POESIA -Gioia Perrone.

 

 

Ho comprato un paio di sandali, Fernando
Li preferisco a quell’inquietudine di lisca, in libreria
Dove modici prezzi in copertina mi fanno frùsci frùsci sotto il collo
dove abbandono ogni arma tra i due primi righi della storia
E me ne esco nuda, al sole, senza forbici e sembianza
Calzare i piedi, Fernando, è come dare occhi ai passi
Camminare è come leggere- come quando dici Vivere è sognare-
come quando ( ma lo dici? )
Ti vengo a trovare, a leggere ogni cane, ogni negozio di pane
ogni tuo vestito strausato di nome e rigato di mille vertebre
Il tuo spalancamento di oceano steso
quella bruta visione a picco
di sagome fuggenti al momento.
Quindi, Fernando, non dirmi niente.
Avrò forza di vedere tutto,
di leggere il poema e il verme
La voce fragile di nuvole,nel niente del giorno
Ti do i passi e i sandali nuovi
Questa vaga ignoranza,
il mio arrivo.

*
C’è il finimondo dei fianchi Kelly, bambola amica dei gay,
in vetrina e una bambina che guarda
c’è un fegato che viaggia sopra le teste
c’è uno che lo aspetta disteso e lo prega
e un altro al torneo delle bocce che pensa ad Amanda.
Amanda ha i capelli neri e odiosa e dolciastra
ha una gonna pronta e un neo in testa
e ha un amore con Ciro che è un amore di sesso leggero
aperitivo.
C’è l’ora dell’oliva e del martini e quella degli sposi
e dei cerini per chi vuole darsi in dono un tono
altolocato e crede nei vecchi discorsi del fuoco.
E mentre Kelly è nella vetrina e la bambina la guarda
e mentre un fegato viaggia e l’altro lo aspetta
e mentre Amanda alza la gonna e beve il martini
e mentre gli sposi sposano i cerini
un uomo prende il treno per un pelo.

*
Le sagome dei sogni-balena
si vedono appena le punte dei capelli
spelati flebili di luce.
Siamo noi a pelo d’acqua
così azzurri nelle budella e
sonore le nostre ginocchia
quando facciamo l’amore
cavallette su carte
Scritte di notte:
Io non sono pronta a morire
io sono ignorante a morire
e non meno sfuggente del guitto
bianco di morticini tra corridoi silenziosi
E non meno veloce del tuo cuore che si mangia sillabe intere
E non meno veloce dell’America quando sgancia l’Atomica
io qui ho munizioni e non ho mani
per questo tuo arrivare da soldato
per questo tuo avvenire senza chiedere
e senza mani passa l’ottava ora
e guardo i cuscini e la carta vuota e i souvenir dello scaffale
e voglio non sia l’ora
ora che non voglio andare.
*
Il pedometro rileva cinquantunpassi
obliqui dopo l’edicola attraverso la porta della città
per un cornetto ripieno, dal posto dove mi trovo.
Si vede la stessa roba sempre, gli stessi omini-vai e vieni
tutti come niente a fare finta che niente succede
da sempre.
Di questa città conosco a memoria le caviglie,
le guglie pigolanti di avvocate, i passerotti,
i lavori pedonali e i lavori del filobus.
Prenderemo anche i filobus. Passeremo senza traccia
anche da dentro al filobus, da palo a palo davanti alle piccole rom
ai fiorai, ai colorifici, alle telecomunicazioni
alle sale da tè hi-teck , ai bambini hard-core
ai cani scalzi, alle mamme in blue jeans.
Dimenticheremo il discorso da dire a quello del giornale
puliremo le scale piano piano, piano a piano
lungo le tempie molli esposte ai finestrini,
noi fortunati di una mattina, avremo visione chiara dei fantasmi
sentiremo frusciare le vesti sui polpacci,
e gelati colare sui polsi delle fate natanti. Nuoteremo, sapremo
farci fiato vedere la riva all’attraversamento,
dimenticheremo il discorso, le bugie da dire, il sorriso da comunione
avremo da scartare un attimo buono
nel lilla del letto mentre l’altro dorme e noi l’osserviamo dormire
per i cali di pressione.Per i cali in genere.
Un bugigattolo di imbrogli solari, disposti in pellicole da ritirare.
So i parcheggi abusivi, Santacroce schizofrenica,
i caffè sodomiti di fine sabato straziato, gli accenti tarantini
i tuoi occhi spenti
e poi accesi
e poi accesi per le mie nocche di falena. Le cosce magre magre di notte.
Le ingiurie di questa città uguale a questa città disuguale
nell’amore che porta ai passi, ai sassi-doni del bianco e di alcuni
stracci di stanze che sono a mia disperazione, di alcune
strade doppio malto che intasano fegato e affini
di storie di confini senza coraggio d’essere chiare
come le prime vere estati inverni chiusi
dentro il mare.
Le piccate ragazze di corso Vittorio Emanuele, come sono uguali
ai palinsesti del prime-time.
*
Strofina e strofina, ci vedi attraverso!
Ci siamo inventati di tutto, di tutti modi:
i pennelli i colori le scarpe
le cose impensate le buste di caffè mai aperte i sogni i corpi untuosi
per guardareattraverso la cosa
a questa cosa da sfonnare
finestra invito prigione
a questa visione, e ancora
non si vede un cazzo.
Ci siamo inventati l’aeroplano:
dall’alto i baobab sono terminazioni nervose
abbiamo disegnato i progetti
abbiamo accartocciato rumorosamente i progetti
rigirato le chiavi, chiavi di ogni tipo, tra le dita
fatti omini e donnine di garbo
E abbiamo – povero Dio- scritto poesie
come lasciando tracce negli angoli
e premuto tasti e pennini e volato volato
premuto volato premura premuto
e venduto al mercato
e comprato al mercato la verza
innamorato di noi ogni strato, ingurgitato rigurgitato le foglie
soffritto affamati cipolle
slanciati sparati all’amore
da farci uscirelebolle!
Strofinare, strofiniamo ancora
celesiamoinventatetuttelecombinazioni!
(l’intero kamasutra di parole abboccate all’esca degli occhi,
all’attimo che qualcosa appare, se appare…)
”nna’ cosa vaga, compà!” – direbbe mio cugino
viene da questa parte…. Passatemi un foglio!
*
Il mio stomaco è caldo.
sotto la pioggia scimunita di questi giorni e le piante dei balconi e
il grigio lungo viale messo al posto di dritti e antichi pini, maschi e
verdi
tra una birra e l’ipotesi di un nuovo progetto dove
la parola “sociale” dice jak, ci sta sempre bene ogni 22 parole.
Il mio stomaco è caldo. E’ tutto caldo e risuona bene
sa di metallo qualcosa come il buco fossile di un pearcing alla lingua
mai desiderato.
Come questa nostalgia ossessiva del bianco
che è sempre più raro e sempre più “non so cchè”
sfasciato sulla mia dislessia.
Sognavo di fare l’astrofisica
mentre nei giardini altrui sceglievo le pietre più calde
per crogiolare la coda al sole e far luccicare la pancia..
Ora faccio un lavoro educato. Nessuno ancora si comporta male con me.
Alle zampine ho le solite scarpe, sempre più evanescenti,
ma si cammina bene.
Il mio stomaco è caldo,
ho una temperatura ideale, spettacolare, per accoglierti.
e vorrei accoglierti come un verde che scoppia in un millimetro di carne buia
quando un’idea geniale si diverte con le orecchie.
Vorrei riascoltare mille volte l’idea geniale.
Vorrei nello stesso istante sparire per sempre
e non per debolezza, si capisce, ma per una banale questione di estetica.
Il mio stomaco è davvero caldo,
mi viene il buonumore e ho dimenticato persino la testa che fa male
la neve che cade, ciao.
*
il mio cuore è un giocattolo al banchetto dell’usato. E’ una di quelle
cose che mi fanno impazzire. / e impazzirò. Questo è sicuro.

**

Riferimento in rete

https://granbelblog.wordpress.com/

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4 pensieri su “POESIA -Gioia Perrone.

  1. “Calzare i piedi, Fernando, è come dare occhi ai passi
    Camminare è come leggere-”
    e leggere queste poesie è come correre a piedi nudi su un terreno leopardato di ghiaccio e carboni ardenti; qualcosa di elettrico e poi improvvisamente morbido; una lama e una mollica di pane.
    ” Alle zampine ho le solite scarpe, sempre più evanescenti,
    ma si cammina bene.
    Il mio stomaco è caldo,
    ho una temperatura ideale, spettacolare, per accoglierti.
    e vorrei accoglierti come un verde che scoppia in un millimetro di carne buia
    quando un’idea geniale si diverte con le orecchie.”
    Non conoscevo Gioia Perrone, averla incontrata mi stimolerà a sperimentare.

  2. Da molto non leggevo poesia di Gioia. E qui conferma la voce conosciuta che avanza sicura sulla strada tracciata, con in più la docilità di una visione che si lascia cogliere matura. Brava!

  3. Questo lavorio di parole mette in moto, un po’ con timore, ma mette in moto. Segui con lo sguardo delle parole ogni girata d’angolo, ogni sguardo che fugge. Mi piace moltissimo.

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