At speròm- Simonetta Met Sambiase

sebastian chillemi

sebastian chillemi 028

 

L’istinto si accorge che qualcuno mi sta aspettando dietro le spalle ben prima che tutta la parte razionale mi spinga a girare gli occhi. Mi muovo di scatto e la vedo, sta proprio attendendo che la riconoscessi, fra gli accessi del parcheggio e l’ascensore.
“Albana – le sorrido – ma allora sei tornata?”
Albana comincia a rispondermi e sovrapponiamo le nostre voci a raffica.
“Si, ho preso un’occasione di un volo di trecento euro, sto qui solo due settimane, mio marito è rimasto a casa ma i miei figli stanno qui”
“Ma sei tornata per restare? Tuo marito ha ritrovato lavoro? Sono contenta di vederti”.
“No, no, ormai siamo tornati lì, non c’è nulla da fare”
“Come sta andando? Sì, intendo, come è andato il ritorno in Albania?”.
“La più grande sta meglio – mi spiega. Poi ferma le parole, sembra voler piangere.

Mi fermo con le domande anch’io.
Ripenso all’ultima volta che ci siamo viste, a fine agosto. Albana aveva aspettato tutto il tempo che poteva attendere e poi era ritornata in Albania, a Valona. In Italia era arrivata da sposa quasi quindici anni fa. Il marito aveva sempre lavorato nell’edilizia, spesso in piccoli cantieri gestiti dai suoi connazionali; tutto sommato un buon lavoro ma totalmente da dipendente e quando la crisi ha colpito, il marito di Albana ha perso sempre più ore e datori di lavoro, fino a restare a casa. Albana ha tenuto duro soprattutto per i due figli: l’anno scorso la grande frequentava le medie, il piccolo era ancora alle elementari. Il maschietto posso dirlo di conoscerlo meglio, difatti ero entrata in confidenza con Albana a causa sua. Un giorno, in un supermercato, era quasi scoppiata a piangere perché il pediatra liquidava i suoi dubbi sulla crescita del bambino come sciocchezze, mentre lei vedeva il bimbo “sciuparsi” (come diceva la buonanima di mia nonna, ossia perdere sempre più peso e tonicità).
Io ci ero già passata. Sapevo che significa quando il pediatra di base liquida corto sui dubbi e sulle visite e poi a te madre tocca correre per ospedali. Così l’avevo rassicurata, avventurandomi in una confidenza che ancora non avevo in nome della solidarietà fra madri che barcollano: non era lei che stava esagerando ma il pediatra che minimizzava! Le avevo fornito anche tutti i dati di vari specialisti e l’indicazione dei reparti ospedalieri a cui rivolgersi e così via. E da allora quando mi trovava in giro per il quartiere, mi fermava e scambiavamo due chiacchiere. Gli ultimi due anni, mi aveva confidato, erano stati terribili a causa della crisi dell’edilizia che aveva fermato tutti i piccoli cantieri e l’indotto. Mi raccontava che era anche addolorata perché fino ad allora si era illusa che fra i suoi connazionali ci fosse l’uso della solidarietà ed invece il marito aveva bussato e ribassato alle porte di chi poteva aiutarlo e aveva trovato sempre l’accesso sbarrato. E che sarebbe tornata indietro perché non poteva più reggere il costo della vita in Italia. Il Paese delle opportunità mancate. Sempre ad un passo dal vero cambiamento e a due passi dalla peggiore mediocrità, dall’indulgenza verso le proprie sufficienze, sperse negli alibi della doppia morale che da Machiavelli in poi non è mai cambiata.

Poverini gli immigrati, ma noi non siamo l’America (il Nord America naturalmente). No, non lo siamo. Gli Stati Uniti sono fondati da pellegrini immigrati e sulla forza lavoro, mentre l’Italia è fondata sulle rendite immobiliari, sull’evasione fiscale e sulla segreta ammirazione della furbizia dell’evasore. Se Albana e la sua famiglia è andata via, poverina lei e pace a noi, etc etc. E’ l’eterna legge della ricchezza ad oltranza che vige in questo luogo dell’alto Mediterraneo. Del resto, prima degli albanesi e dopo di loro c’erano stati i meridionali che erano andati a cercare lavoro al Nord (adesso non ricordo se anche di loro dicessero che rubassero lavoro ai settentrionali, può darsi di sì, può darsi di no, certe dicerie sono innestate nel metabolismo difensivo del piccolo capitalista) e poi in tutti il Nord del mondo, fino a raggiungere il grande freddo (dalla Germania al Canada) o il grande lontano (ci sono intere regioni australiane che conoscono la ricetta della pasta e fagioli). Poi tutto si è ri-normalizzato, e sono tornati i capitali del materasso a ri-governare il Paese, mandano fuori dal loro magnete i corpi poveri e i lavoratori a bassissimo costo, un turn over necessario al mantenimento del potere oligarchico. Tutti via a fare la fame. Come quelli della famiglia di Albana, per esempio.

“Sono contenta che la bambina stia bene, è sempre stata così brava – ricordo alla madre.
“Sì, lei si sente con le sue amichette sempre, si sentono su Skype e tutte le dicono che la vogliono qui, che la rivogliono – spiega Albana mentre il viso è tutto un rossore – ma il più piccolo .. lui non vuole stare. Luka scrive sempre sul quaderno IO SONO ITALIANO, non vuole sentire nessuno, a scuola non vuole fare amicizia, lui dice sempre a tutti IO SONO ITALIANO. Mi chiede continuamente: “Mamma quando andiamo a casa? Mamma quando mi porti a casa?”
“Oddio Albana, mi dispiace”.
Che parole di confortodico… accidenti a me! Che posso fare? Che debbo dire? Ma che posso dire?
Apro le braccia e mi avvicino. L’abbraccio .
“Mi dispiace… tu come stai?”
“Io? Mi si sta spezzando il cuore….”
“Mi dispiace Albana, davvero. Non riesco nemmeno ad immaginare quello che stai passando. Ma magari l’anno prossimo qualcosa accade, qualcosa si muove e tutto migliora, vedrai, l’anno prossimo andrà meglio”…

Sì andrà meglio, perché peggio di così significa che i cuori si sono annientati nel nulla e non resta l’anima in questo Paese. Andrà meglio, sarà un buon anno il 2015, torneranno quelli che volevano restare, magari, e quelli che hanno messo in rovina ogni cosa se ne andranno un po’ in galera o fuori dalle balle, perché io voglio Luka nel mio quartiere ed Albana, che mi racconta di come si fa la torta di grano a chicchi. L’ho anche chiesta in giro la ricetta ma pare sia una sorta di orgoglio nazionale. Speriamo che il 2015 sia un anno di uomini e donne di buona volontà e non altro.
At speròm, come dicono in questa città….

 Simonetta Met Sambiase

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4 pensieri su “At speròm- Simonetta Met Sambiase

  1. Cara Met purtroppo la famiglia di Albana non è la sola, un altro Lukas che abitava nella stessa casa di mio figlio, se ne è tornato in Albania insieme al padre e alla madre. Tante ferite nei loro cuori e nel cuore del nostro paese, e nei nostri!.

  2. La rassegnazione di chi non si rassegna, la disperazione di chi non si dispera, la speranza di chi non spera…la tristezza di chi non ha più lacrime da versare…Buon anno cara Met e che sia almeno ricco di sorrisi…

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