Cinematografia e dintorni- Adriana Ferrarini: Note in margine a BIRDMAN O “LA VIRTU’ DELL’INVISIBILE”

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Io… io.. io non esisto” afferma sgomento il protagonista della pièce teatrale – tratta da Carver – la cui messinscena è al centro del film “Birdman”. Subito dopo si spara un colpo di pistola davanti al pubblico. E cala il sipario. Quando si riapre, il personaggio in effetti non esiste più, come è giusto che sia, e al suo posto c’è l’attore.

Non così nel film che intreccia le vicende personali degli attori a quelle dei loro personaggi sullo schermo in un nodo indissolubile: l’attore Michael Keaton, che nella realtà ottenne una fama planetaria con il ruolo di Batman, è nel film un attore ancora famoso per il ruolo di un favoloso Birdman nel passato, ma ora sulla via del declino. E, finzione nella finzione, è lui che davanti al pubblico del teatro constata con angoscia la sua inesistenza.

Così il film sembra pirandellianamente interrogarsi sul rapporto tra realtà e finzione.

Noi diciamo finzione, i greci parlavano di “Poiesis” creazione, e forse è nella traduzione che si genera l’equivoco. Forse i greci con molta saggezza sapevano che solo la finzione – la poiesis, la creazione – può tenere in piedi questo mondo e farci credere che davvero esistiamo. È ciò che non esiste, quello che nessuno vede, a dare senso alle nostre vite.

Così invisibile risulta nel film Sam Thomson – Emma Stone – figlia di questo attore narcisistico ed egocentrico, incapace di guardare in faccia la realtà e di accettare il suo fallimento. Gli attori che lo circondano sono come lui: insicuri, bugiardi, fragilissimi, arroganti e rissosi, affamati di successo. Come se la fama, il riconoscimento da parte del pubblico dovesse compensarli per tutte le frustrazioni personali e soprattutto per la loro incapacità di vivere una vita vera, autentica. Così confondono realtà e finzione, si urlano in scena, si lanciano accuse, falsando il testo di Carver, per provarne la verità, perché sembra che solo sul palcoscenico si liberi in loro il coraggio e l’onestà che manca alle loro vite quotidiane. Diversamente da loro Sam, che è uscita da un centro di disintossicazione, non smania per essere al centro dell’attenzione. Dietro le quinte, silenziosa e annoiata, svolge incarichi di poco conto per lo spettacolo, come comprare i fiori da mettere in scena. E mentre gli altri sono impegnati a sbranarsi a vicenda per poter affermare il loro io, lei se ne sta sola, appollaiata sul tetto a guardare la New York di sotto che si sbraccia.

E tuttavia è proprio la sua figura silenziosa e sensuale a sciogliere i nodi che avviluppano i personaggi nei loro banali conflitti interiori e a permettere loro di ritrovare l’autenticità della finzione.

E allora il teatro, arte suprema della finzione, là dove i confini tra finzione e reale si fanno labili, trasparenti, diventa il luogo in cui la vita si afferma in tutta la sua prepotenza di lotta, fame e amore. E il “Non esisto, io non esisto” dell’attore carveriano diventa il liberatorio affrancarsi da un tirannico e frustrante io, sempre e solo alla ricerca del consenso, per ritrovare la leggerezza del gioco infantile. Play, “giocare”, è in inglese – come in francese e in tedesco – il verbo che unisce insieme attori e bambini (oltre ai musicisti) nella stessa serissima attività: inventarsi vite immaginarie. Per esistere. Solo per esistere.

Adriana Ferrarini

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Riferimenti letterari

di-cosa-parliamo-quando-parliamo-d-amore-raymond-carver

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore– minimum fax editrice 2001

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3 pensieri su “Cinematografia e dintorni- Adriana Ferrarini: Note in margine a BIRDMAN O “LA VIRTU’ DELL’INVISIBILE”

  1. grazie per il prezioso commento: limpido è un aggettivo che adoro, e unito a scrittura, ancora di più.

  2. Pingback: l’uccello del malaugurio | viaggio nel blu

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