VORREI ESSERE VENTO- Serenella Gatti Linares

andrew wyeth

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Vorrei essere vento, proprio trasformarmi in una brezza leggera e allontanarmi dalle brutture del mondo. A volte, mi sembra di essere sul punto di riuscirci, poi ripiombo nella dura realtà. Dal di fuori non si può sospettare la mia sensibilità esacerbata. Adesso che è pieno inverno me ne vado in giro avvolta nel mio cappottone nero lungo fino alle caviglie, guarnito da un colletto di vecchio coniglio grigio, ereditato dalla nonna. E’ in linea con la nebbia che mi circonda, che si addensa laggiù, in fondo alla strada.
Anche l’inverno ha un suo fascino sensuale. Trine, merletti, e poi brina, galaverna si intrecciano fra i rami e sull’erba, al limitare del parco, dove batto ogni notte. Così i miei clienti affezionati sanno dove trovarmi. Se continuo a calpestare i marciapiedi non è certo per puro caso. I motivi sono tanti.
Su di essi rifletto quando finalmente sola posso rannicchiarmi di fronte al caminetto. Anche per questo l’inverno è la mia stagione preferita. Le fiamme quasi lambiscono e arrossano il mio viso, mentre fuori il vento ulula e fa sbattere le imposte delle finestre.
Quando torno dal lavoro sono stanca morta. Mi tolgo abiti, belletti, parrucca; mi faccio una doccia profumata; indosso una comoda tuta e finalmente mi rilasso nel silenzio, in compagnia di una sigaretta e di un whisky. Oppure mi metto ai fornelli, per prepararmi qualcosa di sfizioso. Dicono che sono un grande cuoco, che sono simpatico, gentile, solidale nei confronti di chi sta peggio di me.
Non è semplice la trasformazione prima di andare a lavorare. Devo smettere i panni di istruttore di yoga che indosso di giorno e gradualmente trasformarmi in una gentile e affascinante donzella. I capelli diventano lunghissimi, neri, ondeggianti e ricoprono le spalle poderose. Devo depilarmi. Non devo scordare la dolorosa cura ormonale. Sono alta anche per merito delle scarpe con tacchi a spillo- che fatico a trovare del mio numero- e una coscia occhieggia dall’alto spacco della gonna, dall’apertura del cappotto semisbottonato.
Uso un trucco molto vistoso e non dimentico mai un foulard di seta per nascondere l’unico, vero cruccio: il pomo d’Adamo. Le parole sono usate poco con i clienti.
Il mio genere piace, va di moda. Non mi manca il lavoro e sono apprezzata per le mie capacità erotiche. Certo è un mestiere pericoloso. Mi è passata per le mani un’intera galleria di personaggi, i più disparati. Una volta è uno spagnolo, un’altra un greco, un americano, un macedone, un basco, un russo… ed ognuno ha i suoi gusti particolari. Arrivano perfino padri con il seggiolino del figlio nel sedile posteriore dell’auto. Ne ho viste di tutti i colori e le ferite dell’anima non si rimarginano mai.
Sono sempre stata irrequieta, fin da piccola, colma di dubbi. Non riuscivo a rintracciare la mia vera identità. A scuola i compagni mi prendevano in giro. Il mio nome sul registro di classe era maschile, ma a casa di nascosto indossavo i vestiti e le scarpe della mamma. Parlare con i miei genitori tradizionali era impossibile. Provengo da un’amara terra di ulivi.
Per cercare di dare una parvenza di normalità alla mia vita, ad un certo punto, mi sono sposata. Non ufficialmente, però per noi due era come se fosse successo. Mio marito mi adorava. I primi tempi sono stati bellissimi. Poi, non so perché, l’ho abbandonato. E’ stata tutta colpa mia, non posso rimproverargli nulla. Sempre quella maledetta rabbia che mi cova dentro. Per anni ci siamo lasciati e ripresi, fino alla rottura definitiva del rapporto.
Problemi psicologici, economici, fisici: non è un caso se continuo a battere il marciapiede.
Mentre passeggio su e giù ai limiti del parco, sento il ritmo musicale dell’inverno che si infila fra il cappotto e la pelle, quasi dentro le unghie e in ogni poro. Mi dolgono le cicatrici interne ed esterne. L’altra notte ho incontrato uno strano tipo, non ha voluto rapporti sessuali con me. Voleva parlare e ascoltare la mia storia. Mi sono fidata di lui e mi sono sfogata, come da tempo non succedeva. E’ stato come aprire un rubinetto inarrestabile. Alla fine lui mi ha detto che gli piacciono solo le donne vere. Secondo me, non osa confessare neanche a se stesso i suoi autentici gusti e pulsioni. Il suo cranio era pelato, le sopracciglia depilate, e sul collo ho notato il tatuaggio di una svastica.
Gli ho confessato che io mi sento donna a tutti gli effetti, ma ho mantenuto gli attributi fisici maschili, perché non ritengo necessaria un’operazione. In me convivono i due esseri maschile e femminile, come nell’ideale platonico. Essere un transessuale in questo senso non mi crea alcun problema.
A questo punto, lui è cambiato. E’ diventato aggressivo, ha urlato che le mie idee sono inammissibili. Sembrava che gli scoppiassero le vene del collo. E’ uscito dall’auto bestemmiando, sbattendo la portiera.
Stanotte, mentre sogno di trasformarmi in vento, laggiù, nella fitta nebbia che si addensa in fondo alla strada, mi sembra di intravedere un’ombra urlante che avanza, e nelle mani ha qualcosa che luccica.

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