Un anno con… 25 Elfsilber- Gli endecasillabi di Anna Maria Curci

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Arrivano adesso, a metà gennaio del 2015, questi endecasillabi di Anna Maria Curci nelle carte sensibili…come un accento a voce claudicante, perché di voce in voce spesso ci perdiamo, ci attardiamo a dire e ad ascoltare, poi ci pare di avere dato retta solo al vento. E che furia! Che sgomento il vento che soffia in questi giorni in tutto il mondo! Un vortice di vertici in cui tutti sembrano pretendere il governo del pianeta. Le stelle tacciono, gli uomini comuni si guardano ammutoliti e non dicono nulla, come se le parole non servissero più, come se non restasse che vivere ciò che ormai in molti temono. Demoni e inferno, scatenati dal gorgo che già producono massacri.Non c’è giorno che passi senza una nota che prema: negli occhi, nelle orecchie e che pesi, sul cuore, su tutte le quotidiane cure e gli affanni che ci tormentano sempre di più, perché manca il lavoro, manca un veglia al futuro che non sia una veglia funebre. Serve un risveglio, serve un disattivare false legalizzazioni di infortuni che stanno ammazzando la vita e la gente, in tutte le terre che si vedono all’orizzonte. I paradisi si riconoscono subito per la loro artificiosità, per essere fasulli, per essere domestici vaniloqui di chi potente non è. E intanto la matassa s’imbroglia, la via si fa più scura, più dura, cruda, curva, niente rettilinei, niente slarghi, persino il sole vaneggia dietro la sua corona esplosiva. Tronca sembra ogni soluzione. Ma, come di primavera la terra capta nell’aria una lussuria di cellule vitali e gli alberi spuntano là dove nemmeno si vedevano i semi, e gemme bucano la crosta dura dei legni, così noi dobbiamo essere capaci di risvegliarci e rifiorire ciò che conosciamo come arte dell’umano vivere, un florilegio anche il nostro, non solo un assassinio dopo l’altro, una pietra addosso sul cranio dell’altro come un unico infimo caino da allora fino ad ora. Ascolto, allora, la voce arguta di Anna Maria e cerco anche nei suoi semi di parola cosa sia la tagliola e cosa invece la rosa, o magari meglio, ancora meglio, una primula rossa.

 fernanda ferraresso
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I
Come un accento a voce claudicante
balza e s’arresta il limite del giorno.
Taglieggia tra le sdrucciole e le piane
e tronca si riveste soluzione.

II
Raccogli panni e polvere a tentoni
(volteggia cencio bianco in dissolvenza).
Increspate le reti a ranghi storti,
pesca a strascico appare soluzione.

III
Non mette conto di narrare cruccio
se questo è tenue al cospetto di strazio
carta vetrata che sfalda ogni giorno
anche il sorriso imbe(ci)lle e tenace.

IV
Hai diviso, sezionato, riposto,
glossato e modulato con l’artrosi.
Sui piedi e le misure le escrescenze
si spingono, arrendevole reclamo.

V
Al portatore d’acqua non si chiede
di narrare di sé e della sua fonte.
Sorda sete che s’avventa sul secchio
scansa polvere suole e passi stanchi.

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VI
«Lassez!» soleva dire, inascoltato.
La si faccia finita col teatro
le baruffe bassotte flatulente
il bolo sbalestrato ma conforme.

VII
Alacre in automatico, pedala
il postino obiettore (ma è coscienza?)
all’ennesimo sorgere del sole.
Ardore d’ordinanza occulta resa.

VIII
Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.

IX
Voi che apprezzate solo di sfuggita
(non vi si chieda altro, veh, non licet)
siete fermi al morbillo della spunta,
quella sociale esiliata all’occhiata.

X (a Vincenzo Errico)
Quando, strazio negli occhi e mente scossa,
apre Augustus Snodgrass quel taccuino,
avanza di buon grado anche il sorriso.
Non lo sperava, ma si allarga breccia.

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XI
Quei rondinotti rannicchiati all’Elba
sono cresciuti, si son fatti corvi.
Non gracchiano, starnazzano eleganti,
librano versi telecomandati.

XII
A scrivere si va, furiosamente,
col contagocce o piena senza presa.
Senza pudore scimmiotta il lenzuolo
l’ardire di coperta rimboccata.

XIII
Voi che l’ardire lo intestate a terzi
che visibili ansiosi poi abdicate
non vi basta tastare le mie piaghe
fare la doccia con le mie macerie.

XIV
Discreto, torni a chiedermi dell’ora,
quando ti ridarò… che ti ho prestato?
Non ha più suono la luce che filtra,
vano o spicchio, anticamera di pace.

XV
Canticchiare con le gambe conserte,
mettere i saldi per non stare soli
indaffararsi con stridio di specchi.
La pietra sa che ci prendiamo in giro.

 .

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XVI
Quando noi scendevamo alla marrana
(adesso non c’è più, bonificata)
scansavamo con cura i ciclamini
e coglievamo con ardore serpi.

XVII
Rimescolava i tarocchi sgranati
(i servi intanto azionavano leve).
Disse: «Io credo alla bontà dell’uomo»,
poi diede un morso e ritornò in trincea.

XVIII
Se le frontiere diventano ponti,
scorre limpida l’acqua a dissetare,
la fionda e cerbottana sono un gioco,
David smette di imitare Golia.

XIX
Entusiasti, mi strappate un sorriso.
I polpastrelli nella tinta rosa,
le fronti fieramente corrugate,
la bottega di sogni a cielo aperto.

XX
Puoi scambiare stupore con sgomento
se è l’orizzonte a venirti incontro.
Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

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XXI (a Fabio Michieli)

La bellezza qui gioca a nascondino –
conversazione in piazza Sant’Anselmo –
tra quel civico tre, Belinda e il mostro,
un sorriso su granchi e “ruba-scena”.

XXII

Dove incasellerai, adesso e sempre,
bisunte epifanie della rovina,
festoni a intermittenza degli scarti?
La dignità volteggia con cartacce.

XXIII

Quell’alzata di spalle e il chuchotage
la chiamata in disparte ed il sofisma
finto-bonario minimizzatore
a silenziare sdegno e ribellione.

XXIV

Non ho mai fatto il cambio di stagione.
Libri sghembi e vestigia ammonticchiate
sono compagni d’ore e d’omissioni
schedari e fusciacche d’altre sfilate.

XXV

Sorrido a quei proclami ripetuti,
pellicole e romanzi delle cime,
la vetta genuina di riforme.
Ancora sto tra pagine scordate.
.
Anna Maria Curci
(11 gennaio – 23 novembre 2014, con un balzo indietro al 29 aprile 2013)

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6 pensieri su “Un anno con… 25 Elfsilber- Gli endecasillabi di Anna Maria Curci

  1. “La bellezza qui gioca a nascondino”

    sì, direi proprio di sì!
    e la sottile ironia che è ancora bellezza, in Anna Maria, diventa un punto luce sui caratteri umani, vizi e virtù, che attraverso il suo acuto sguardo, vengono evidenziati graffianti, a volte, ma sempre pervasi di malinconica comprensione.
    i suoi endecasillabi fulminanti!

    grazie

  2. Ho cliccato “mi piace” perché li ho apprezzati davvero già a una prima lettura, ma so che occorrerà rileggerli per cogliere (quasi) tutto ciò che contengono. Grazie

  3. Dall’interrogazione fluisce il suo contrario “e tronca si veste soluzione” non è tempo di sole domande, “non si chiede al portatore d’acqua” né al poeta.

  4. Mi piace immaginare sollievo e sosta al portatore d’acqua, conforto e ripartenza, polifonia delle ‘carte scordate’.Saluto con riconoscenza Fernanda Ferraresso per il dono che mi rinnova qui su “Carte sensibili”, Cristina Bove, Luciana Riommi e Tiziana Tius per la loro lettura.

  5. “La pietra sa che ci prendiamo in giro”.
    fulmen in clausola!
    La scrittura , la poesia stessa sono ironia, oltre che spazio aperto alla chiarificazione di sè e l’ironia resta l’appiglio del e al razionale .Dice Montale :
    “Se vuoi la mia opinione
    l’unica via d’uscita è l’illusione
    perchè ogni giorno la vita
    supera il limite che pone”.
    Dentro le vostre voci acute e profonde, Fernanda e Anna Maria ,vedo lapilli di luce che lasciano anche impronte da custodire .Grazie davvero.
    Maria

  6. L’ha ribloggato su Unterwegse ha commentato:
    Mi piace immaginare sollievo e sosta al portatore d’acqua, conforto e ripartenza, polifonia delle ‘carte scordate’.Saluto con riconoscenza Fernanda Ferraresso per il dono che mi rinnova qui su “Carte sensibili”,

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