I nostri nulla…poesia di altri giorni

domenico riccardo peretti griva
primavera a gimillian, 1930

Domenico Riccardo Perelli Griva - Primavera a Gimillian, 1930
.

I nostri nulla differiscono di poco
e banale e fortuita è la
circostanza
che tu sia il lettore di questi
esercizi,
ed io il loro estensore

Jorge Luis Borges

.

La mia vita è passata, aspettando.
Volevo per te essere bella,
e
la vecchiaia mi ha rubato i colori.
Da tanto lontano dunque
dovevi giungere,amore

Endre Ady

 

 .

Oggi, giornata mondiale della poesia e inizio di primavera, anche il cielo sembra intristito, per questo ho abbassato le maiuscole, c’è dovunque un grigio che annulla e appiattisce ogni cosa e preme su ogni fioritura. Eppure continuano ad affaccendarsi le primule, rosse, gialle, bianche e le viole a infiltrarsi sabotando questo amorfismo che azzittisce ogni sforzo, tali e quali come la prima volta che comparvero, sulla faccia della terra, vitali.
La poesia, questo nulla che schizziamo dalla mano ed è meno di un seme, che si farà albero, meno di un respiro che ci tiene in vita grazie a quell’albero, ad ogni filo d’erba che si solleva dal nostro piede incauto, meno di un brillio di una lucciola, meno di un cristallo di sabbia su cui ci teniamo in equilibrio dicendo- ecco, questo verso è mio– ed è solo eco, e ancora stiamo perdendo di nuovo tutto, quel magnifico  vuoto che accoglie ogni spregiudicato silenzio che si esilia sulla piuma di ogni voce, dentro questa piccola goccia madre terra e fuoco e aria e via, nel cosmo che tratteniamo in un altrove, oltre noi dimenticandolo, senza guardarlo se non per una eclisse che ci dice ancora – vedi, anche se ombra tu sei qui, in questo ampio movimento di corpi, tutti celesti.
Il resto scema, tutto scompare, non resta che un nulla un piccolo filo che l’uno con l’altro ci annoda e ci recinta, contandoci, raccontandoci della nostra paura, sempre più nascosta, sempre più inutilmente soggiogata. Così ho deciso alla spicciolata di portare in dono qualche parola, il mio niente, piccoli ami da pesca,  voci di poesia che amo.

 fernanda ferraresso

.

ferdinando scianna

ferdinando scianna-capizzi1982.

Da voci oltre e altre cose storte, Fernanda Ferraresso.

sezione

dall’incompiuto
ovvero
system error

nella fronte uccelli
scesi dal passo
lontano
un suono basso
lento monotono
il suolo del vento

anche le pareti
hanno voci e le scritture
tutti i segni persi nottetempo
tra il corpo della casa e il sogno
in un vi(n)colo stretto
sempre più angusto
dove di solito c’è lo sgabello del tuo tempo
quello che conta meno di tutto
quello dove mi siedo
e ti parlo

tutto il giorno
tutto il giorno
ho ripetuto le stesse lettere
ma non ne usciva mai il tuo nome
ti ho chiamata
tutto il giorno
tutto il giorno
dentro di me le ho percorse tutte
tutte le strade per raggiungerti
ma non arrivavo mai
nemmeno nei dintorni di te
ti ho cercata tutto il giorno
tutto il giorno ti ho pregata
ma non avevi una faccia precisa
non avevi altra voce
che la mia che ti chiamava

 .

quando ho finito di scrivere
non mi domando più cosa è rimasto
niente è rimasto
tutto si è spostato
si è perso
si è rivoltato davanti dietro dentro contro
se stesso s’è mangiato
persino l’ultimo punto che avanzava
da qualche parte
ancora non visto

tu e io
.
le mani dentro la terra
dentro la terra i semi
alle sponde del tempo una voce
appesa a un filo di fiato e pura
senza paura una parola
lucida nitida
senza lusinga
non logora
svolta senza fretta
tra le altre bruciate e vive
frettolose scaltre
parole dell’indifferenza
della non appartenenza
che cresce il mai sulla terra
altrove qui e là
punta i suoi piedi
tra noi che siamo a e r e i
instabili itinerari in movimento

pellegrinaggi di una storia sempre oltre noi
lontani sui marciapiedi di tutte le strade
il cuore che balza veloce davanti al nostro passo
spedito e solo è vento
che ci spinge avanti
per una disperazione sottile che quasi ci fiorisce
una piccola felicità
stare qui dentro e dietro
un solo senso universo
sentire
sentire degli uccelli nel becco l’intero del bosco
e le zampe svelte graffiare il gelo di una solitudine chiusa
nel petto dell’ombra nella riva tratteggiata
oltre la mia vita
tu
un tramestio di passi nella ghiaia della notte
tutti gli uccelli i paesi i voli
tu
le migrazioni delle stelle
i fossili dell’incanto
le pergamene del rimpianto
tu
non essere mai svaniti
di là della finestra una goccia d’acqua
la rugiada una lacrima l’anta di una porta chiusa
tu
il sogno non ancora tramontato d’essere noi
quel tu
tutte le strade là
dove non ci eravamo mai cercati

 .

ho rotto tutte le parole
di salvo nemmeno il fiato
e nella carta l’inchiostro
s’è polverizzato
nulla
nemmeno il nome
chi le ha scritte
s’era già perduto
una sera scura come il resto
dimenticato

bussò il vento
era uno sciame di neve
bussò alla porta e nessuno lo fece entrare
nessuno gli diede una sedia o un sacco
dove poter sostare
dove potersi fermare scaldare
corse veloce con i piedi trafitti
da così tanto correre e scorrere
su monti acuminati e foreste aguzze
poi scese improvviso alla gola della valle
s’intrufolò nel campo
bianco per una sua vecchia coltre
si mise basso strisciando lento
non aveva più un corpo
sopra quell’erba dimentica di vita e di sole
ma un’onda si vide
come un soffio d’aria
e una polvere bianca argentea
sembrò volasse alta
un alito leggero e sembrò
che avesse persino una voce
di musica un’armonia perfetta e gelando
di colpo una nota dopo l’altra
tintinnarono i cristalli del suo corpo
l’ultimo ghiaccio che teneva nella bocca
in quell’aperto fiato si trasformò in stella.

.

sezione

dall’incompiuto al verbo
ovvero
sistemi di sutura

.

Non vi è né nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo
né estinzione.
Non è reale né illusorio, non è così né diverso.
Non è così come viene percepito da coloro che vi dimorano.
Sutra del Loto-Durata della Vita cap.XVI

.

adesso chiudo
chiudo
chiudo
mente fammi buio buio
non posso sopportare
fammi buio dentro al cervello
non posso più guardare
quello che la luce mi fa vedere
non posso sentire i miei piedi nel mezzo del vuoto
sollevami in alto in un posto qualsiasi nel cosmo
tremendo è questo mondo
.
e se urlo mi incollo a questo cerchio
divento pazzo pazzo pazzo
fai la guardia stai di guardia
occhio chiudi la porta a tutto quanto ti urta addosso
c’è qualcuno in catene e nudo è tutto quanto sento
la sua paura è terrore in fermento
e lo tocco questo suo inferno
non è scomparsa la catena attorno al polso
e i ferri alle caviglie uniche vigilie che vive da decenni
e li conta gli attimi li conta i mesi in tutti i giorni
negli anelli del male che sente
e quando la guardia apre la porta si accuccia
come un cane accanto alla soglia e senza rabbia aspetta
che riempiano di riso una ciotola

ho un fischio dentro l’orecchio è il suo suono di silenzio
fatto di tutti i suoi pensieri di tutte le parole
che non escono da quella bocca
un fischio come un filo di ruggine
un tetano profondo e acuto un dolore su un tendine scoperto
la sua carne esposta come in un’acquasantiera
era dio in quella gabbia
in quella gamba inchiodata alla vita c’era
il mondo in un metro quadro di stanza
il quadrato al centro della sua nuda paura
dentro ogni nostra parola corrotta

.

ferdinando scianna

ferdinando scianna d.

…ho rubato i lillà.
Sono una vagabonda per le strade della vita.

Da Poema senza eroe, Anna Achmatova

.

Nell’Oltrespecchio

In fondo che cosa importa
che tutto si tramuti in cenere,
su quanti abissi ho cantato,
in quanti specchi ho vissuto?
.
Tutto è finito. E il mio canto risuona
nella notte vuota, dove non sei più

 *

Villaggio numero 2, Anna Achmatova

Lontano
al di là di boschi
di gemme bruciate, dopo deserti irti di reticolati
e campi di macerie…
lontano,
Villaggio numero 2.
Si parlava una lingua straniera
che ho dimenticato…
le case
non avevano padrone.
Eravamo in tanti
a camminare insieme, la sera
su quelle strade
fino al sole…

 *

Da Requiem, Anna Achmatova

La sentenza.
.
E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l’anima impietrisca,
occorre imparare di nuovo a vivere.Se no… Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.

Estate 1939. Casa della Fontanka.

*

Da La rosa di macchia fiorisce, Anna Achmatova

Quasi in un album

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava una bufera…
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

1961-63

.

ferdinando scianna

ferdinando scianna b.

Da Nel segno della femmina, Anna Maria Farabbi


Cosa portargli se non quattro elementi per cena
e l’animale rosso che batte
sangue
dentro le mie costole.
Aprirò il pane con un solo taglio
di lingua.
Il suo petto
con la mia nudità regale.

Offrirò gli anelli
della mia spina dorsale
i miei diecimila anni per terra. Quello che vuole:
entrare.

un lunghissimo viaggio preistorico
dentro la mia aorta
meraviglia.

*
Da La tela di Penelope, Anna Maria Farabbi
.
La tela

Lavoro il filo
per la necessità di abitare il mio corpo
in un punto interiore
da cui tessere un ordine preciso:

espressione organica
poema camminabile
trappola per chi non sa leggere

l’origine e l’orizzonte del segno.

*

Da Adlujè– Anna Maria Farabbi

.

V

Madre! Non dormo! Nemmeno questa volta dormo!
Nemmeno adesso che il nero copre ogni cosa
e intorpidisce gli occhi

Ha colpa il rospo
che dal fondo delle mie orecchie intona
ciò che dura ed è durevole
intrigandomi

Più lo ninno e lo staccio
più lui di verde si ostina
brilla
e vuole fare l’amore

*

VI.

Vorrei farmi il fiato uguale uguale al vento
quando strofina l’acqua la drizza
e la ributta giù
poi la riprende
e le insegna a girare a girare a girare
Ma di notte
quando nessuno vede
e al posto degli occhi
si diventa assolutamente orecchi

Vorrei metterti in bocca – amore cechino –
la mia lingua pregna
per scandalizzarti
e poi il colore

Per una notte nell’incrocio buio e secco del tuo cuore
schizzarmi in te

*

Da La magnifica bestia, Anna Maria Farabbi

Contabilità dell’amore

Giusto na cantatina sott’ala fenestra
ntra che la neve me gela
l’amore nbocca.

La cicalina brilla ncla gola sciuerta
lsu ncantesimo contro l’inverno
e pu fatta
lascia cadé la soletudine dle lune
e la scortsa del fieto
nterra.

Canto: magno la notte e la morte.
Paro la mi festa.

.
Giusto una canzoncina sotto la finestra / mentre la neve mi gela / l’amore in bocca. // La cicalina brilla con la sua gola scordata / il proprio incantesimo contro l’inverno / e poi scoppiando / lascia cadere la soletudine dell’inquietudine / e la buccia del fiato / in terra. // Canto: mangio la notte e la morte. / Pascolo la mia festa.

.

Mater/icità dell’amore

Gnuda.

Drento ltu corpo
so l’incesto dla luna ncol sole.
Terra cottora. L’odore
che s’asoda ntle tu froge.

Lengua corrente
sciolta ntol sangue.

Nuda. – Dentro il tuo corpo / sono l’incesto della luna / con il sole. / Terra da cuocere. L’odore / che mi condensa nelle tue narici. // Lingua corrente / sciolta nel sangue.

*

Da Abse, Anna Maria Farabbi
.
TRAMA

ho attraversato l’abse, il nulla
nel nulla ho trovato un paese
nel paese sono entrata
attraversando questi nodi pubblici:
la prima porta
la bottega dell’acqua
l’osteria del buio rosso
la piazza
la scuola
la biblioteca
l’ostia
l’asilo
l’ospizio femminile
il cimitero
ho infilato ogni filo creaturale nella mia cruna interiore
nascendo questo poema
io viaggio e canto
portando ovunque comunque
l’ io profondo nel mio corpo che è la mia casa

.

il mio piccolo pavimento scricchiola a furia di pestarlo
ci sono popoli in carcere in manicomi e in campi di
concentramento
creature con la pena di morte    con la miccia accesa in
corpo
io pesto e prego
lavorando la parola responsabile

venticinque giugno ore diciannove
                  la parola sul pavimento dell’arca

.

mi chiamo annamariafarabbi vengo dalla terra
scrivo argilla e parlo aria accendo il fuoco per cuocere
le parole e mangiarle con te
ho passato il confine da bambina
perché la mia famiglia non era casa né cuore
non ha scolpito le linee del mio palmo
ho studiato il vuoto
dell’ago
ora cucio direttamente con le dita
e con il filo che mi nasce dal corpo
ascolto te il tuo suono tra le righe della pioggia
mentre spargi la lingua nella mia bocca
intensamente intimamente
ma oltre te
umilmente amore mi coniuga a tutto
togliendo all’io l’io
………………………………………………………...nome e bacio
…………………………………………………………giocando a mosca cieca

.

da Talamimamma, Anna Maria Farabbi

facciamo che io sono una palla
che odora di tutte le mani
che dall’inizio del mondo l’hanno giocata
facciamo che io sono una freccia faccia rotonda
che girando cambia

se per un attimo ti assomiglia
non puoi trattenerla

perché io sono il fuoco il giuoco
invisibile infinito sonoro
l’oro
della poesia bambina

.

La ragnatela all’alba

che cos’è se non il mistero di una mappa sensibile
e carnivora cos’è se non la perfezione
tessuta da un filo invisibile
che ora davanti a me brilla di brina

che cos’è

se non la terribile bellezza
dentro cui muore la mosca?

.
21 marzo: primavera

nell’orto nasce
l’origine dei semi

uccelli e farfalle non sono abbastanza
se fiorisce il melo bianchissimo
e ha una testa che parla

.

ferdinando scianna

ferdinando scianna 92
.

Da Dei colori Dei luoghi, Iole Toini

Dio era davanti a me, mio come una casa in affitto.
Mi guardava come fossi la bambina
di una taglia più grande del vestito che mi aveva preparato.
Mi ha sfiorato lo zigomo. Poi ha lasciato cadere la mano.
Mi ha dato la sua bocca.
Ha detto lasciala scorrere lungo le curve dei gomiti, nello sbadiglio.
Sentirai il duro della testa, la forma liquida del sangue.
Ti entrerò come la morte. Ti farò vedere.
Una coltellata di neve ha fatto il suo ingresso.
Era pazzo.
Io con Lui.
Era inverno.
Ero grassa di Lui.
Poi è successo. Qualcosa si è deformato.
Un difetto, il perno debole di un ingranaggio.
Crak, il primo strappo si è aperto sul seno.
Non fa niente, ha detto, e mi ha premuto dentro come un budino.
Io continuavo a morire. A nascere. A nascere ancora.
Ero grande come tremila bambine. Trentamila femmine odorose.
Trentamilioni di bombe atomiche.
Il cielo era gonfio come due labbra africane.
Uno sciame di neve si allargava sopra di me.
Mangiavo Dio in ogni boccone.
Fuori, dentro, a pompa nella carne.
Mi ha preso la mano, mi ha portato nel posto senza orme.
Le O delle nostre bocche rotolavano in cielo senza giocoliere.
Cadevo come neve nella sua trachea.
Ero bianca, evaporata dal mio corpo.
Quando parlava, lui lo faceva col mio sangue.
Si sporgeva dai miei occhi, teso come il sesso.
Ero una pianta la radice il vento.
Insieme davamo forma all’assoluto, al niente.
La trasparenza delle cose ci inforcava da ogni parte.
Mi chiudevo sopra di Lui.
Ero sua madre e nessuno.
Ero io più l’universo.
Non ero niente.
Ero la sua erezione.
La commozione.
Più forte più fitta più dolorosa del parto.
Poi è venuta la fine.
Puf, sono esplosa come un palloncino.
Lui è caduto a terra.
Io non ho neanche pianto.

.

Baciomioh
.
Nel bacio
oltre quel senso di nebbia alta sulle
montagne, lanciando la vO
CE dove finisce il mondo fregandocene in fondo
che stia per finire.Apro la bocca come una corsa
i denti controlalingua dove mi sperdo senza
numeri né parole, una qualche distrazione di Dio.Centro la luna, il cerchio della tua lingua
cadaverina.
Io sono

 .

Logaritmo

Arrivi sempre un attimo prima
che le mie dita perdano il conto
delle vene in ombra. E ogni volta
riparto dal principio
segnando le altezze estreme su dalle gambe,
le curve strette dei respiri.
E ritrovo i posti che hai abitato,
l’invasione dalle scarpate,
la confusione
la confusione
la confusione

.

A Sud
.
Nell’inguine,
sul fondo luminoso che comanda: arresa, arresa!
la lingua mi canta in armata
la lettera muta
dove gli scogli odorosi ritornano
il linguaggio dei tendini
che leva distanze fra me e l’aria
fra l’aria e l’aorta dove tu affondi
remi come balene sopra i morsi
supremi del mare

.

ferdinando scianna

ferdinando scianna benaresindia1997

*

Da nel nome del nome, Fiammetta Giugni

chiamarti
nel chiuso di una chiesa vuota
fra le innocenti simmetrie degli archi
o nella immediatezza trasparente degli affreschi

chiamarti nell’intervallo caldo delle nicchie
che accolgono i tuoi santi
o accarezzando i grappoli che danno
una texture sensuale alle colonne

chiamarti col tuo nome per amarti
e ingenuamente indurti in tentazione

.

e a volte vago persa
come un’interrogazione
lasciando andare gli occhi
come se fossi tu a guidarli

rinuncio alla mia vista
per la tua

trattengo soltanto l’acume della solitudine:
un chiaro vedere che insista
sul nome della mia orfanità

le strade mostrano allora
sponde grigie di muro
per la consolazione

.

ci sono dunque sguardi
per non guardarti
uno che si rispecchia
puro
e uno che ti occulta

ci sono due nomi
per non dirti
uno che si ascolta
assorto
e uno che ti tace

ci sono due mani
per non toccarti
una che si scrive
intenta
e una che rinuncia

.

c’è un mirabile ingenuo
gioco di specchi
in un giardino lontano da qui:

una finta fontana
o falso pozzo
perpetua e ripropone
nell’alto e nell’abisso
il mio riflesso

bisognerebbe eludere
il guardiano e attendere notte
tempo il buio
per rimirarsi al gorgo
per ubriacarsi
di quel nulla vedere
di quel “nome non avere”

 .

domenico riccardo peretti griva

peretti griva.
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6 pensieri su “I nostri nulla…poesia di altri giorni

  1. purtroppo non sono riuscita ad aggiungere altre voci, che pure amo, ma mi auguro che altri le aggiungano qui sotto, aiutandomi.
    Buona giornata e grazie ancora di essere passata. ferni

  2. Buona Giornata della Poesia a te Ferni e a tutti quelli che passeranno da questo crocevia sensibile, grazie per la cura che ci dedichi, le voci che hai scelto sono spicchi di sole

  3. Grazie, mi auguro che anche voi portiate altri spicchi, per portare il calore che oggi sembra non voler dare , non il sole, ma qualcosa che stiamo perdendo, la capacitaà di creare tra noi relazione.
    Buona giornata anche a te.f

  4. «Ma di giorno, vedessi,
    c’è un tratto della via
    di alberi spogli carichi d’uccelli
    che sembrano foglie…»
    Così mi dice,
    non sapendo nulla di sé
    se non che un tempo invisibile
    ci prende, ed è già trenta
    volte che lei vede fiorire quella pianta.
    E niente sa di me
    che a un vento invisibile
    mi lego, che vorrei cavarmi gli occhi
    che sognano che sognano
    a età remote si spalancano,
    guardano, gli alberi nudi
    non più spogli, che volano che volano.

    Domenico Adriano

    Grazie Fe’.!

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