I corpi e le cisterne di Anna Bergna – Una nota fuori norma- fernanda ferraresso

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Quando leggo, solitamente lo faccio in silenzio, oppure ascolto brani di musica sacra, Arvo Part è tra i miei preferiti, regala ai corpi, carichi dell’orrore quotidiano, strappati dalle tante unghiate che gli affari, il lavoro e spesso le relazioni, con chi dovrebbe comprendere le difficoltà, di fatto ci rendono ancora più grave e difficile lo sforzo di non cadere, qualcosa che li aiuta a non cedere, che li aiuta a vivere. La sua musica riesce ad avere in sé sempre la vita, il fiato della natura, non solo la lievità dello spirito. Così, leggendo di Anna Bergna l’ultima pubblicazione, I corpi e le cisterne– LietoColle 2015, ho avuto una grande sorpresa. Part, che stavo ascoltando ancora prima di iniziare a leggere, sembrava essere diventato la colonna sonora di un film incredibilmente crudo e nudo, vivo proprio per non portare nessun orpello descrittivo, che la capacità di regia di Béla Tarr adattava alla lettura di Bergna dentro il cuore dell’inquadratura cinematografica stessa. Si stava creando una simbiosi perfetta. Parlo di Sátántangó di Béla Tarr. Incredibilmente le cose si sono unite in una sintesi particolare. Lo riporto e ripropongo perché, così come è capitato a me, può ripetersi in altri lettori, perché a volte, più delle parole su altre parole, servono queste tessiture che il caso produce. Sarà poi così? Credo che nulla avvenga a caso ma tutto abbia e sia un grano dell’ingranaggio complesso in cui ogni parte, anche minima, non è mai trascurabile o eliminabile.

A voi la possibilità di confutare e registrare le vostre impressioni in merito.Buona lettura, ascolto e… visione!

 fernanda ferraresso

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béla tarr- satantango foto di scena

bela tarr- foto di scena il cavallo di torino

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da I CORPI E LE CISTERNE, di Anna Bergna
Parte Prima – Corpi

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I –

Domande insolubili annegano
in un’amara colazione.
Gigli sulle dune del pensiero,
alla mercé dei predatori,

relitti di tempeste lessicali
e sabbia attorno alla visione:
sogni di Altri estremi e prodigiosi,
grondanti chiavi di interpretazione.

La luce di un amato separato dal pensiero,
guado per le mandrie esauste,
vento salmastro rivelato
dal vibrare di un calice bianco.

Concentriche possibilità verticali,
estasi di una domenica mattina.
Cadute sulle ginocchia nude e preghiere
a un padre che non ha
sostanza umana,
padre mentre lo stiamo generando.

Eppure la vita è priva di un disegno,
nata nel fondo di depositi gravitazionali
umili abbracci su terrazze esposte a eventi stagionali,
misura dei racconti e guardia
delle sorgenti fonde.

Polifonia che sgorga da un vento passeggero,
giocoso nella pieghevolezza di un canneto.

*

IV –

Su questa terra recintata, siamo fragili animali
dal pesante cervello e dal breve intestino.
Dal breve destino di chi declama l’irreale
e un luminoso pascolo dove ritrovare.

 

Per i morti dell’ultima stagione
si coltivano fiori:
crisantemi e gladioli
dalla terra dei loro giardini,
perché dissolvano sapendo di tornare.

Rose in lattice,
imitazioni ordinate dell’effimero,
quale canto d’addio possono intonare?
Non il desiderio d’Orfeo per Euridice,
ma il lamento sopravvissuto al mondo
dell’ultimo migrante che saluta
la casa vuota e nudo
dirige al mare sconfinato.
Quando l’inverno
si è fatto troppo freddo
per trafficare con gli annaffiatoi.

E quale canto d’addio
nelle perenni relazioni
ingabbiate in video colombari,
richieste d’amicizia accettate
dopo le fiamme dell’incenerimento:
avanzi immateriali,
spettri senz’ombra incatenati
a un mondo che indossa
maschere di un’infanzia
che non potrà ingiallire?

Sull’orlo della fossa
gli oggetti scongiurano
lo smantellamento esistenziale.
La scia olfattiva,
le rughe dell’impronta:
la superficie che non schiude
il sigillo della proprietà,
non riduce, né piega a noi.
Angeli del ricordo e della nostalgia,
non più grandi di una sciarpa
o di un bottone.
Consunte e inviolabili alterità:
scie di polvere e colore
che insieme a noi diradano.
La Venere di Willendorf,
l’uomo leone di Stadel.

Angeli vasti come panorami,
animali che mutano
continuamente aspetto.
I sempre cari nascosti alle spie satellitari:
solide ali prive di lingua nazionale.

Luoghi e sentieri tracciati
nella boscaglia a colpi di machete.
Il racconto di un mito comune
che affolla di indizi i nostri sogni:

tracce del breve volo di coscienza
nell’infinita valle dell’addio.

*

X – 

Volverán las oscuras golondrinas
[…]
aquellas que aprendieron nuestros nombres,
esas… ¡no volverán!

(Gustavo Adolfo Becquer)

Non mi arrampicherò
verso le belle costellazioni della notte per divenire un angelo,
non implorerò eterni lievi per eludere la gravità,
né chiederò all’infinito il permesso di transitare oltre i confini.
Non costruirò il senso in un altrove.

E se, soffiando l’ultimo fiato, guarderò al cielo,
sarà con la certezza di abbracciare l’umidità di questa arcata.
Qui, nella scintillante betoniera
scioglierò i legni della palafitta,
nel brulichio che genera la breve apparizione
tra piume di gallina e gusci d’uovo
dove ogni corpo cade e l’arcobaleno, sorgendo, muore.

Nuovi stormi verranno alla grondaia
a riparare i nidi con il fango.
Aggrappate a reti per i tonni
o nascoste nel vano di un motore,
volverán las oscuras golondrinas.

*

da Parte Seconda (1)– Cisterne (l’Adda).

 

V – (Nunc stans, l’eterno ora)

 

Da poco finita la notte,
la bruma ascendeva in nubi verticali:
sogni, sfuggiti al mormorio della memoria,
si sperdevano nel cielo bigiognolo.

Un drappello di folaghe traversò l’Adda, correndo, sulla superficie inquieta, a un groviglio di rami abitato da aironi cinerini e cormorani.

Ricordai di averle osservate un giorno d’estate stare col becco avorio alla sorgente, alle vaste rovine della storia, ed ora, questo andare trasversale verso la quiete dei grandi uccelli, mi suggerì di nuovo il tempo e il suo granuloso apparire dentro il caos.

Eppure,
nonostante il fiume occupasse un universo spazio temporale,
nonostante gli a priori del pensiero e del linguaggio,

si insinuò,
liberando i piedi dalla fanghiglia di una gora,
il fantasma di un presente scevro
dalle macerie e dalla ricostruzione:
epifania di un galleggiamento.

Allora vollero prenderlo sulla barca
e la barca rapidamente toccò
la riva alla quale erano diretti.

Vangelo secondo Giovanni (6, 21)

**

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anna-bergna-i-corpi-e-le-cisterne-cover

Anna Bergna, I CORPI E LE CISTERNE- LietoColle Editore 2015

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4 pensieri su “I corpi e le cisterne di Anna Bergna – Una nota fuori norma- fernanda ferraresso

  1. Fernanda, questo libro è stato scritto ascoltando Arvo Part ed in particolare Spiegel in Spiegel. Sono così contenta che tu lo abbia letto casualmente con la sua colonna sonora ed anche con queste immagini! Consonanza inaspettata, un caso che non può essere un caso. Grazie

  2. Quando ti ho inviato questo lavoro, speravo che mi avresti sentito, che avresti generosamente valicato l’alterità. Jung avrebbe da dire su tutto ciò.

  3. Da qualche giorno il libro di Anna mi tiene compagnia e quanto mi incanti Anna lo sa… Ma non sapevo che fosse stato scritto ascoltando Part. Adesso che lo so lo capisco meglio e mi è ancora più caro.. Quando dicevo ad un mio grande amico e maestro che non riuscivo a scrivere senza ascoltare musica lui rispondeva: “Anche i profeti avevano bisogno della vibrazione del salterio”.
    Non mi si apre il rimando al filmato. Il film di Tarr l’ho destinato alla visione estiva, sul mare croato. Per avere tutto il tempo di guardarlo e riguardarlo come ho fatto con Il cavallo di Torino.
    Hai messo insieme un bel trio, Fernanda. Anna ci ha aggiunto il quarto: Jung.
    Hic manebimus optime!

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