INSIGNIFICANTI, PICCOLE-GRANDI COSE- Serenella Gatti Linares

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Durante l’estate mi piace restare da sola in città, mentre tutti partono. A fine luglio inizia il conto alla rovescia. Il periodo ottimale va dall’uno al quindici agosto, o almeno per anni è stato così. Il tempo diventa accaldato, lento, vuoto. E’ facile trovare parcheggio. La metropoli offre nuove suggestioni, scorci, angoli mai notati prima.
Me ne sto tutto il giorno in casa, rimuginando su cosa farò la sera. O meglio, penso: leggerò un libro, andrò in piscina, comprerò dell’insalata. Poi non faccio nulla, semplicemente nulla. Mi stendo sul letto, fisso il soffitto, attendo che le ore passino, che arrivi un po’ di fresco, che scenda il buio, per andare in qualche cinema all’aperto, semisdraiata sulla sedia, mordendo un gelato.
Mi piace sentire risuonare i miei passi sull’asfalto delle vie deserte. Non ho paura. Cammino e cammino, fino ad essere esausta, pensando a quando questa pace finirà, e mi sembrerà di averla sognata.
D’inverno, invece, sto molto alla finestra e guardo tutto ciò che accade fuori. Osservo le persone, i gesti, i movimenti, i modi di camminare e di vestire; immagino le parole dette da coppie e da gruppetti. Mi invade il rumore di motorini, sirene, auto in doppia fila con i loro gas pestilenziali, ma ormai ci sono abituata.
Di domenica posso stare lì anche tutto il giorno. Mi piace anche quando, non avendo dormito quasi tutta la notte, mi alzo prestissimo e posso seguire interamente la giornata dei vicini. Mi sembra di essere avvantaggiata dall’orario. Bevo subito il caffè che sognavo dalla sera prima, anche se a digiuno mi bucasse lo stomaco. Fumo nervosamente una sigaretta, anche se non ho motivi per essere agitata. E sono pronta. Mi siedo alla finestra e inizia il film. Conosco tutte le abitudini.
La Signora Ginny è la prima ad alzarsi. Alle sei è già in piedi e si avvia frettolosamente verso il cancello. Forse va alla prima Messa, ma non ne sono sicura. Non ci ho mai scambiato una parola.
Con quel suo cognome inglesizzante sarà la vedova di qualche ufficiale americano. Io l’ho soprannominata:”la donna-uccello”, perché ama ricoprirsi di penne nere e volteggia verso la strada. Forse è un corvo o una civetta ed emette strani versi striduli e affascinanti, che immagino. Oppure si reca da un suo amante mattiniero. Non si sente mai nulla arrivare dal suo appartamento.
Invece, da quello di Manuela provengono rumori, ma soprattutto musica, giorno e notte. Molti coinquilini si sono lamentati. Mi figuro la sua abitazione come luogo di appuntamenti per gli amici. “Ci vediamo a casa della Manuela” e ho davanti agli occhi lei “confusa e felice”, come nella famosa canzone.
E’ bella Manuela, molto bella, e giovane, e consapevole di esserlo. D’estate si stende su un lettino a righe bianche e verdi sul terrazzo invaso di piante, che vedo bene dalla mia finestra. Indossa un minuscolo bikini giallo che a stento copre quelle che erano definite “pudende”, tanto tempo fa. E’ magra la ragazza, alta e sottile come un giunco, al limite dell’anoressia. Credo faccia la modella. Sembra tolta di peso da una di quelle rivistacce definite “femminili” che detesto, ma che sbircio dalla parrucchiera. (Ci vado raramente perché sono sempre scontenta di come mi ha pettinata). Dove c’è scritto chi ha lasciato chi e chi sta per mettersi non si sa con chi, precisando l’età. Dove tutte le immagini di donne seguono modelli unici a senso unico di un corpo perfetto e irraggiungibile. Dove la società schizofrenica suggerisce da una parte di mangiare e dall’altra di fare la solita odiosa dieta. Manuela credo che la segua in continuazione: frutta, verdura, ortaggi, cereali. E’ molto vicina all’ideale classico della Bellezza e, nonostante ciò, è simpatica. Il suo sorriso si “espande sul viso come una farfalla”, avrebbe detto Neruda, e gli occhi castani sono insieme vivaci e malinconici. D’estate calca sulla fronte un cappello di paglia beige a larga tesa che ombreggia la fronte e da cui fuoriescono i lunghi capelli schiariti dal sole e arrotolati sulle punte. Lo smalto rosa su mani e piedi è certamente curato, né mancano piccoli monili: catenine al collo, ai polsi, alle caviglie. Mentre la pelle diviene ogni giorno più dorata al punto giusto, come se il sole si fosse dedicato esclusivamente a lei.
Non soltanto io mi sono accorta di questi mutamenti. Ho notato che il giardiniere del condominio stava col naso all’insù incantato nell’ammirare Manuela, invece di lavorare. (Lui e i suoi aiutanti ci costano ottomila euro all’anno!). E’ un aitante ragazzone scuro e muscoloso. Non conosco il suo nome, potrebbe benissimo essere straniero. Una volta, ho visto Manuela che si è affacciata, vestita, anzi svestita, con quel microscopico bikini, e i due hanno lungamente chiacchierato. Li sentivo ridere forte, ma non capivo le parole. Tanto si sa che le parole all’inizio sono sempre le stesse, stupide e buffe.
Secondo me, potrebbero finire come nell’ “Amante di Lady Chatterley”, o forse lo hanno già fatto. Con grande disappunto della Signora Ginny, credo, che offrirebbe volentieri le sue grazie al nerboruto giardiniere, ma che non ha molte speranze.
Una volta, eccezionalmente, le ho incontrate ambedue nell’androne del palazzo. Non me l’aspettavo e sono stata scortese e odiosa. Me ne pento, ma ormai è troppo tardi.
Manuela, più attraente che mai, e la Signora Ginny, più nera che mai, stavano chiacchierando animatamente, sorridendo. Forse si conoscevano da tempo, erano in rapporto fra loro, erano parenti? Mi ha assalito una sorta di invidia incontrollata e mi sono lamentata per la musica ad alto volume nella casa di Manuela, che, invece, mi mette allegria.
Le due sono rimaste meravigliate e mi hanno squadrato, come se mi vedessero per la prima volta. Sono scappata via. Chissà se un giorno potrò porre rimedio, dire loro come sono veramente.
Ma come sono per davvero? La mia è una “solitudine accompagnata” da un uomo che entra ed esce dal mio letto. Abbiamo due case, due divani, due auto, due computer, due letti e ci vediamo quando ne abbiamo voglia, come eterni fidanzati. Indietreggiamo ed avanziamo nella comprensione a seconda dei periodi, così com’è fra un uomo e una donna.
L’altra notte in “chat” un generale ucraino quasi in pensione mi ha chiesta in sposa, promettendomi amore eterno, nel suo stentato e retorico italiano. Gli ho risposto che non mi sembrava il caso, che potevamo restare “amici”. Lui ha reagito, togliendomi dalle sue “amicizie”. Così gli uomini usano “face-book”.
La mia solitudine è “accompagnata” dalle storie degli altri, come quelle della Signora Ginny, di Manuela, del giardiniere, e dalle mie inesauribili fantasie.

Serenella Gatti Linares

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