ANNE SEXTON- Poesie. Traduzioni a cura di Daniela Raimondi

leslie ann o’dell

Leslie Ann O'Dell2

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Parlare di natale e natalità, di vigilia di una nascita non è qualcosa da relegare ad un giorno specifico dell’anno, le donne partoriscono sempre, ogni giorno e ogni giorno inanellano la loro vita a qualla di un altro essere che viene al mondo. Lo sguardo di Anne Sexton coglie dei bagliori precisi, in un giorno che raduna tutto il gruppo di famiglia e, ai suoi occhi, segnala le relazioni e le distanze, ciò che si ripete e ciò che si perpetua e tutto questo si fa fonta amara, e non ha altro posto dove rifugiarsi che la foresta, quelle delle donne diverse, di quelle che in molti chiamano streghe e altro non sono che donne dalla spiccata sensibilità, dallo sguardo che non si nasconde e non si offusca.

f.f.

leslie ann o’dell

leslie ann o'dell

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Vigilia di Natale
Oh madre mia, diamante affilato!
Non potrei contare quanto ho pagato
tutte le tue facce, i tuoi umori –
il regalo che ho perduto.
Dolce ragazza, mio letto di morte,
mia signora dalle dita ingioiellate,
il tuo ritratto ha lampeggiato tutta la notte
accanto alle luci dell’albero.

Il tuo viso, calmo come la luna
sopra un mare placido,
vigilava la riunione familiare,
i dodici nipoti
legati al tuo polso,
un neonato di tre mesi,
il generoso assegno che non hai mai regalato
il bambino ancora malfermo sulle gambe che ballava il twist,
le tue figlie che invecchiavano, ognuna di esse una moglie,
ognuna che parlava alla cuoca,
che evitava il tuo ritratto,
scimmiottava la tua vita.

Più tardi, a festa finita,
quando la casa dormiva,
sono rimasta alzata a scolarmi il brandy natalizio,
e osservavo il tuo ritratto
l’albero di Natale sempre meno a fuoco.
Le lampadine vibravano.
Formavano un’aureola sopra la tua fronte.
Poi divennero un alveare
blu, giallo, verde, rosso:
ognuna col proprio succo, ognuna ardente e viva
che ti scottava la faccia. Ma tu non ti sei mossa.
Continuavo a fissarti, sforzandomi di farlo
ho aspettato, instancabile, trentacinque anni.

Volevo che i tuoi occhi, come ombre
di due piccoli uccelli, avvizzissero.
Ma loro non invecchiavano.
Il sorriso che soleva catturarmi, incantevole,
tutto arguzia, era invincibile.
Ora dopo ora fissavo il tuo viso
senza riuscire a estirpare le radici.
Poi ho visto il sole colpire il tuo maglione rosso, il tuo collo consumato,
e la tua pelle, così malamente dipinta color rosa-carne.
Tu, tu mi hai menato per il naso, ho visto com’eri veramente.
E ho pensato al tuo corpo
come si pensa a un crimine –

E poi ho detto Mary –
Mary, Mary, perdonami
e ho toccato il regalo per la bambina,
l’ultima che ho generato prima della tua morte;
e poi ho toccato un mio seno
poi il pavimento
e poi, di nuovo, ho toccato un mio seno, come se
in qualche modo, fosse uno dei tuoi.

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Christmas Eve
Oh sharp diamond, my mother!
I could not count the cost
of all your faces, your moods–
that present that I lost.
Sweet girl, my deathbed,
my jewel-fingered lady,
your portrait flickered all night
by the bulbs of the tree.

Your face as calm as the moon
over a mannered sea,
presided at the family reunion,
the twelve grandchildren
you used to wear on your wrist,
a three-months-old baby,
a fat check you never wrote,
the red-haired toddler who danced the twist,
your aging daughters, each one a wife,
each one talking to the family cook,
each one avoiding your portrait,
each one aping your life.

Later, after the party,
after the house went to bed,
I sat up drinking the Christmas brandy,
watching your picture,
letting the tree move in and out of focus.
The bulbs vibrated.
They were a halo over your forehead.
Then they were a beehive,
blue, yellow, green, red;
each with its own juice, each hot and alive
stinging your face. But you did not move.
I continued to watch, forcing myself,
waiting, inexhaustible, thirty-five.

I wanted your eyes, like the shadows
of two small birds, to change.
But they did not age.
The smile that gathered me in, all wit,
all charm, was invincible.
Hour after hour I looked at your face
but I could not pull the roots out of it.
Then I watched how the sun hit your red sweater, your withered neck,
your badly painted flesh-pink skin.
You who led me by the nose, I saw you as you were.
Then I thought of your body
as one thinks of murder–

Then I said Mary–
Mary, Mary, forgive me
and then I touched a present for the child,
the last I bred before your death;
and then I touched my breast
and then I touched the floor
and then my breast again as if,
somehow, it were one of yours.

*

Una di loro

Sono uscita, strega posseduta,
tormentando l’aria nera, sfidando la notte,
e sognando malefici, ripetendo le mie formule magiche
in volo sopra le case, luce dopo luce;
folle e solitaria, mani con dodici dita.
Una così non può dirsi una donna.
Io sono stata una di loro.

Nella foresta ho trovato calde grotte
le ho riempite di padelle; statuine intagliate; scaffali,
e armadietti, stoffe di seta, un’infinità di oggetti;
ho preparato la cena per elfi e vermi
mi sono lagnata e rimesso ogni cosa al suo posto.
Una così non la si può capire.
Io sono stata una di loro.

Sono salita sul carro con te, mio cocchiere,
e salutato con le mie braccia nude i paesi che attraversammo,
ho percorso le ultime strade illuminate, sopravvissuta
alle tue fiamme che mi mordevano le cosce
le ossa rotte dal peso delle tue ruote.
Una donna del genere non ha vergogna di morire.
Io sono stata una di loro.

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Her Kind

I have gone out, a possessed witch,
haunting the black air, braver at night;
dreaming evil, I have done my hitch
over the plain houses, light by light:
lonely thing, twelve-fingered, out of mind.
A woman like that is not a woman, quite.
I have been her kind.

I have found the warm caves in the woods,
filled them with skillets, carvings, shelves,
closets, silks, innumerable goods;
fixed the suppers for the worms and the elves:
whining, rearranging the disaligned.
A woman like that is misunderstood.
I have been her kind.

I have ridden in your cart, driver,
waved my nude arms at villages going by,
learning the last bright routes, survivor
where your flames still bite my thigh
and my ribs crack where your wheels wind.
A woman like that is not ashamed to die.
I have been her kind.

ANNE SEXTON- Poesie
Traduzioni di Daniela Raimondi

Anne Gray Harvey nasce a Newton, Massachusetts, il 9 novembre 1928. A soli diciannove anni sposa Alfred Muller Sexton. Nel 1953, dopo la nascita della prima figlia, Anne soffre di depressione post-natale, che le causerà un forte esaurimento nervoso e il primo ricovero in una clinica psichiatrica. Nel 1955, dopo la nascita della seconda figlia, Anne Sexton ricade nella depressione e deve di nuovo essere ricoverata in una clinica per malattie mentali. Sempre nel 1955, nel giorno del suo compleanno, tenta per la prima volta il suicidio. Fu un medico psichiatra a spingere Anne verso la poesia. Durante il suo ricovero la Sexton inizia a scrivere e, nell’autunno del 1957, si iscrive a un laboratorio di poesia al Boston Center for Adult Education dove conosce Maxine Kumin, lei stessa poeta, con la quale negli anni instaurerà una stretta amicizia. Nel 1974 all’età di 46 anni, nonostante una brillante carriera letteraria (vinse il Pulitzer Prize per la poesia nel 1967), Anne Sexton perde la sua battaglia contro la depressione e si suicida. Poeta confessionale, come lo furono Robert Lowell e Sylvia Plath, (che conobbe personalmente), Anne Sexton offre una visione intima e senza velature della propria vita, affrontando temi ritenuti fino ad allora tabu come mestruazioni, aborto, abuso di droga. La donna sempre il centro focale della sua scrittura.

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