Una cuffia da “scuffia”- Serenella Gatti Linares

tuareg- fuoco di bivacco

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“Scosta un po’ la cuffia dalla faccia”, disse un giorno. “Scostare la cuffia, signore?”, ripetei stordita, “e perché?”. “Perché io possa ritrarti meglio”, rispose.
Ero seduta accanto al letto di mio padre in ospedale, con tanti pensieri per la testa. Ci andavo ogni giorno. Da quando era morta mia madre, qualche anno prima, toccava a me badargli e non era impresa facile. Lui sarebbe rimasto un autoritario, fino all’ultimo dei suoi giorni. Essendo tale, aveva preservato gli organi interni, ma un inaspettato quasi infarto aveva minato la sua sicurezza. Si rifiutava di mangiare il cibo dell’ospedale e dovevo perfino portargli l’acqua da casa. Dovevo preparargli ogni giorno qualcosa che gli stuzzicasse l’appetito; in particolare, il semolino che gli piaceva tanto, con molto formaggio sciolto dentro.
Per fortuna, era capitato che il suo vicino di letto fosse un artista di mezz’età molto simpatico e attraente, con alcuni problemi di cuore. Ma non immaginavo che avrebbe fatto fibrillare il mio.
Io lo chiamavo “signore”. Lui mi aveva soprannominato “la piccola fiammiferaia”. Avevo solo diciott’anni. Quell’inverno andava di moda una cuffia di spessa lana bianca a trecce, annodata sotto il mento con un grosso bottone. Da questa sfuggivano la frangia e i lunghi capelli neri e ondulati, ribelli. Quell’anno c’era un grande freddo a Milano. La neve era scesa abbondante, ricoprendo tutto con la sua essenzialità, come in un mondo di sogni. Io tenevo in testa la mia cuffia anche nella camera d’ospedale. Appena si sentì meglio, Sergio cominciò a farmi un ritratto a tratteggio in bianco e nero, stando nel letto stesso. Seppi che era un professore di disegno all’ Accademia di Belle Arti di Urbino.
La degenza si protrasse per settimane. Facemmo amicizia, piano piano si sciolse il ghiaccio fra noi, che era soprattutto il mio. Ci demmo del “tu”, nonostante lui avesse più del doppio dei miei anni. Parlammo un po’ di tutto, mentre Sergio ultimava il mio ritratto. Io frequentavo il primo anno di Lettere e Filosofia. In breve, mi presi una bella “scuffia” per lui, come si diceva nel gergo d’allora.
Mio padre non parlava mai, ma apprezzava la compagnia e sembrava approvare la nostra intesa. Ma non riuscì a uscire vivo dall’ospedale.
Da molti decenni il ritratto che mi fece Sergio è appeso nella mia casa. Mi fa tenerezza, quando lo guardo. Noto gli occhi chini, ombrosi, timidi, e il libro in mano. Com’ero ingenua a quel tempo!
Quando uscì dall’ospedale, Sergio venne a vivere nel mio appartamento. Soffriva ancora per una recente vedovanza, e aveva due figli grandi. Dal disegno del viso ai numerosi bozzetti di me nuda il passo fu breve. Mi vergognavo un po’, ma Sergio affermava di comportarsi in nome dell’arte.
E’ stato dopo l’aborto che gettai via tutte le sue opere, ad eccezione del ritratto in ospedale. L’andai a fare sola sola a Zagabria, perché in Italia allora era illegale. Sergio si rifiutò di avere un figlio di cui avrebbe potuto essere nonno e preferì tornare ad Urbino, dai suoi figli e allievi. Lo odiai tanto per questo.
Ebbi una lunga depressione. Una parte di me era giovane, piena di voglia di ricominciare a vivere. Un’altra si era messa entrambi i cuscini- come faceva mio padre in ospedale- sotto gli scuri capelli scarmigliati, per non alzarsi più dal letto. Gli acidi risalivano dallo stomaco alla bocca. Me ne stavo giornate intere al buio, sparpagliata, spezzettata nel letto matrimoniale troppo grande per una persona sola. Non desideravo uscire, non mi curavo più.
Furono le amiche ad aiutarmi e le prime supplenze a scuola. Fu una mattina di marzo a sbloccare la situazione. Aprii la finestra ed era tutto un pullulare di giallo, insetti, vento tiepido. Ma fu il viaggio che mi regalai nel deserto sahariano a cambiare la mia visuale della vita.
Qui imparai a tenere conto solo dell’essenziale, eliminando la zavorra. I Tuareg di notte accendevano fuochi con piccoli legni, che non so dove trovassero. Le stelle nitide e luminose di notte; i paesaggi infuocati del tramonto sulla sabbia dorata; i profumi come quello degli alberi di cocco: tutto mi faceva pensare alla possibilità di vivere in modo diverso e migliore, con leggerezza, dando il giusto peso alle cose, ricercando la felicità. Imparai ad ascoltare il silenzio. Feci provvista di sensazioni indescrivibili che portai via con me.
Non fui più la stessa. La bambina fragile che ero stata, la diciottenne timida e stordita era diventata un’anima affamata di Bellezza, che da allora non ho mai smesso di ricercare e di alimentare.

Serenella Gatti Linares

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2 pensieri su “Una cuffia da “scuffia”- Serenella Gatti Linares

  1. Bellissimo articolo, Serenella, mi ci sono ritrovata in tante sfumature…anch’io avevo una cuffia bianca a trecce con chiusura a bottone sotto il mento, ma la usavo solo quando andavo in montagna… E poi , quanta fatica per cercare di eliminare la zavorra!! E la ricerca della Bellezza ..speriamo veramente che possa salvare il mondo

  2. Speriamo davvero! Uno dei metodi è l’amicizia fra Donne, che pongono un argine alle barbarie del mondo. Grazie per il commento al mio racconto breve.

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