PREDILIGO LA CALLAS- Serenella Gatti Linares

wexford opera festival

wexford opera festival.

Il Festival dell’Opera di Wexford, piccola città di mare a un’ora e mezza di auto da Dublino, non ha mai cambiato anima nei suoi cinquantotto anni di vita.
E’ per questo motivo che mi piace ed ogni anno accetto l’invito di partecipare all’appuntamento autunnale, in qualità di esperto di musica operistica del Teatro Regio di Parma. Il mito del melodramma italiano ottocentesco all’estero persiste. La mia prediletta è sempre stata Maria Callas, anche oggi durante il viaggio ho ascoltato guidando la sua voce melodiosa, ricca e densa di timbri e di interpretazioni attoriali. Intanto gettavo sguardi sulla campagna irlandese, sulla soffice erba dalle decine di sfumature di verde, ricoperta di nebbia azzurrina. Osservavo le mucche pascolare tranquillamente e questa visione mi rasserenava. Non mi sento molto bene in questo periodo.
La prima cosa che ho rivisto a fianco della lunga strada è stato il mare, un’altra motivazione per cui amo ritornare a Wexford. Mi hanno accolto le casette basse e grigie addossate l’una all’altra, come se si proteggessero e le strette viuzze medievali spesso spazzate dal freddo vento marino, in cui si rincorrono donne, uomini, topi e non soltanto…
Da cinquantotto anni questo Festival non ha mutato spirito e sembra impossibile a me, che ne ho quasi cinquantaquattro e che ho cambiato tante personalità dentro in questo lasso di tempo e che ne sto ancora cercando una, quella più autentica.
Nell’ospitale e lindo alberghetto, dove regolarmente prenoto, ho adoperato il minimo di parole- il mio inglese non è molto ricco- per controllare nella hall la prenotazione a nome: Gaetano Ferretti. Subito mi sono recato esausto nella mia camera, sempre la stessa, di fronte al mare. Finché c’è stata luce ho ammirato le onde che si alzavano in spruzzi bianchissimi sulle scogliere, nella spettacolare vista sul porto, poi si è lentamente alzata una pallida luna.
Mi sono tolte le scarpe e la cravatta, ho aperto il frigo-bar e me ne sono stato impalato di fronte alla finestra, con un whisky ghiacciato in mano, troppo stanco per svestirmi, mentre la televisione era accesa al minimo. E poi ho pensato a lui, lui e sempre lui, che non riesco a cacciarmi dalla testa. Ho scritto tanto su Guido o l’ho solo pensato. Come esprimere tutto l’amore e il dolore e l’emozione e il tormento e la paura che lui non mi telefoni più…
Sono andato in bagno, mi sono lavato il viso con acqua fredda e l’ho osservato allo specchio. Due buchi sempre più incavati di giorno in giorno in mezzo alle guance: è un tipico segnale, dicono.
Dicono tante cose, ma raramente la verità. Per quanto io lavori in un mondo intellettuale non è mai stato facile dichiarare apertamente la mia omosessualità. Ai miei genitori non l’ho mai confidato, ma forse mia madre ha capito senza parole. Con mio padre litigo spesso. Vivo ancora in casa con loro, ma sono molto anziani e malati.
Di Guido mi sono preso proprio una bella scuffia, da tanto tempo non mi succedeva. Mi sono innamorato per quel suo modo di guardarmi durante il nostro rapporto sessuale. Avvenne subito, quando lo conobbi in quell’area industriale dismessa e periferica, di notte. Guido è un camionista triestino, più giovane di me, ha bicipiti sviluppati ed è sposato.
Secondo me, è uno dei tanti, che nasconde dietro la facciata del matrimonio i suoi desideri più profondi. Lui afferma di no, dice che è un uomo. E allora perché è venuto con me e perché il suo sguardo era colmo di tanta tenerezza? Riesco ad innamorarmi soltanto di uomini sposati, forse perché mi piace entrare in gara con le mogli e dimostrare a me stesso di potercela fare. Non odio le donne, ho delle amiche, ma certo non mi piacciono, non in quel senso.
Guido mi ha detto di avere bisogno di un mese, per decidere se continuare o meno la relazione. Sono trascorse tre settimane. Gliel’ho confidato di essere sieropositivo.
Ora che sono di fronte a questa finestra buia a Wexford, in una notte che sembra non finire mai, mi tormento nel pensare a cosa deciderà Guido, al termine della settimana del Festival dell’Opera.
Di giorno in giorno le mie speranze si affievoliscono. Se non riuscirò a dormire qualche ora, non sarò affatto in forma domani al Convegno. Mi saranno comunque utili questi giorni di pausa, di riflessione, di calma. Forse tutto ciò che doveva accadere è già accaduto.
Il vento proveniente dal mare trascina molte foglie larghe e marroni a sbattere e a picchiare contro i vetri. Devo ricordarmi di dire domani al portiere che si occupi di pulire il viale del giardino.

Serenella Gatti Linares

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