La Duchessa di Guermantes- Nadia Agustoni

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I dinieghi della duchessa di Guermantes, leggendari come questo personaggio della “Recherche“ per cui Proust prese a modello alcune aristocratiche del faubourg Saint- Germain, avevano la caratteristica della naturalezza. Se davvero fu Élisabeth de Gramont (1875-1954) il modello principale, ma celato, di cui lo scrittore si servì, il suo passaggio al comunismo con la partecipazione a una parata del 1 maggio, dove sfilò a pugno chiuso, deve avere avuto altrettanta naturalezza e le meritò il titolo di “duchessa rossa”. Élisabeth o Lily, i cui antenati risalivano a Enrico IV e che tra le ave illustri annoverava la duchessa de Polignac favorita di Maria Antonietta che la ricopri di titoli ed elargizioni, certo non ignorava nelle sue molteplici letture, l’opera di Hippolyte Taine che tanto bene raccontò l’antico regime nei suoi riti e rifugi, nel fare e non fare. Nel suo “fare” il nobile usava salutare cordialmente il contadino e la servitù, ma non il borghese verso cui era altezzoso, perché il saluto, forma di riconoscimento, non era negato ai poveri di cui si comprendevano la vita e le tribolazioni, ma ai faccendieri, agli amministratori e ai delegati a vario titolo. Il primo stato ignorava ostentatamente il terzo, pur avvalendosi delle sue funzioni e fino a un certo punto anche gli artisti e gli intellettuali risentirono di un trattamento umiliante. Accadeva che i poeti, i filosofi e gli scrittori pur facendo salotto a Parigi, dove le signore se li contendevano, a Versailles erano appena tollerati, ma non perché mancassero lettori, o estimatori, tutt’altro, ma per le loro note false, i vezzi e l’educazione carente. Queste mancanze li rendevano poco adatti a quello che era un tempio dell’arte di vivere in cui l’influsso alla bellezza raggiungeva gli estremi di una sorta di zen, tutto francese, che toccava ogni ambito, dalla voce, al vestito, al sedersi, alzarsi, stare in piedi ecc.

In quel grande teatro che fu il Settecento, l’uso della maschera ai balli e alle feste, rivelava chi fossero i veri attori sulla scena del mondo e l’odio e l’invidia, se ebbero poi modo di manifestarsi apertamente, fino alla vendetta che trasferì il palcoscenico sulla piazza del patibolo, non tolsero all’aristocrazia il segno dell’eroismo e la postura di chi fa proprio il mondo. Se l’eroismo si addice a chi non teme la morte, Elisabetta di Borbone, sorella di Luigi XVI l’affrontò con una serenità che fece tacere la folla e Maria Antonietta salì al patibolo con passo leggero, quasi di danza; due antenate della stessa Lily de Gramont, la Signora di Choiseul-Stainville e Madame d’Ossun fecero altrettanto. Questo coraggio, riconosciuto anche dai giacobini, sembra scandalizzare il borghese Taine, quando ne scrive, oltre settanta anni dopo. (1)

Il tempo ha fatto un duro lavoro sulle coscienze e col Novecento la morte è stata appannaggio di burocrati e macellai addestrati nei vari apparati segreti di polizia, dalla Gestapo alla Ceka. I milioni di morti testimoniano l’essere senza mondo di intere masse che non potevano nemmeno più dirsi popolo. Razziati in sperduti villaggi dell’est e spesso dell’ovest e deportati, capivano che il poco che avevano era adesso misura del loro smarrimento. Perché saper vivere vuol dire saper morire, ma tremare in vita e in morte è indice di tutto quello che non c’è.

Élisabeth de Gramont-Clermont Tonnerre, la cui amante, Natalie Clifford Barney, provava un lieve stupore quando la annunciavano, con tutti i suoi titoli, nel salon di rue Jacob n. 20, conosceva però anche i lati taglienti dell’esistenza avendo subito a lungo un marito violento. (2) Ma, certo, quel suo spirito unico, quell’essere di parte con coraggio, erano un terreno fertile ed Élisabeth, per resistere alla fame del 1945, mentre leggeva i filosofi antichi e insieme i giornali con le liste dei condannati a morte per collaborazionismo coi nazisti, prendeva forse atto di come spesso cadessero le comparse e si salvassero invece esseri obbrobriosi ma abili a mutare pelle. Il tempo che nulla insegna agli uomini girava di nuovo su se stesso. Il savoir-faire e la naturalezza dei Guermantes, pur mai appannati, avrebbero visto l’apparire di nuove vanità in veste di intellighenzia. I vari mandarini e chi li criticava in una sorta di finzione e vittimismo, avrebbero concesso al popolo, ancora e sempre, solo la sconcezza della violenza per giustificare orrori “rivoluzionari” la cui prima vittima era proprio l’idea stessa del cambiamento profondo. (3)

Élizabeth de Gramont comprese molte cose visitando l’URSS nel 1932. Le prime crepe sull’immagine di quel paese e sui risultati della rivoluzione del 1917 si erano già aperte in Francia, ma lei andò di persona in Russia perché voleva capire. Visitò ospedali, asili, case del popolo, fabbriche e scuole, così come musei e città e incontrò intellettuali artisti, uomini politici, ritornando quindi critica, ma dell’idea con cui era partita, tanto da appoggiare il Fronte popolare durante la guerra civile in Spagna. Intuì, e ne parlò, che l’aspirazione a una vera uguaglianza e ancora di più alla bellezza erano in parte accantonate in URSS. Mancava la gioia di vivere, ma lei sperava si trattasse di una fase grigia. Con coerenza e generosità verso chi non aveva mai avuto nulla e perché ammirava lo sforzo immane di traghettare un paese tanto vasto nel XX secolo, scrisse che non avrebbe mai tradito i propri ideali. Considerava il marxismo una teoria valida, efficace nella soluzione dei problemi sociali e di classe, semmai era il comunismo, così com’era attuato, a dover essere rivisto. Nel frattempo i cambiamenti in Europa erano rapidi e tremendi.

Lo scoppio della seconda Guerra Mondiale non la sorprese, da anni non si faceva illusioni. Quando i nazisti entrarono a Parigi rifiutò di lasciare la città. Considerò un atto di resistenza non fuggire. Era ormai una donna di una certa età, colpita dal lutto di una delle figlie. Guardando a ritroso aveva percorso una lunga strada. Alla sua famiglia di origine e a quella del marito, con i loro titoli e palazzi e tenute si addicevano le parole di Virginia Woolf in un saggio sulla lettura del 1919:

“Perché mai scelsero proprio questo posto per costruirci la casa? Forse per il panorama. Non perché, immagino, guardassero i panorami come facciamo noi, semmai perché dovevano trarne incentivo alla loro ambizione, e conferma del loro potere. Perché col tempo divennero padroni di quella valle verde di alberi, e s’impossessarono di almeno tutta la brughiera che si estende a destra della strada. Comunque sia la casa venne costruita qui, qui venne posto un limite agli alberi e alle felci; qui venne costruita una stanza sopra l’altra, e nella terra, a qualche metro di profondità, furono gettate le fondamenta e scavate cantine fresche e profonde”.

Fondamenta antiche, e ormai meno solide, le ereditò per nascita, ma non tardò a vedere la prigione che celavano. Liberò se stessa con pazienza, coraggio e quando servì con la sfida. Credeva che il futuro appartenesse a tutti e intendeva proprio tutti.
Nadia Agustoni

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Note

1 – Hippolyte Taine, Le origini della Francia contemporanea – L’antico regime; 1986 Adelphi; in una nota significativa riportata da Taine (p. 518) si legge tutto il risentimento e il rancore maschile sul presunto dominio femminile nel 700.

Collé, Journal vol. III p. 437 (1770): “Le donne hanno talmente preso il sopravvento sui francesi, e li hanno talmente soggiogati che essi non pensano né sentono più se non come loro.”

2 – Elizabeth de Gramont denunciò in tribunale tutti i soprusi subiti durante la causa di divorzio dal marito. Non ottenne giustizia e fu invece aspramente criticata anche dalla sua famiglia.

3 – La nuova muta, conquistata la scena, declamerà e purtroppo declama ancora, nel rimbombo del vuoto, un “bene” insopportabile, proprio mentre avvalla massacri, fondamentalismi religiosi e tradizioni velenose il cui scopo è umiliare, sottomettere e distruggere. La “nuova epoca” sa troppo di vecchio se nel divenire folla, i più, si danno ai linciaggi. Chi li esalta non manca mai l’appuntamento. Col tempo la colpa sarà di qualcuno abbastanza astratto da poter venire archiviato sotto qualche comoda etichetta. E’ così che gli ideologi ignorano montagne di morti, usando solo i morti che conviene loro ricordare.

A poco servono gli avvertimenti che giungono da zone del mondo in balia di questa “politica”. Il mito della violenza, totalmente borghese, si nasconde dietro la difesa dei poveri, ma Mahasweta Devi, la scrittrice indiana che lotta da oltre mezzo secolo contro l’ingiustizia delle caste, ci ha detto come sia facile per ogni funzionario di oggi o scribacchino o intellettuale partecipare a un crimine e scriverne in modo da risultare innocente:

“… in realtà Senanayak è un uomo semplice, dategli un piatto di carne di tartaruga e sarà felice come il suo trisavolo. E’ convinto, che come dice la vecchia canzone del teatro popolare, gira e rigira il mondo cambierà. E bisogna avere le credenziali per sopravvivere con onore in qualunque tipo di mondo. Se necessario, saprà dimostrare al mondo futuro di essere stato praticamente l’unico che ha saputo mettersi nella giusta prospettiva. Senanayak sa bene che quello che sta facendo oggi verrà dimenticato; sa anche che se si è capaci di cambiare bandiera nel passaggio da un’epoca all’altra, si sarà capaci anche di rappresentare la nuova epoca.” (p.6 in La preda e altri racconti 2004 Einaudi)

Il paragrafo riportato fa parte del primo racconto Draupadi, storia di uno stupro di gruppo su una donna di bassa casta che ha osato ribellarsi. E’ indicativo di come chi abbia la parola, non importa se di destra o di sinistra, sistemi le cose in modo da uscirne “pulito”.
E oggi c’è chi giustifica anche la lapidazione.

Marcel Proust, La ricerca del tempo perduto – La parte dei Guermantes Vol.3 nell’edizione
2005 Mondadori

Francesco Rapazzini, La Duchessa rossa – Élisabeth de Gramont da Proust a Marx; 2007 Sylvestre Bonnard

Hippolyte Taine, Le origini della Francia contemporanea – L’antico regime; 1986 Adelphi

Stefan Zweig, Maria Antonietta una vita involontariamente eroica; 2013 Castelvecchi

Antonia Fraser, Maria Antonietta la solitudine di una regina; 2004 Mondadori

Chantal Thomas, Addio mia regina; 2003 Rizzoli

Benedetta Craveri, Amanti e regine. Il potere delle donne; 2008 Adelphi

La morte della principessa di Lamballe – tratto da La rivoluzione francese – Robert Enrico e Richard T. Heffron, 1989 miniserie per la Tv:

https://www.youtube.com/watch?v=vQ_hVY0Xgqg

Les adieux a la reine – Benoit Jaquot 2011:

https://www.youtube.com/watch?v=cA160eFnX8o

Mahasweta Devi, La preda e altri racconti, Einaudi 2004

Mahasweta Devi, La trilogia del seno, Filema 2005

Elizabeth de Gramont e Marcel Proust:

http://www.marcelproust.it/gallery/gramont.htm

Virginia Woolf, La lettura p.35, in Come si legge un libro, Baldini&Castoldi 1999

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