Carmelo Musumeci – Terza e quarta parte. Diario di un ergastolano

korneel detailleur
Korneel Detailleur.

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 Terza parte

 L’attesa è finita

Caro Carmelo credo che il miglior metodo per lottare e sopravvivere lo abbia trovato lei da se, scrivendo bellissime pagine. Seguiti a scrivere, a far conoscere la vita e i sogni, se ci sono ancora, di un ergastolano, far conoscere quanta umanità si può trovare in carcere e quanta cattiveria fuori.

(Margherita Hack)

I filosofi dicono che le cose belle accadono solo a chi sa aspettare.

E io credo sempre a quello che dicono i pensatori, ma a volte anche loro si sbagliano.

Finalmente mi arriva la risposta che tanto aspettavo.

Ed è negativa.

Dopo due anni e mezzo d’attesa anche la magistratura di sorveglianza di Padova mi conferma che uscirò dal carcere solo da morto.

E mi chiedo perché ci hanno messo tutto questo tempo a decidere.

Poi rifletto che i buoni sono proprio strani.

Ed io proprio non li capisco.

Probabilmente non li comprendo perché io sono cattivo.

Adesso dovrò riprendere l’abitudine di pensare di nuovo da uomo ombra.

E rileggo per l’ennesima volta questa lettera di Tiziana:

 Una sola cosa sento di non potere condividere di ciò che mi scrivi, certamente non per spirito di contraddizione, né tanto meno per smorzare la verità di ciò che sei costretto a subire. È solo che quando parli di speranza e la equipari al “veleno” che avvelena pian pianino la tua vita, io non riesco a condividere con te questa convinzione. Capisco il senso e il motivo per cui parli così: cioè come se la speranza fosse il respiratore che costringe un corpo a restare in vita. Ma io credo che il veleno di cui parli sia la frustrazione della speranza. Allora, mentre la speranza abita la tua anima bellissima e di lei devi fidarti ed esserne fiero, la frustrazione della speranza non proviene da te, né dalla tua responsabilità, né dalle tue scelte. La speranza è la tua stessa vita, i tuoi affetti, quelli per i quali hai il coraggio di rappezzare ancora una volta il cuore rinunciando a gesti decisi nello sconforto, ma del tutto inefficaci. Ti chiedo di continuare a scrivere, di non fermarti nel far sapere, a noi che siamo qui ignari di tante cose, ciò che vivi e vivete. Il dono di scrivere che hai non è di tutti. Parla e racconta non solo per te, ma per tanti.

Tutte le volte che rileggo questa lettera scrollò la testa pensando che per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, ma gli uomini ombra non possono sognare.

Possono solo sopravvivere.

Sopravvivere purtroppo non è come vivere.

E non è neppure come morire.

Poi per tutto il giorno il mio cuore mi sussurra di dimenticare il mio passato perché ormai per me tutto è finito.

E mi consiglia di vivere vivo solo le emozioni dei miei figli e dei miei nipotini perché io non ne avrò mai più.

Alla sera telefono alla mia compagna, che mi aspetta inutilmente da ventiquattro anni.

E le dico che l’attesa è finita.

Poi negli ultimi secondi di quei miseri dieci minuti di telefonata che ci concedono faccio in tempo a dirle che il suo amore è tutto quello che mi è rimasto di lei.

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julie van wezemael

Julie Van Wezemael.

Quando aspetti una risposta che ti può salvare la vita e donare l’amore che ti è mancato per un quarto di secolo, stai disteso sulla branda a fissare il soffitto della tua cella tutto il giorno

da Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com 

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 Quarta parte

Dopo l’ultima risposta negativa della magistratura di sorveglianza per la prima volta in ventiquattro anni di carcere mi viene voglia di arrendermi, ma non lo fa il relatore della mia tesi di laurea in giurisprudenza, il prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale dell’Università di Perugia. E come mio difensore mi inoltra al Tribunale di Sorveglianza di Venezia la richiesta di “collaborazione impossibile”.

Da quando sono in carcere ho sempre amato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma non ho mai barattato la mia libertà con quella di qualcun altro.

E non ho mai usato la giustizia per uscire dal ventre dell’Assassino dei Sogni.

Inaspettatamente il Tribunale di Sorveglianza di Venezia mi “Accerta l’impossibilità da parte di Musumeci Carmelo di un’utile collaborazione con la giustizia in ordine a tutti i delitti oggi in esecuzione”.

E da uomo ombra divento un uomo penombra, con la speranza di rientrare di nuovo dentro la famiglia e la società.

In questi giorni sto pensando che la pena dell’ergastolo è peggiore della morte perché questa dura di meno ed è più semplice.

La morte libera il cuore e l’anima, mentre il carcere a vita te li divora, fino a che non resta più traccia di un essere umano in te.

Credo che la pena dell’ergastolo sia un dolore eterno che non solo fa soffrire chi lo subisce ma umilia tutta l’umanità.

Dopo la condanna il mio cuore aveva subito smesso di vivere, ma non certo di farmi male.

E sinceramente in questi ventiquattro anni di carcere molte volte ho meditato di lasciarmi andare e di appendere il mio collo alle sbarre della finestra della mia cella, perché non vedevo altra via di fuga.

L’ho pensato soprattutto nei momenti di debolezza, quando mi sbattevano nelle celle di punizione e in isolamento. Quando i giorni trascorrevano lenti, giorno dopo giorno senza un libro da leggere e una penna e un foglio di carta per scrivere.

Pensandoci bene credo che se ho continuato a vivere l’ho fatto solo perché non volevo far morire il mio amore con me.

La vita di un ergastolano è sempre terribilmente troppo lunga, invece la morte è a portata di mano e in un attimo ti può dare la libertà, la serenità e la felicità.

Forse molti non sanno che il metodo che normalmente usa un prigioniero per togliersi la vita è semplice. Prepara una fune che può essere presa dalla cintola di un accappatoio o dai lacci delle scarpe o direttamente strappando delle lenzuola.

Poi prepara il cappio.

E lo fa passare intorno alle sbarre della finestra.

Dopo non rimane altro che salire su uno sgabello.

Infilare il cappio in testa.

E farlo scivolare sul collo.

Poi viene la parte più semplice perché non rimane altro che dare un calcio allo sgabello.

Il carcere suscita spesso false speranze, forse per questo ho sempre pensato che non ce l’avrei mai fatta a morire un giorno da uomo libero.

Ed io ci ho pensato tante volte e togliermi la vita.

Molte volte ho persino preparato la fune con il cappio.

E alcune volte sono arrivato persino ad infilarmelo al collo.

Non sono mai riuscito però, per fortuna o per sfortuna, a seconda dei punti di vista, a dare il calcio a quel cazzo di sgabello.

E adesso sono felice di non averlo fatto, perché con la decisione del Tribunale di Sorveglianza sono ritornato a sperare che potrei un giorno uscire senza mettere in cella un altro al posto mio.

Carmelo Musumeci

www.carmelomusumeci.com

Continua

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julie van wezemael

Julie Van Wezemael.

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3 pensieri su “Carmelo Musumeci – Terza e quarta parte. Diario di un ergastolano

  1. grazie, molto coinvolgente, dato che lo è il “tema”.
    Cara Ferni, tu che lo sai: puoi dirmi di che delitto è accusato Carmelo Musumeci? Io non lo so o semplicemente non lo ricordo,confesso.Un abbraccio lucetta

  2. se ti interessa, cara Lucetta, puoi trovare tutti i dati che lo riguardano in rete e nel suo sito, che sempre citiamo, oppure in un’intervista che lui ha rilasciato http://www.agoravox.it/Intervista-all-ergastolano-Carmelo.html

    http://www.giornalesentire.it/2008/aprile/1765/carmelomusumecistoriadiunmal-vivente.html

    e infine questo, visto che in rete tutto resta tracciato: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/10/23/attacco-alla-piovra-nel-cuore-della-toscana.html
    Se inoltre vuoi scrivergli, posso farti sapere come, attraverso la sua tutor che con noi collabora per tenerci in contatto con Carmelo.f

  3. Pingback: Carmelo Musumeci – Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra- Ottava parte | CARTESENSIBILI

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