Il labirinto di Narciso. Sade e Nietzsche nei simulacri di Pierre Klossowski” di Guido Brivio- Lettura critica di Francesco Roat

balthus -nude before a mirror

Balthus -Nude Before A Mirror

 

Nel suo ultimo saggio, “Il labirinto di Narciso. Sade e Nietzsche nei simulacri di Pierre Klossowski” (Moretti&Vitali), Guido Brivio − studioso di estetica e pratiche filosofiche, che svolge la sua attività d’insegnamento e ricerca presso l’Università di Torino − vede giusto presente nell’eccentrico intellettuale francese novecentesco (erede, ad avviso dell’autore, sia della tradizione platonica: per cui la verità prescinde da ogni codice/paradigma, sia della cosiddetta svolta linguistica: per la quale verità e linguaggio coincidono) il dramma dell’uomo tardo moderno, ossia: “la crisi della rappresentazione, la dissoluzione dell’individuo nell’immagine così come nel gioco della coppia senza originale”. Nell’ottica di Klossowski il pensiero è dunque pensiero del simulacro ed il filosofo sadiano risulta scellerato in quanto accetta di essere lo specchio di certe “intensità” e di costituire con la propria parola/scrittura una mera rappresentazione, riducendosi pertanto egli stesso a simulacro.
Sade però aspira a incarnare al contempo un “contro-codice” che esprima l’irriducibilità propria della perversione, da considerarsi anormalità solo in quanto ribellione nei confronti di ogni norma regolativa (comportamentale o concettuale). Anzi la passione perversa sadiana, essendo irrazionale o meglio pre-razionale, secondo Klossowski risulterebbe anteriore a ogni codificazione logica ed esprimerebbe l’appartenenza al caotico ed extramorale ambito divino-dionisiaco, del tutto altro rispetto al Dio giudaico-cristiano: creatore del cosmo e dell’etica, cui l’anarchico Sade si contrappone strenuamente. Nondimeno, sottolinea condivisibilmente Brivio: “Ogni volta che si slancia in avanti per distruggere il codice, la perversione non fa che ricadere all’indietro confermando quel codice stesso”. In conseguenza di ciò, come il/ogni linguaggio non può evadere dalla rappresentatività entro cui è costretto a declinarsi, così la/ogni perversione si realizza solo trasgredendo la norma, ovvero riproducendo una sorta di paradossale ma codificata anti-norma.
Comunque, per Klossowski, il gesto/racconto perverso sadiano che intende porsi come extralinguistico − rimanendo pur sempre rappresentazione –, oltre a essere “trascrizione impossibile” delle intensità alogiche, diviene sì il simulacro di tali forze; tuttavia, nell’assumere una veste sovra individuale o ultrasoggettiva, si risolve in un oltrepassamento che sembra tradursi in ineffabile esperienza estetico-estatica. Ma l’atto davvero scandaloso di Sade – sottolinea Brivio – consiste nel progetto dissacrante teso a: “dissolvere l’anima” attraverso la negazione della spiritualità umana; e mediante la consapevolezza apatica che ogni dire/fare altro appunto non è se non simulacro. L’autentico discepolo sadiano, allora, avrebbe ben poco a che spartire con l’esasperata ricerca del piacere erotico fine a se stesso, esprimendo semmai − la sua − una voluttà/velleità ben ulteriore: giungere a cancellare l’ego eliminando la coscienza. Ciononostante, lo pseudo-asceta sadiano non giunge mai “all’innocenza del divenire”, nota ancora Brivio, e resta incarcerato nella prigione di un io-corpo che cerca, nel contatto con altri soggetti e altri corpi, di affrancarsi invano da essa e dalla rappresentazione che ogni gesto/slancio sadico non fa che ribadire.
Seconda figura cardine dell’eterodossia occidentale esplorata da Klossowski/Brivio è quella di Nietzsche, colui il quale ha proclamato la morte di dio ovvero l’inconsistenza di ogni fondamento o verità filosofica assoluta. Nietzsche: l’uomo del disincanto, per cui tutto è interpretazione/rappresentazione e non esistono oggettività e/o dati/fatti indubitalmente certi cui ancorarsi. Vale la pena citare un frammento tratto dal “Crepuscolo degli idoli”. Quando: “Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente?…”– si/ci domanda il filosofo di Röcken, per rispondere senza indugio − “Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!” Cosa aggiungere a questo straniante disvelamento se non che l’esser consapevoli del mondo in quanto favola ci consente da un lato di cogliere l’onnipresenza/onnivalenza della rappresentazione, e da un altro di comprendere come tale “gioco” non sia eludibile.
La caduta dell’illusione fondativa di una filosofia supponente, vista solo come Metafisica con la iniziale maiuscola, implica quindi non solo per Nietzsche ma per tutti noi l’adesione/accettazione della necessità di un tale venir meno. È l’amor fati nicciano che consente però una ben diversa meta-fisica, intesa: “come oltrepassamento dell’origine empirica e soggettivamente radicata della vita singola”. Poiché il nostro io mutevole di continuo “muore e rinasce” e forse il suo statuto è quello circolare dell’eterno ritorno a cui il filosofo tedesco accennava con parole poetico-metaforiche. Ma in questo circolo possiamo cogliere − come osserva Brivio – due sensi di percorrenza. Quello orario, dove l’identità si dissolve nella moltiplicazione delle maschere tramite le quali il soggetto appare/si manifesta a sé e agli altri; e quello antiorario, dove l’io, percorrendoli a ritroso, dissolve/cancella tali simulacri identitari, disentificandosi da essi. Ecco, di conseguenza: “la possibilità del superamento del soggetto e della rappresentazione”.
E qui può avere anche luogo una cognizione altra, che equivale a un sentire in grado di trovar finalmente un senso all’esistere (al Dasein o esserci, per dirla con Heidegger), senza più urgenza di spiegarlo/piegarlo concettualmente con la protervia del logos. Solo allora l’interpretazione viene finalmente sospesa in una sorta di magnanima disponibilità e accoglienza rispettosa/amorevole verso ogni cosa, ambito o persona. Così, far tacere la parola saccente è dar voce all’amore nei confronti dell’altro, rinunciando: “a quella glorificazione dell’io che è in ogni comprensione”.
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Francesco Roat

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cover

Guido Brivio, Il labirinto di Narciso. Sade e Nietzsche nei simulacri di Pierre Klossowski”- Moretti&Vitali 2015

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