LA PAROLA EMOTIVA- quando le case editrici promuovono la poesia tra i ragazzi

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“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti

Marguerite Yourcenar- da Memorie di Adriano

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“Il fallimento della parola è alla base dello scatenarsi della violenza.
H. Hillman da La parola perduta. Tra polis greca e cyberspazio

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Si tratta di quattro incontri con la poesia, una collaborazione tra LietoColle Editore e
l’Istituto di Istruzione Superiore “Giovanni Valle” di Padova che ospita tutti gli incontri in programma all’interno del percorso proposto: Lectio (Poe)Ma–gistralis 2015, La Parola Emotiva. Mi aveva interpellato l’editore, Michelangelo Camelliti, a suo tempo, chiedendomi se fossi disponibile a tenere una presentazione relativa alla diffusione in web della poesia. Devo dire che, se pur ogni giorno leggo e porto in CARTESENSIBILI, o altri siti, poesia di molti autori e mi interessi anche di altre forme d’arte, questa volta mi sentivo davvero preoccupata perché il pubblico degli studenti, di età variable dai 14 ai 20 anni, è quanto di più vario si possa trovare e anche quanto di più esigente e feroce si possa incontrare. Non impiegano molto a smettere di restare in ascolto e a volte a disturbare chiacchierando fittamente tra loro, leggendo i loro smartphone o ancora altro.
Dunque dovevo trovare una chiave, tag, per arrivare a toccarli, per arrivare alla stanza della loro attenzione. Credo di averla trovata utilizzando la figura di Pollicino, il figlio minuscolo della fiaba dei fratelli Grimm. Pollicino è risultato infatti un abito da indossare e una buona metafora per indicare la nostra piccolezza davanti alla grande biblioteca di Alessandria (o meglio sarebbe dire Babele) che la rete è, in cui ciascuno di noi è il bibliotecario che porta sugli scaffali del grande raccoglitore Google (di cui ho spiegato l’origine e le caratteristiche)*,tutto ciò che riguarda la produzione letteraria e artistica. Non sono mancati a tal riguardo un confronto e una lettura tratta dalla meravigliosa Biblioteca di Babele di Borges (lascio il link ) per la lettura di un pezzo storico della letteratura. Borges è l’infinito che si cala dentro la penna del poeta perché sa di essere, come dice il padre di Pollicino ai forestieri che gli chiedono di vendere il figlio, la radice del suo cuore.
http://web.mclink.it/MK1027/BIOPARCO/DOWNLOAD/labibliotecadibabele.pdf
Pollicino che si posiziona nell’orecchio del cavallo, per guidare il carro necessario al padre per portare a casa la legna fatta nel bosco, siamo noi che all’orecchio del cavallo Google, traduciamo le nostre richieste attraverso una pressione delle dita e lui, obbediente ci trasporta verso tutte le possibili mete utili, ma anche attinge alle nostre scorte di legni “sonori” per farne i suoi ori al mercato, che ora è azionario. Ma non solo per questo la figura del piccoletto è risultata utile. Pollicino, nella sua piccolezza, ci insegna che più ci facciamo piccoli, minuscoli, più facilmente riusciamo a passare nel vastissimo corpo che costituisce le lettere della vita e che solo dopo essere state lavorate e vissute si fanno letteratura e inoltre, parallelamente, ci mette davanti alla nostra incapacità di accogliere tutto quanto è la produzione umana e ci fa capire che la nostra singolarità non sta nella misura abnorme e/o nell’individualismo divinizzato a cui spesso si ricorre ma nell’essere un io multiforme e molteplice che specchia tutta la grande catalogazione dell’universo, quella biblioteca, come ricorda Borges, che è noi, tutti insieme un noi, ed esiste ab aeterno.
L’emo- azione come emozione, passione che tutto muove e prospetta, anche nello schermo, le geografie interiori, f/or-me che sono le mappe di storie vissute giornalmente e hanno lasciato tracce, impronte vive dentro di noi, nel nostro corpo che le ha sedimentate, depositate, non in forzieri ma nelle nostre cellule, le ha tras-formate trasformando in un silenzio celato, noi stessi, permettendoci di guardare il mondo non per ciò che esso è ma per quanto noi siamo e la luce, porta magnifica, cede al nostro sguardo, facendosi di volta in volta tappa dell’incontro, vissuto lì, istante per istante, dimentichi di essere noi tutti quelli prima di noi e tutti quelli che ancora verranno.
La parola come immagine, che ci permette di vedere (video-videre) e le immagini come scorze, come sostiene Georges Didi-Huberman, prendendo spunto da Aby Warburg (L’immagine insepolta– Bollati Boringhieri 2006). Sono spettri, le immagini, sono la buccia delle cose, cortecce, lui dice (Scorze-nottetempo 2014) e lo sguardo di Didi-Huberman sostiene il buio più fitto, sostiene il confronto con ciò che è il pozzo, la tana del sorcio e la sua peste ma anche la mina pronta ad esplodere o la stella che brilla di megatoni di luce. L’inimmaginabile è lì, all’orlo e può essere orrido o splendore. Dice Susan Sontag, nel suo libro Sulla fotografia : – La fotografia porta in sé ciò che noi sappiamo del mondo accettandolo quale la macchina lo registra. Ma è l’esatto opposto della comprensione che parte dal non accettare il mondo quale esso appare. –
Le Scorze sono un racconto fotografico di scatti eseguiti dall’autore durante una visita al campo di Auschwitz-Birkenau. Didi-Huberman è infatti figlio di una sopravvissuta alla Shoah, ed è stato lui a proporre un ponte di comprensione, una freccia che apre l’occhio e dilata lo spazio e il tempo, dà alla parola la profondità della linfa che scorre nelle betulle (Birken) che, silenziose, fanno da quinte al campo cui danno il nome. La loro corteccia luminosa e bianca è come le immagini una pura superficie. Ma. Negli strati più profondi, nella geografia del midollo, al vivo della sostanza, sta la relazione con la vita, che dentro il tronco scorre e vi partecipa, restandovi in-scritta, parola senza possibilità di errore. Forse per questo i latini, è sempre Didi-Huberman a ricordarcelo, chiamavano liber lo strato più interno della scorza degli alberi, quello con cui si preparavano i supporti usati per scrivere. Liber libro- libero dovrebbe perciò essere ospizio di parole-immagini che non stanno a margine, ma sono la radice del cuore, sono quel flusso essenziale che permette alle voci di avere un corpo anche in assenza di chi quelle parole ha detto o scritto, perché in esse ha seminato la vita, la sensibilità di quanto ci rende ciò che siamo: umani, per questo mortali. La differenza tra mors-mortis (la morte) e mos-moris (l’abito, l’usanza, il costume) sta in quella r, della morte (mors) che ci morde e ci fa sentire nell’abito del corpo, mos-moris, l’uso vero che dovremmo fare della nostra vita. Non una raccolta di cose ma la ricerca di ciò che siamo, domanda a cui, ancora oggi, nessuno, in nessuna disciplina o scienza è riuscito a dare una risposta definita e definitiva. Tutto è teo-ria, pertanto ancora una volta fede, in una qualsiasi divinità o nella divinizzazione di un pensiero, un’i-dea, che ci trafigge mentre, come ci dice Eduardo Galeano ogni Utopia porta ad un movimento, dentro quel fuori che preme dentro ciascuno di noi.


L’utopia è là, all’orizzonte.

Mi avvicino di due passi,
lei si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l’orizzonte
si sposta di dieci passi.
Per quanto cammini,
mai la raggiungerò.
A cosa serve l’utopia?
Serve a questo: a camminare.

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daniele cascone

daniele cascone- string_triptych4.

Il dove è questo luogo, da fiaba, in cui ogni figura è una chiave per aprire una porta, dietro ad ognuna un sito, un blog, una ri-vista ma prima, prima di ogni altra porta, serve aprire  noi, perché noi siamo maestro e soglia, orizzonte e buio, un flusso continuo di esseri che vediamo dis-velarsi dentro il nostro volto, profondo molto più di una miniera ed ogni suo pozzo. Caproni dice che il poeta è un minatore e come tale brilla le parole, le fa esplodere e produce luce.

Perché la poesia è come l’amore e ha sempre qualcosa da dire.- Così risponde in un’intervista Adonis:- Proprio come l’amore, non si de-finisce la poesia, la si prova, la si sente. La poesia mi aiuta a meglio comprendermi; non è un semplice mezzo d’espressione ma è “intimamente” legata alla mia esistenza: senza la poesia, senza dubbio non sarei niente. Si può immaginare una vita senza amore? Si può essere se stessi senza amore? Con la poesia, la mia identità si precisa, la mia relazione al mondo è più compiuta.
Perché l’identità non si eredita, si inventa, è una “creazione”. La poesia è il più “intimo” di un uomo; e l’anima di un popolo.

E scrive ancora :
Ho visto: la mappa araba simile a un destriero che trascina i suoi passi mentre il tempo ciondola come la bisaccia verso la tomba oppure verso l’ombra più tenebrosa, verso il fuoco estinto oppure verso il fuoco che si spegne; svelare l’alchimia dell’altra dimensione a Kirkuk – Zahràn e in quel che resta nella cittadella nell’Afrasia araba. Ecco il mondo che matura innanzi a noi. Ah! Ci armiamo per la Terza guerra. (…) Ho visto: nomi arabi vasti quanto la guerra, più teneri dell’occhio, che illuminano, ma come illumina un astro che vaga “che non ha antenati e che non ha radici nei propri passi” .

E le sue parole sembrano lo specchio di quanto ovunque, a oriente, brucia le menti e gli animi degli uomini ma. Si possono ancora chiamare così? Uomini? Animi? Sempre Adonis, in Cento poesie d’amore, scrive:

La poesia è essenzialmente trasgressione
impeto in tutte le direzioni
al di là del tempo e dello spazio
degli individui e della società di individui e di valori
E a proposito di oriente e occidente :
Una cosa si era distesa
nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.
Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba sola
raccolta dalle sue ceneri.

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E ancora Adonis, Nella pietra e nel vento ci suggerisce di guardare Le stelle
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Cammino e dietro camminano le stelle
verso il domani delle stelle
l’enigma, la morte, quel che fiorisce e la fatica
finisce i passi fanno sangue di me esangue
sono cammino non iniziato
non vi è giacimento a vista –
cammino verso me stesso
quel che verrà a me stesso
cammino e dietro camminano le stelle

Anche Zanzotto parla chiaro quando differenzia la storia vera come discorso della geografia, tracce nel paesaggio, e per questo historia, e l’oratoria, l’arte con cui oggi si elabora ogni memoria facendo di essa non il racconto di quanto è avvenuto ma la manipolazione a vantaggio di chi è al potere e gestisce la parola mortificandola, dando con essa la morte alle radici di quanto di fatto è avvenuto, avvelenando le fonti, inquinando lo sguardo, imponendo un buio al nostro occhio, di fatto accecandolo e impedendogli di vedere l’origine. E poiché vedo ciò che sono, in una in-quadratura che non può che essere soggettiva, di fatto non vediamo mai fuori di noi, ma sempre dentro di noi, tra i gusci che sono tutti gli abiti, mos-moris e le morti attraverso cui passiamo di volta in volta all’interno di un solo verso: universo, unius versus, il verso dell’uno, dell’intero. E niente e nessuno può sentirsi fuori da questo movimento, un filo lunghissimo in cui tutto è avvolto volto e volo, una rete, come quella internettiana, in cui convive ciò che è lucente e oscuro, trame di un tessuto in cui vivo è l’essere, la voce che come il vento soffia

fffffffffffff…..or….ma
ffffffffffffff…..or….me

Si vedono, le foglie di quell’albero, in movimento!

Me e Ma, la divinità conosciuta già degli Assiri, Ma la dea creatrice, l’oro-genesi di noi tutti, la madre che lega morte e vita, grande, magnifica, immensa montagna, che i bambini lallano nel loro gingle ma ma ma ….mamma! Parola che si pronuncia per cedere un corpo all’assenza, quando il bolo non è più il latte ma è il corpo intimo della madre, la sua voce fattasi parola ed entrata in noi dall’orecchio, rimasta catturata nel labirinto del suo-no, del suo non essere lì, con noi, fattosi nostro suolo e terreno fertile, in cui il mondo è tutto ciò che noi dal dolore di quel distacco ripuliamo e rendiamo vivo, anzi vivente, bolo di voce, da trasferire ancora ad altri e ancora e ancora, oltre noi, oltre il tempo, bolo e nutrimento per chi ancora sentirà…quel vento soffiare sul nostro albero, identico a quello che disegnò Margherita Guidacci. La poesia, lei dice, è come un albero…

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… se uno
ha veramente a cuore la sapienza,
non la ricerchi in vani giri,
come di chi volesse raccogliere le foglie
cadute da una pianta e già disperse dal vento,
sperando di rimetterle sul ramo.
La sapienza è una pianta che rinasce
solo dalla radice, una e molteplice.
Chi vuol vederla frondeggiare alla luce
discenda nel profondo, là dove opera il dio,
segua il germoglio nel suo cammino verticale
e avrà del retto desiderio il retto
adempimento: dovunque egli sia
non gli occorre altro viaggio.

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E ancora cellula per cellula, dentro il nostro isolario, nel rosso del sangue, in quella emozione che è emo-azione ed e-mozione abbiamo viaggiato tra la tra-duzione delle poesie di Sohrab Sepehri, https://cartesensibili.wordpress.com/2012/08/21/da-il-suono-dei-passi-dellacqua-sohrab-sepehri-traduzione-fernanda-ferraresso-prima-parte/,  pittore e poeta persiano e quelle della poeta greca Katarina Anghelaki Rooke

Voglio scrivere una poesia
sulla realtà
quella che nessuno ha mai vissuto
poiché ciascuno
nella sua realtà si è trovato imprigionato
… per secoli tendendo le mani all’esterno.
La realtà che forse conoscono i morti
là nei profondi baratri dell’esistenza
dove nessuna favola carnale
può persuadere
e bacche incolori cadono su labbra insensibili.

Ci sono luoghi, fisici, corporei, che sono le nostre geografie interiori, e come quelle che abitiamo, come i paesaggi davanti a cui ci in-cantiamo (ci cantiamo dentro) mettono in vibrazione aree antiche, zone dell’istinto, o dell’es-tinto, dipinto che si dipinge, come le grotte delle caverne dei nostri antenati, le loro mani, a Lescaux. Le ri-cor-date? Le sentite quando le guardate e sentite la loro presenza viva avventurandovi nel ventre della terra come dentro quel corpo interiore, che ognuno è? E l’una e l’altra sono l’es-pressione di una memoria che è prima ancora di noi, è il nostro corpo dì sostanziale intuito, con cui sempre percepiamo il mondo. Sono solita dire che non vedi-amo il mondo, noi vediamo solo noi stessi, come se il punto cieco, così si chiama la parte dell’occhio a cui arriva la luce e i suoi pacchetti di corpuscoli e onde, e percepiamo senza distoglierci da nulla, senza capire ciò che avviene, ci introducesse nelle vene quella frequenza della luce e dei corpi di cui essa si compone, ponendo in noi la base della per-cezione. Capire è un cappio oltre che un capio, siamo noi che af-ferriamo l’immagine, la facciamo galoppare come capita ad un mi-raggio (mio proprio, che viene da ME, la grande dea creatrice, o restiamo noi presi al suo laccio.) E se questo accade con la luce di una immagine ma funziona allo stesso modo con il buio, anzi, il buio è il porta-voce di quel video, io vedo, da dietro il vetro e il veto (ricordo che abbiamo parlato di punto cieco, punto che sta alla radice dell’occhio ed è il bulbo che s’insemina di immagini, al margine di noi stessi, quel margine che sconfina dal nostro mondo interiore e corpo-reo e l’altro, che chiamiamo esterno ma non esteriore). Cosa è e di cosa è fatta ognuna di quelle parti che spesso celiamo alla nostra coscienza? Le temiamo per la loro intensità, per la loro forza espressiva, il loro porsi e porci in conflitto con la nostra ragione, destabilizzando equilibri che abbiamo costruito nel tempo della nostra storia individuale che poi è diventata collettiva, attraverso la parola con-divisa (nella duplice significazione del verbo dividere, che a sua volta è de-vidère e la divisa come abito che ci intruppa in uno sguardo, che è di guardia alla nostra percezione più nitida, impulso in risposta della comune energia che ci sostanzia, ci crea come stanza ci fa istanza della luce). C’è un erotismo del corpo, e anche del corpo delle parole di cui ci nutriamo e che ci nutrono ed è origin-ante. Come è bella questa parola che deriva da un verbo, originare, e dunque indica un’azione ma non si veste di supponenza, mette ciò che dovrebbe stare prima, quell’ante, dopo. Ante sono anche i battenti di una porta o di un armadio, anche qui ci si può nascondere un infinito, che è la base del gioco di com-posizione delle parole. L’arma dell’io che dice di sapere tutti e tutto, che sa l’origine e la trasforma in una teo-ria, rea di con-fondere mito con scienza, e la logica nasconde la sua fonte che è poesia, è l’ostetrica che leva dal ventre della grotta la parola che illumina il buio, in cui nasco, vivo, uscendo dall’antro e no-mino le forme, minandole alla primaria origine e riscrivendone dentro la mandorla dell’occhio, che è guscio, uscio ed è cieco o superficie. Eppure ci sono animali, sono stati trovati e il web li ha mostrati in molti video scientifici, che abitano profondità inaudibili e sono senza occhi, laggiù in quelle profondità il sole non giunge e non è il sole a generare le loro vite, a pro-muovere i loro passi hanno antenne profonde, im-mer-se, in quel mare di totale buio. Bu(h) io, come un cane di guardia alla paura di me stesso, e quando mi immergo in quell’assurdo pozzo senza fondo mi perdo, e la strada diventa irta un’erta salita più a fondo, sempre mentre vado più a fondo …evado e vado. Più esco e più mi aggrappo alla mia stessa esca, traendo dall’animale che è in me le mappe, le tessiture dei luoghi che sono il nostro corpo drammatico, tragico, che soffre le pene dell’inferno e at-tra-versa, attraversa e versa, la propria morte nel ventre della grande perla, questa sfera celeste restituendo la propria sostanza. Ciò che noi vediamo è la stanza vuota, quell’abito abitacolo con cui ci siamo in-trattenuti un poco con gli altri, tutti nostri simili di cui ci siamo nutriti e a cui diamo nutrimento.
DI(F)FUSIONE– A cosa si fonde la parola nel web? O su cosa si fonda ? Si fionda con la velocità della luce e “sfrutta” (ascoltate la parola sfruttare: togliere il frutto, togliere il frutto alla luce…ma è un albero?) la luce, mentre vive e si radica nel corpo della memoria dei cristalli di sabbia. E’ con la sabbia che si costruisce la memoria del computer. Il viaggio avviene dentro un microchip: il granello di sabbia con una memoria da elefante
Dunque anche ogni parola è un viaggio dentro un micro/c(h)ip, il granello di sabbia con una memoria da elefante, l’uccellino che cinguetta…oggi sono tutti tweet e: Pollicino. travestito di ombre. Il buio, la luce, la paura, l’insoddisfazione, la gioia, il fuori o il dentro, la guerra, la politica, l’amore, il sesso, il corpo, il battito, il mettere o il levare, la vita la morte , il cielo la terra, le stelle, le bestie, l’inferno il mare e i migranti, il dolo e il dolore, la menzogna, il colore, il viaggio, il viatico, l’assassinio la violenza lo stupro, il sogno e ancora per ore e ore tutti i secoli colati dentro ogni parola in cui ci siamo barricati, stremati da queste incessanti moltitudini che noi siamo tutti. Dall’origine, tutti mi uscirebbero dalla bocca, si tenderebbero fino a qui dove ancora noi, gli stessi diversi, non ci accorgiamo che già accade, quanto ho appena detto accade, cede dentro di noi.
Noi siamo, sì noi siamo avviluppati come in grandi bozzoli di invisibili storie, siamo boli, per tutto l’universo che di noi si nutre parimenti a quanto noi facciamo del suo corpo, impunemente dichiarandocene padroni. Dire: questo è il mio corpo, è andare oltre ogni misura, è pronunciare le ere e l’eresia per cui in molti hanno pagato, non comprendendo in molti l’inesorabile verità della parola che è prima di tutto poesia. Entrare nella vita è come entrare in una libreria in cui c’è tutto quanto è stato nomi-nato, perché è dalla parola che nasce il mondo e dalla parola che viene camuffato, viene nascosta l’assenza, la sola nostra autentica compagna. Per questo, credo, i libri oggi vanno disertati, serve il ronzio di un rumore che ci affondi anche il più piccolo pen-siero, siero che esce in punta acumi-nata di matita. Dentro i libri ci sono i nostri deserti quotidiani e nessuno in essi scorge che, sempre lì, ci sono anche i nostri serti di alloro da portare tra i pensieri. Desolati, crudi, forse anche distanti dal nostro immaginario, contengono ammonimenti, previsioni e profezie su un futuro possibile al quale comunque servono i nostri passi e i nostri occhi, il nostro cuore, per farne un corpo che vive già da qui, già da questo ade…ad-esso.

fernanda ferraresso

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RINGRAZIAMENTI: Già da ora desidero ringraziare
il promotore di questa serie di incontri e cioè Michelangelo Camelliti, dirigente e figura cardine delle Edizioni LietoColle, che ha voluto portare tra i giovani la radice della parola, la poesia, senza distinzione di lingua, senza preclusione di fonti e senza speculazione che non fosse lo sguardo aperto nel cosmogonia della parola;
la Dirigente Scolastica del Liceo Artistico e Istituto di Istruzione Superiore “Giovanni Valle” di Padova, prof.ssa Lucia Dalla Montà che, dopo aver letto e ascoltato con attenzione la proposta ha subito accettato e mi ha suggerito a chi rivolgermi all’interno della scuola;
le colleghe preziosissime Anna Pavan, come referente dei progetti della scuola, e le insostituibili e magnifiche professoresse Elena Ferrari, Loredana Salmaso e Claudia Monteza senza le quali né il video né le altre ricerche intorno alla parola poetica si sarebbero potute mettere in cammino seminando buoni esiti e interesse tra i ragazzi e intorno all’evento;
grazie al professor Zorzi e ai ragazzi e che hanno collaborato per le riprese video di questo incontro (speriamo presto visibile anche in rete) e un grazie particolare ai ragazzi della classe 3G che in questo progetto hanno dato il loro apporto per le elaborazioni fotografiche inerenti alle poesie degli autori ospiti e presentate in questo incontro. Un grazie di cuore a Perla Hasanaj che ha dedicato la sua sensibilità, l’attenzione e la cura per la costruzione del medly elaborato sul mio testo, Maremarmo- LietoColle Editore 2014, visibile in apertura dell’articolo.
Grazie a tutti i colleghi intervenuti con le loro classie arrivati anche da scuole diverse.
Tutti hanno dimostrato una grande passione, un grande interesse e voglia di dialogo e un cuore grande, certamente per questo l’incontro è stato così: indimenticabile.
A tutti GRAZIE, grazie per l’emozione che anch’io, attraverso tutti ho ricevuto.

f.f.

 

Lectio (Poe)Ma-gistralis- LA PAROLA EMOTIVA

Il testo di riferimento al video da Maremarmo, di Fernanda Ferraresso- LietoColle Editore 2014

SULLA RIVA DI MAREMARMO

o

nella pancia del mito c’è una balena sbilenca
di giorno e di notte
in quel mare di marmo
i morti scrivono
navigando fuori rotta
lungo le coste la si vede in giorni malfermi
galleggiare su una spalla d’acqua gonfia
erutta sangue in zampilli di gerani
il mare intorno al relitto trema
la sua carcassa è un sarcofago d’ossa
di fango un lunghissimo poema
senza soste un fluire di onde
pagine come gusci e fili di calce
di ignote conchiglie di perla le vite aperte.

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5 pensieri su “LA PAROLA EMOTIVA- quando le case editrici promuovono la poesia tra i ragazzi

  1. Sei il giunco che fa della poesia un cesto dove raccoglierci e fiorirci in primavera.

    Grazie anche a nome di quei ragazzi in cui semini bellezza e che apri all’ascolto in modo così generoso e grato. Senza saperlo hanno incontrato fortuna.

  2. non è facile parlare ai ragazzi delle scuole, hanno sempre molte cose che li distraggono e sempre poco tempo per le letture e poca abitudine all’ascolto ma devo dire che non mi sarei mai aspettata tanta partecipazione attenta e animata. Davvero felice per la riuscita. Un abbraccio Iole. f

  3. Una grande ricchezza di riflessioni e spunti, chefarò certamente anche mia, per discuterne con i miei allievi. Grazie per questa proposta. Aspetto, se è possibile averle qui, anche le presentazioni degli altri incontri citati in apertura.
    silvia

  4. BELLO! BELLO! BELLO! Mi è piaciuto tutto e mi augurerei che si facessero più spesso presentazioni e incontri come questo. GRAZIE DI CUORE
    greta cosmei

  5. GRANDE! Mi mancano moltissimo le nostre lunghissime chiacchierate, le discussioni accese su tutto ciò che è arte! Con tanta voglia di rivederti. Un abbraccio e…scrivimi, ne sarei felicissima!
    Cecilia

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