Minne. Seconda la Speranza- Nella Roveri

fieldandhedgerow

fieldandhedgerow1.

Nero e bianco con qualche fuoco ocra o rosso nella chiesa di San Simone che si dispone a spazio per un’azione scenica, “di Monica Palma a causa di Hadewijch di Anversa”. Così si legge nella cartolina che invita all’esperienza, il 22 febbraio alle ore 16.
Hadewijch è una beghina, causa e tramite per la partitura preparata da Monica Palma. Della sua storia non si sa quasi nulla: molto colta, di origini aristocratiche, vissuta al tempo di Francesco di Assisi, probabilmente di Anversa, partecipò al movimento beghinale con l’autorità di maestra di vita e di ineccepibile teologa. Proprio questo moto aveva aperto alle donne, in seno alla chiesa, uno spazio di autonomia, di pensiero e di azione, che non si riscontra nei secoli che precedono e neppure in quelli che seguono: scrivono e parlano delle esperienze spirituali, senza sottoporsi al controllo di gerarchie ecclesiastiche, libere portatrici di intensa pietà. Laiche e religiose al tempo stesso, vivono in piccole comunità, beghinaggi appunto, in totale indipendenza dal controllo maschile, dedite alla preghiera e alla meditazione, guadagnandosi il pane con il lavoro delle mani e prodigandosi nell’assistenza dei poveri e dei malati. Interpretano e predicano le Scritture in lingua materna, con assoluta modernità di pensiero, tanto da suscitare subito la diffidenza della Chiesa. In un tempo in cui la lingua materna è solo parlata, diventa infatti rivoluzionario scriverla, poiché significa trascinare nella scrittura tutte le valenze del quotidiano, dello scambio domestico, del lavoro delle donne, dei sogni e dell’amore, tutto quanto non poteva essere contenuto nel latino dei dotti, delle leggi, degli atti familiari solo a chi sapeva leggere e scrivere.
Hadewijch in particolare, di poco più vecchia di Mechthild von Magdeburg su cui Monica Palma ha lavorato lo scorso anno con Minne nome di Amore,  ha lasciato 45 poesie, 14 visioni e 31 lettere, scritte in lingua brabantina e scoperte a partire dal 1838, negli anni del revanscismo linguistico flandrofilo e delle rivendicazioni linguistiche fiamminghe. Niente della sapiente trattatistica normativa, né della manualistica che conduce per mano nel cammino di salvezza, ma Amore vissuto nella sua totale gratuità, imprevedibilità e sconcertante immediatezza.
“L’amore che ha soggiogato Hadewijch è pazzia, è inferno. Slancio e ardimento. Totalmente disinteressato, nel connubio spirituale si offre in nudità totale. Hadewijch non chiede salvezza, chiede, nudamente, di ‘essere’ quel che è nata a essere: senza limiti. ‘Essere’, pazzamente perduta nell’Amore che è Cristo-Dio, Gesù-uomo, cui darsi corpo e anima: da amare, da adorare”. Così scrive Romana Guarnieri, la prima e più grande studiosa del movimento beghinale.
Su questo perno muove l’azione-teatro di Monica Palma che riscrive Hadewijch a partire dalle Visioni:

E allora fui sollevata dalla voce dell’aquila che mi parlava.
E allora venne nella città una grande folla adorna
e ciascuna, ricca delle proprie opere.
Eran codeste le Virtù e conducevano una sposa al suo Diletto e avevano a lei prestato fedele servizio
e tanto fiera l’avevano serbata
da poterla presentare tutta
al possente grande Iddio che doveva prenderla in sposa.
Vestiva una veste ch’era l’unità, perfetta Volontà
sempre ugualmente lieta
e pronta a ogni sofferenza
e armata di tutto che a ciò si addice.
E la veste era adorna di tutte quelle Virtù e ognuna vi aveva il proprio contrassegno
e il proprio nome dichiarato in iscritto.

Prima era la Fede: costei dal basso l’aveva tratta in alto.

Seconda, la Speranza:
costei l’aveva innalzata sopra se stessa a gran fidanza nel godimento eterno.

“Ed eccola sorgere dinnanzi agli occhi stupiti di quanti ebbero modo di conoscerla, e d’un subito levarsi in tutta la sua ardita grandezza che non ha l’eguale: lei, Hadewijch d’Anversa, donna divorata da un amore inquieto, insaziabile, che non perdona, felice e dolorante, a volte disperato, brutale, capace di mettere in questione tutto, ma proprio tutto, come Giobbe; lei, poeta visionaria, maestra; lei, nella sua verità, nella sua arte e cultura, intelligenza e libertà: viva, fra tortura e gioia; insofferente e giocosa, a volte tenera, a volte cruda nello scherno, durissima. Reale, inafferrabile. Bellissima.” (R. Guarnieri)
L’avventura amorosa della mistica Hadewijch non è la trasposizione religiosa del modello dell’amor cortese, ma l’amare il solo amore, la Minne, per usare il termine femminile nederlandese che le beghine scelgono, che implica presenza nella coscienza, che è senza limiti, che tutto abbraccia, che è regola e luce a se stesso.
In scena la beghina Hadewijch, scritta nell’icona di Martina Bugada, e l’aquila, giovane e vecchia delle visioni, ancora beghina, Raffaella Molinari, a sostenere e incalzare con il richiamo ai segni visionari, l’estasi di Hadewijch, agita da Monica Palma.
Tutto si iscrive in una densa struttura simbolica, aperta a letture libere, ma rigorosa nei tratti, nei simboli, nelle parole e nella forza che il corpo prende nello spazio.
È un dono all’Ordine della Sororità di Mantova, nel giorno in memoria di Ivana Ceresa, la fondatrice.

Nella Roveri

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...