Il muro – di Mauro Sambi

amparo sard

Amparo Sard

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Io il muro ho cominciato a costruirlo molto presto. Sarà che il muro c’era davvero a Pola, in Titogradska 20: al di qua il giardino incantato, la selva incolta, l’isola di Alcina dei miei giochi solitari, al di là il mondo dei drusi, [1] di cui sentivo maledire gli antenati da parte del nonno, che pure aveva scelto di restare. Non c’erano miei coetanei nella via, o più grandi o più piccoli, una sola volta li ho fatti entrare tutti, ancor prima di cominciare ad andare a scuola, e ricordo confusamente la loro curiosità di quel “dentro le mura” fiabesco e solitamente inaccessibile, lo scherno per la mia lingua strana trattenuto pur di soddisfarla, la mia curiosità di loro, la comunicazione un po’ a parole un po’ a motti, io il croato ho cominciato a farfugliarlo solo a scuola… Dentro le mura c’erano i nonni e l’Eldorado dei loro racconti – da piccolo ho vissuto in una specie di Primo Novecento senza tempo, in un perpetuo crepuscolo che era quello del giardino illuminato dal fanale appeso all’angolo della vecchia casa asburgica rimasta perennemente incompiuta, monumento al destino del secolo in quella città. Nebbie mitteleuropee si stemperavano nella luce adriatica. I nonni saltavano il tempo “sotto l’Italia”, troppo vivo, troppo vero, troppa miseria – andavano al mito dell’Austria, della Defunta, quello ereditato dai racconti dei bisnonni, magari nel villaggio austriaco in cui nel 1917 era nata la nonna, tra sfollati – e il mio era un mito al quadrato, ma siccome ci vivevo dentro, ci crescevo dentro, quella era la realtà. Il destino stava nel particolare connubio tra l’atmosfera che si respirava nella loro casa, cuore pulsante della mia infanzia, e la greve pesantezza della vita pubblica, tutta intruppata in un’ideologia alla quale nessuno credeva più, ma che bisognava formalmente rispettare, tra arrivi di Tito sventolanti di bandierine e canzoncine, riti di partito, giuramenti di piccoli pionieri e giovani socialisti, arida dottrina. A casa, nei ricordi vivi loro e dei loro amici, si parlava di un mondo che era fisicamente lo stesso mio mondo (la stessa città, le stesse vie con nomi diversi, lo stesso mare), ma che al contempo era radicalmente altro, affondava in un passato leggendario, mitico anche perché tempo della loro infanzia e della maturità dei loro genitori, cioè tempo dell’origine del mondo. Quei racconti dimostravano con la loro semplice evidenza che c’era stato un passato diverso e più vasto di quello ufficiale, che un altro mondo era stato possibile e quindi era ancora possibile, di fronte alla retorica dell’inevitabilità della Storia che ci veniva propinata con un’insistenza pari solo all’ipocrisia. Solo con la maturità e con lo studio sarebbe venuto un giudizio più distaccato di quelle favolose origini. Quando ho cominciato a mettere il naso fuori di casa per andare a scuola, fuori dunque c’era un mondo che non collimava con la mia Gerusalemme Celeste, che non la considerava, che non ne sapeva niente e non voleva saperne niente. Non a scuola, beninteso, o almeno non in orizzontale, allora più o meno tutti in classe erano come me, saldamente monolingui, tutti coi loro miti domestici che affondavano le radici oltre il Trauma della storia, tutti più o meno indifferenti alla pappa ideologica che ci veniva somministrata fin dalla tenera infanzia, così palesemente indigeribile perché così palesemente irreale, opposta alle nostre esperienze, alle memorie sovraindividuali nutrite in casa, ai nostri sensi che già così presto sentivano e percepivano. Ma fuori, tra casa e scuola, sì.

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I mattoni del muro. Primo mattone: una sassaiola organizzata e gestita da un mio poco più che coetaneo, tra la fermata dell’autobus al Cimitero della Marina e la casa di siora Pina e Nando, un Siniša o un Mile o un non so come, che capitanava una squadretta di mocciosi, io in prima elementare, loro forse in seconda o in terza, e giù a rincorrermi a suon di sassate e di grida “Talijan, fašista!” [2] e io a correre terrorizzato, senza fiato, per riuscire ad entrare “dentro le mura”, benedette mura! Ho ritrovato quel me stesso bambino anni dopo in una poesia di Giudici [3]: Credo che fosse la sola scappatoia – travestirsi. / Perché, nessun dubbio, non ero dei loro. / Identificabile a vista, basta / Che passassi per via – eccolo / Dicevano subito. /Esposto stefano protocristiano / E lì i sassi a portata di mano. Per anni un mio incubo ricorrente è stato questo: sto correndo verso il cancello d’ingresso sovrastato dalla nuvola biancoverde del grande rosaio rampicante, e a mano a mano che mi avvicino perché un pericolo incombente sta per ghermirmi e so di potermi salvare solo entrando, una forza misteriosa e incoercibile mi frena le gambe e io rallento, rallento…. Solo tanti anni dopo ho capito che non poteva essere farina del loro sacco, che erano vittime inconsapevoli, incatenati in una narrazione ortogonale a quella in cui respiravo io.

Secondo mattone: alle Istarske Knjižare [4] ai Giardini chiedo di comperare un quaderno o un libro o non so che altro e la commessa mi rimprovera brutalmente perché lo sto facendo in italiano; c’era evidentemente qualcosa di sbagliato in me, conficcato in me alla stessa profondità abissale della radice della lingua che m’era stata data, con la quale misuravo il mondo, qualcosa di cui dovevo vergognarmi, che avrei dovuto, per educazione, per senso d’opportunità, dissimulare (il senso di immensa, gioiosa libertà, tanti anni dopo, nel 1987, mentre sto andando alla Questura di Venezia a fare il primo permesso di soggiorno da straniero in Italia, a sentire tutti, per le strade, nei negozi, negli uffici, che parlano come me…)

Terzo mattone, forse il più insidioso: il giorno di Natale dico in classe che è Natale, e la maestra M* mi rimprovera ferocemente, alzando istericamente la voce, dicendomi che “queste cose non esistono più!”. Il rimprovero veniva dalla stessa fonte dei sassi e dell’umiliazione pubblica nella cartoleria, era la parola d’ordine di chi faceva le regole, ma era arrivata fino al primo cerchio, alle stanze interne, all’aroma di abete che fa tutt’uno con l’infanzia più profonda, effuso nella sala da pranzo della vecchia casa dalla grande stufa di maiolica accesa solo a Natale, poiché lambiva e deformava irreversibilmente la maestra tanto amata innanzitutto perché era stata anche la maestra di mio padre, e dunque affondava almeno un poco, per quanto imperfettamente, in quel passato incommensurabile che dava stabilità a noi piccoli sbalestrati dalla Storia più grande di noi. Per anni, periodicamente, mio padre mi avrebbe minacciato di trasferirmi alla scuola croata se non avessi smesso di rifiutarmi pervicacemente di parlare la lingua.

Il muro poi non è mai crollato davvero, anche perché molto presto mi sarei perso in mondi paralleli di letture e di musiche che non riuscivo a condividere (e la sofferenza di quella mancata condivisione penso che mi abbia segnato a vita), le poche amicizie erano tutte rigorosamente confinate dentro la scuola, e dunque sono arrivato a fare il militare in Macedonia dovendo, all’inizio, farmi ripetere ogni volta gli ordini per capire esattamente cosa si voleva da me. Il mio croato era quello delle poche ore alla settimana a scuola, libresco, sterilizzato. Sono forse il caso più estremo della mia generazione, paragonabile solo ai vecchi – a mio nonno, che non ne ha mai appreso neppure i rudimenti, o alla zia Palmira, che al mercato aveva chiesto “molim kilo groblja” [5] perché voleva un po’ d’uva. Ed è quel misero bottino che dall’87 in poi ho cominciato a dilapidare sempre più irreversibilmente. Eppure senza quella biforcazione originaria io non sono io, e solo arrivando a un soffio dall’estinzione completa di quella geminazione ho capito – un’illuminazione, una fulminazione, un terrore – che stavo perdendo qualcosa di essenziale, e che averlo compresso e rimosso per tanti anni è stato la molla di tante rimozioni e di tanti letti di Procuste cui mi sono costretto per far le cose “per bene”, senza scarti e senza resti.

***

In tutti questi anni non ho mai smesso di coltivare l’amicizia per I*, di qualche anno più giovane di me, figlio di amici dei miei, amico d’infanzia, ma ancor di più amico d’ora e di sempre. Per lui, che con estremo garbo e sensibilità mi accompagna a distanza nella mia lenta e intermittente ripresa del croato, ho scritto:

 

 

D’ALTRA PARTE

a I.

A lungo, forse troppo a lungo sono
stato chiuso in una lingua tra due
mondi, costringendone un’altra a un suono
soffocato, sconoscendo le sue

sante ragioni, forse perché un cuore
solo è uno spazio troppo esiguo per
perimetrare l’enorme interiore
duplicità che ne viene – e saper

restare in equilibrio, nonostante
tutto… Ebbene, tu per poco tornato
intensamente prossimo –importante
da sempre, ora più prezioso– mi hai dato

la chiave di quella metà assopita
nel nulla risvegliandone la vita.

 

 ms

 

 

[1] Da “druže”, vocativo di “drug”: compagno.
[2] Italiano, fascista!
[3] Gli stracci e la santità, ne Il ristorante dei morti (1981)
[4] Librerie Istriane
[5] “Per favore, un chilo di cimitero”. Groblje = cimitero, grožđe = uva.

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amparo sard

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3 pensieri su “Il muro – di Mauro Sambi

  1. Questo breve testo racchiude moltissimo. Penso a tutti i bambini lacerati tra la lingua e le tradizioni parlate dentro le mura e la lingua degli altri, della scuola, dei fortunati che hanno vita più stabile, lineare, garantita. Penso alle nicchie che sono costretti a scavare.

  2. ho letto con rammarico, per certi comportamenti umani che davvero sono segno di povertà interiore, e con partecipazione la tua storia, vissuta con la “forza” di un bambino ma anche con l’energia della visionarietà che si trasforma in intuizione potente e salvifica e getta le basi dell’anima che, più tardi, si svelerà essere magnifica. Grazie di questo percorso, difficoltoso, accidentato ma che ha in sé dei prodigi nei suoi risvolti sofferti e luminosi insieme.Quanto alla lingua credo, sempre di più ormai, che sia il nostro frutto prodigioso, non quello dell’abecedario che ci portiamo da scuola soltanto, piccoli sassolini che ci spingono ad aprire il suolo, non la suola delle scarpe, e vedere una terra interiore magistrale.
    ferni

  3. Grazie a te Ferni come sempre dell’ospitalità e di tutto, e tanti cari auguri di buona Pasqua a te e a tutto il gruppo di CS. m.

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