimo, con lunghi capelli neri, a volte stretti in una coda di cavallo, amava dipingere e suonare il basso. Durante un corso di teatro, aveva scelto lei per confidarsi e sfogarsi, nonostante Flavia fosse molto, molto più grande. O forse proprio per questo. La prima volta l’aveva colpita quel suo modo di tirarsi i capelli dietro le orecchie e di annodare due volte un foulard intorno al collo, con un rapido gesto. Che matto il suo Enzo! Le raccontava di dormire su un materasso a terra, che spostava in continuazione, dal momento che pitturava sul pavimento, con colori o gessetti. E Flavia, incuriosita, era andata a casa sua per verificare di persona. Era stata lì la loro prima volta, a terra, a fare a lungo l’amore.
Poi, avevano parlato quasi fino all’alba. Enzo le aveva narrato dei vari lavori che aveva cambiato. Era stato cameriere, addetto ad una pompa di benzina, animatore in un villaggio turistico, magazziniere… e una volta si era dovuto fingere gay, per mesi e mesi, per poter essere commesso da “Igor”, libreria specializzata solo per omosessuali e transgender.
Era divertente stare con Enzo. La notte correva via veloce, (“La notte è il giorno che preferisco”, affermava Emily Dickinson), andando da un pub a un’osteria a una discoteca, senza mai fermarsi. E Flavia dietro la sua lunga ombra, fingendo di non avere il fiatone.
Risate, sospiri, piccoli litigi, gite per visitare qualche mostra d’arte… “E’ facile rimanere giovani: basta continuare a ripetere le stupidaggini della gioventù”, più o meno, questo l’aveva affermato Oscar Wilde. E Flavia si illudeva che fosse vero, che con Enzo potesse durare. Si erano frequentati per tre anni, non consecutivamente. Certe volte, Enzo era insopportabile, irrequieto, capriccioso, ma a Flavia piaceva così, e lo giustificava come artista un po’ folle.
Poi, lui, all’improvviso, era sparito. Aveva borbottato che aveva bisogno di cambiare aria, di viaggiare, di fare esperienze, da spirito libero.
Flavia era rimasta stordita, scombussolata, a terra. Quando tornava dall’ufficio, all’ora del tramonto, osservava dall’auto le strisce parallele e diagonali delle nuvole rosa-cinestrine e le sembrava che fossero righe su un foglio azzurro, dove fosse scritto il nome di Enzo, Enzo… proprio come una cretina.
Il problema era anche quello indubitabile di essere molto, molto più vicina di Enzo alla fine. Era in gran forma, ma si trattava di un dato anagrafico. Non c’era bisogno di scomodare Shakespeare per ricordare che la morte si annida di giorno in giorno nelle candele polverose, nelle ombre che camminano, nelle favole narrate con furore che non vogliono dire nulla, nelle recite istrioniche che sono sulla scena del mondo e poi non ci sono più… La metafora del teatro era adatta per lei e per Enzo.
Un piccolo suono richiamò Flavia all’attenzione. Era appena arrivata una nuova mail. Aprì col cuore a mille.
“Micetta mia, sei sempre la migliore… Hai fatto bene a scrivermi. Sono in Irlanda- una delusione assoluta- e solo ora sono riuscito a recuperare un computer. Ho una gran voglia di tornare in Italia, e di volare con te di qua e di là… Ho saputo che gli Stato Sociale stanno per dare un concerto vicino casa mia: ci andiamo insieme?”
Flavia recuperò a fatica il respiro, con le guance accaldate, e pensò: “L’ha detto chi l’ha detto, o lo dico io: “Dopo una seconda vita, ce n’è una terza e poi una quarta””, e io le voglio vivere tutte.

 Serenella Gatti Linares

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