IL RITMO DEL PUNTO FERMO: note di lettura critica su CANTICO DI STASI- Poesie 2011- 2014 di MARINA PIZZI- Antonio Devicienti

sergio padovani-sconfinati dies irae

Sergio-Padovani-DENTRO-SCONFINATI-DIES-IRAE-2012-120x80-cm-Olioacrilico-e-bitume-liquido-su-tela-courtesy-Sergio-Padovani1.

Questo poema è stato a lungo in fieri e Marina Pizzi ha avuto la bontà di offrire alle Cartesensibili via via le risultanze del suo lavoro, fino a quest’approdo finale che raggiunge il numero di cento strofe totali (è dantesco il richiamo?) Provo a scrivere di questa poesia così ardua ed alta, scelgo (arbitrariamente ed in maniera del tutto soggettiva, della qual cosa mi scuso) alcuni passaggi e, talvolta, ne propongo un mio commento: l’ambizione è rendere un servizio da umile chiosatore (proprio come si usava un tempo a “commento” della grande poesia) a chi ha saputo scrivere versi magistrali e comincio dal titolo: Cantico che richiama San Francesco e l’origine della poesia italiana, cantico in quanto poesia dall’ampio respiro e dal ritmo articolato; stasi come il rimanere nel canto e nella contemplazione, stasi da associare a stanza, lo spazio metrico privilegiato della poesia romanza e stasi come arresto, come polo dialettico rispetto al moto (ma che il moto implica e del quale necessita), come indugio nella riflessione e nella contemplazione. E stasi come rimando alla morte, come impegnativo dire (in vita) della morte e delle sue interconnessioni con la vita.
Il Cantico di stasi rende un servizio impagabile alla lingua italiana: ne esalta la natura creativa e visionaria, la strappa alla banalizzazione fatta da certa poesia a basso costo, edifica uno spazio metrico all’interno del quale l’italiano viene salvato e riscattato dalle offese cui quotidianamente è esposto da parlanti senza cura per il mezzo linguistico che usano. Nel Cantico di Marina, invece, questa cura c’è e si esplica nella molto difficile articolazione sintattica ed immaginifica, per cui nulla è lasciato al caso, nulla risolto in maniera semplicistica o di comodo, ogni passaggio richiede al lettore uno sforzo interpretativo ampiamente ripagato, poi, dal godimento estetico ed intellettuale – e non solo. Nel suo insieme il Cantico di stasi dice, infatti, il nostro modo di stare sulla terra, sensi e mente sempre vigili, gli occhi del pensiero pronti a cogliere l’inapparente, l’orecchio capace di udire e la lingua capace di articolare versi di rara originalità che si pongono in dialogo con uno dei tabù più forti della nostra contemporaneità: la morte.
Al miglior fabbro dedicava Eliot la sua Terra desolata; l’arte faticosa e nobile del fabbro torna qui, dentro una lavorazione del verso e della stanza che restituisce onore all’arte poetica. Il miglior fabbro era già sintagma mutuato dal poema dantesco e Dante viene in mente spesso, percorrendo le stanze di Marina Pizzi, sia per la materia stessa del Cantico (afferente, credo, in modo preponderante all’Inferno), che per l’impressione che si riceve di una lingua cui è stata restituita la sorgiva forza immaginifica e creatrice. Si attraversano allora le stanze e ci si bagna di dolore, si medita sul destino umano, si trovano, tramite il linguaggio, connessioni inaspettate tra gli oggetti, i luoghi, le situazioni. L’essere umano, esposto al dolore e alla morte, raggiunge un suo slancio creatore proprio nel linguaggio che, semplice emissione di fiato, svela se stesso, in realtà, quale un mezzo potentissimo per ri-creare il mondo e ri-dirlo. L’apparente ermeticità di questi versi scaturisce dal groviglio oscuro che sottende il nostro universo mentale e pure l’universo fuori di noi con il quale intratteniamo quello stretto rapporto che si chiama atto conoscitivo; penso che il modo migliore di accostarsi al Cantico sia liberarci delle convenzioni comunicative e dei relativi pregiudizi: che la mente di chi legge (e mi piacerebbe dire molto più appropriatamente: di chi si pone in ascolto) sia libera e di nuovo vergine, ch’essa, con gratitudine, impari questa ritmica capace di accostamenti inediti e rivelatori e riconosca di essere in presenza di una poesia in esplorazione.

1.
in un ospizio di foglie
la pigrizia dell’angelo.
si secca la gioia di dio
pertugio di lacrime.
incline al giocondo arenile
balbetta d’eco la conchiglia.
in mano all’armonia dell’inguine
resta la giara senza l’olio santo
prosciugato dal resto del mondo.
mandami un calesse avrò già pianto
nel dilemma scortese del fango.
è tutta qui la resina del dubbio
quando la casa crolla tutta sicura
di stare in piedi. i duri fratelli
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.
in un tuono di vendetta la scaturigine
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo
spadroneggia sugli amanti senza riparo.

Ospizio, da hospitium, hospes dice dell’ospitare e dell’essere ospitati e qui è un ospizio di foglie, leggére e mobili che accolgono la pigrizia di un messaggero, di un inviato. Ci sarebbe di che pensare a Jabès e ai suoi concetti di ospitalità, di straniero, di migrazione che sono sempre connessi, in ultima analisi, con l’immagine-concetto dell’abitare una lingua ed un nome, ma anche dell’essere scacciati, del trovarsi in esilio, dell’abitare l’incertezza e il buio.
Davvero interessante è la cadenza del dettato poetico, scandita dal punto fermo ogni due o tre versi, mentre la poetessa dice di un mondo minacciato, forse di un paradiso perduto da cui si è stati appunto scacciati, di una casa crollata proprio nel mentre possedeva la sicurezza di durare e vipere e il dileggio del vicinato si spargono all’intorno: indifesi gli amanti.
Scrive Fernanda Ferraresso in https://cartesensibili.wordpress.com/2012/10/06/fernanda-ferraresso-scelte-dalla-raccolta-cantico-di-stasi-di-marina-pizzi/ “Eppure, c’è quasi una certezza, qui, in questi versi densi di amarezza fattasi inchiostro, denso, cupo l’osservatorio di Pizzi annota che persino gli angeli stanno qui, appena sotto le foglie, cadute anch’esse, caduti o caduchi, entrambi, angeli e foglie come noi, come ogni cosa, senza posa”. Ánghelos vale, in greco, messaggero e, forse, nella poesia di Marina Pizzi il messaggero possiede la connotazione kafkiana dell’inviato che mai riuscirà a raggiungere il proprio destinatario oppure quella che Rafael Alberti assegna ai suoi ángeles, incarnazioni terrestrissime di pulsioni, paure, ire, aspirazioni del tutto umane.

2.
quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace. in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del dominio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.

 

Potente è l’esplicitazione dello stato di servaggio e d’infelicità cui sono sottoposti gli umani, senza indulgenza la rappresentazione di un presente mortifero ed offensivo: attraversiamo un inferno in terra, perduta la grazia e la felicità. E compare già in questa seconda stanza un termine ricorrente, desueto nell’uso comune, ma elegante e carico di significato: occaso, tramonto (connesso anche etimologicamente con occidente, il cadere della luce) e che spesso nel Cantico vale come momento di riposo, ma anche come preannuncio della morte (il “tramonto” della vita). Se Marina molto bene dice il diverbio è pastore di se stesso, ella esplicita pure il bisogno di pacificazione entro una contesa continua ed uno stato di servaggio e dominio dei pochi sui molti. E (rileggiamolo) dice in questo modo: così lo stato delle fosse / vive, lo stato del dominio delle cose / fatte ad arco per castigare meglio. Questo è il modo peculiare che ha la nostra autrice di esprimersi, riuscendo così a sottrarsi alla retorica e all’ovvietà rispetto a temi già battuti da altri, usando la lingua come un metallo malleabile e ricco di sempre nuove sorprese, duttile e come ancora vergine. Forse possiamo riconoscere un antesignano (e già moderno, anzi proiettato nel futuro) di questo modo di poetare in Lorenzo Calogero e nel suo libro Avaro nel tuo pensiero (da poco pubblicato da Donzelli) ed un’altra maestra in Amelia Rosselli e sospettare affinità con la poesia di Cristina Annino, di Massimo Sannelli, di Ilaria Seclì, di Paolo Fichera, autori tutti che scardinano il modo tradizionale di esprimersi e di articolare la sintassi del discorso e che costringono il lettore, affascinato dai loro testi, a ritornare su di essi scoprendovi ed apprezzandovi la sapienza spesso rabdomantica del ductus poetico, l’inattesa associazione lessicale che fa davvero della poesia uno strumento di scoperta del mondo, o meglio, del mondo guardato attraverso la parola e il suono della parola. Ci rendiamo allora conto di quanto sia attuale l’affermazione mallarmeana a proposito di Poe e cioè che quest’ultimo avrebbe dato un senso più puro alle parole usate dalla tribù e necessario l’imperativo rimbaudiano secondo il quale occorre assolutamente essere moderni, non nel senso deleterio e superficiale di tanto diffuso giovanilismo e del molto rincorrere l’attualità, ma, appunto, nel trovare modalità espressive capaci di dire la modernità, non fotocopiandola, ma rappresentandola e comprendendola e, quando necessario, anche criticandola.
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sergio padovani-carne mia traditrice

sergio-padovani-carne-mia-traditrice
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4.
così si dice pianga la lucciola
quando la manna si fa spazzatura
presso la porta dorata del folletto.
il bimbo gioca a se stesso da piccolo
ma non lo sa e non è felice appieno.
si sa che è uno zero lunatico questo
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.
nella sabbia che fatica le staffette
corre la fiamma a cercar di amare
le zuffe di ferrosi amanti.
in un duetto di fragole di maggio
invento le gole di fratelli golosi
così noiosi da sembrar gemelli.
l’arena di truppa non fa finir la guerra
né la buona cucina invita qualcuno
per esorcizzare il rantolo.
la pagnottella con il prosciutto è leccornia
da altare. tu inventa una steppa che
sappia grilli parlanti come le gemme
delle favole. dividi con me questo
cimitero acquatico di fuoco. io non
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.

E l’infanzia? Il tempo felice di cui si favoleggia? Il bimbo, afferma Marina Pizzi, non ha consapevolezza del suo stato felice e piange come la lucciola che ha perduto se stessa. Poi giunge l’invito: dividi con me questo / cimitero acquatico di fuoco. io non / voglio chiamarmi più marina né in altro modo. L’appello ad un “tu”, l’appello ad una condivisione ha come oggetto un cimitero (rimando all’idea della morte) acquatico (l’acqua può essere simbolo di vita ed anche dare la morte), ma di fuoco (nella classica contrapposizione ossimorica tra acqua e fuoco e il fuoco sta per la passione, oppure, ricordando il mito di Prometeo, per la forza demiurgica dell’uomo, fuoco fondatore della metallurgia e quindi della civiltà umana): non è, questa, una splendida, magistrale immagine del nostro esistere nella morte, ma anche del nostro empito creativo, pur ostenso alla morte? L’esistenzialismo novecentesco, complesso e fecondo, sembra innervare molti passaggi del Cantico, segnarne le tappe verbali-conoscitive, supportarne filosoficamente gli approdi (approdi significanti solo in virtù del fatto che andranno subito abbandonati per cercarne altri e altri ancora: il Cantico di stasi si configura così anche come una ricerca della stasi o un desiderio di essa, paradosso del doversi muovere continuamente originato proprio dalla tendenza al quiescere, al fermarsi, al morire).

8.
dio di cancrene stare zitto
sul filo del rasoio come abaco
atto al rasoterra. l’alone della terra
è fiato smesso pronto per il sottomesso
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto
della conca in culmine di oceano. iddio
canuto questo scempio fiumara di fumo.
addio al sasso che giocò al vetro rotto
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno
l’alunno zoppo che non può scalciare
contro la poca aureola del sogno.
in lutto guarderò la sedia vuota
dove rantolò la scherma di Ulisse
il bel cerchio di restare vivi.
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio
di chiamarsi al dondolo. muore la spada
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.
oggi si accantona il bacio
per un giro ancora.

In questa strofa è il suono a mostrare e dimostrare la sua carica creatrice e generatrice di senso: dal rasoio al rasoterra alla terra i suoni si richiamano in una sorta di catena, poi subentrano il fiato e il fato tra i quali emergono smesso e sottomesso, cui si aggiunge fiumara di fumo. Non si tratta dell’ormai stanco e superato sperimentalismo fonico e fonetico, ma di un’azione quasi demiurgica sulla lingua per farla ancora significare, per costringerla a creare suggestioni, nuovi nuclei di senso, nuove possibilità espressive e semantiche. Maestri silenziosi Amelia Rosselli ed Andrea Zanzotto, il fonema si mostra come sorgente del significato, la parola tramatura di significante e significato, là dove il suo suono e la sua grafia non sono parti minori.

9.
mi metterò l’occaso in riva al sangue
e capirò perché la luna è piena
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino
della pena gravita una roccia. dove da oggi
è turno di scempio prestare il rantolo
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di
omuncolo regalo assiomi miracolosi
d’asma. eppur domani sia consono
il re del soqquadro per la caligine
del retro stato. un fato di nebbia
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi
un enigma se la storia è dio. è da sùbito
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.
e la darsena si acclude all’osso di sterco
al comignolo che ottura il cielo
verso la rottura col mito. in fase maschia
non sarà riscossa espugnare il rantolo.

Quale meraviglia il primo verso di questa stanza! E come il punto fermo, sempre seguito dall’iniziale minuscola, cadenza bene queste attestazioni di presenza e di pensiero! Tengo infatti a ribadire come quest’emozionante poesia sappia dimostrare quale livello di pensiero possa raggiungere un’arte che, secondo un vieto pregiudizio romantico, affonderebbe le proprie radici nell’irrazionalità e nel puro empito creativo: qui viene invece dimostrato come la poesia sia la risultanza di un complesso e consapevole lavoro sul linguaggio il quale ultimo, a sua volta, è l’emersione di una storia, di un universo simbolico e culturale, voce di un’intera comunità anche quando apparentemente chi scrive parla di sé e della sua storia personale. È la condivisione del linguaggio nel suo uso creativo ed eversore di ogni forma di abitudine comunicativa a raccogliere la comunità attorno al testo poetico.

10.
finalmente avrò un bottone d’agio
finalmente. e dietro l’ambito delle vene
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli
voglio andare dove la pena non è neppure
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni
resta l’odore della morte per il popolo dei
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe
quando nessuno si ricorda più
di quali stati fu il cruciverba e la badata
stasi di dormire raccolti in un apice
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente
con urli o silenzio secondo la paura.
immersi in un letamaio di giullari
si contamina restare stamberghe di sé.

Lascio al lettore l’individuazione delle allitterazioni, onomatopee e via dicendo che rendono ulteriormente coesa ogni strofa; da parte mia sottolineo come nell’intero Cantico di stasi non ci sia un solo vocabolo che non appartenga integralmente alla lingua italiana: nel diluvio di termini ed espressioni anglosassoni che stanno invadendo ogni ambito comunicativo (insegne di esercizi commerciali, comunicazioni per via informatica e via enumerando) la lingua di Marina Pizzi è quella italiana considerata capace già di per sé di dire qualunque sentimento e pensiero; non è, questo, nazionalismo o sciovinismo, ma la serena consapevolezza di una struttura grammaticale-sintattica e di un patrimonio lessicale (enorme, incredibilmente enorme e felicemente espressivo) capaci di generare l’universo del poema. Senza reboanti petizioni di principio Marina Pizzi sembra continuare una nobile linea poetica che si snoda dalla Commedia attaverso l’Orlando furioso, la Gerusalemme liberata, il Carme dei sepolcri e che sembra interrompersi nel Novecento in favore di una poesia breve e brevissima, ma che riaffiora, a ben guardare, in opere come le pasoliniane Ceneri di Gramsci e i poemetti di Elio Pagliarani, Antonio Porta, Roberto Roversi o nei Quanti del suicidio di Helle Busacca o nella Camera da letto di Attilio Bertolucci. La poesia di Marina Pizzi come strutturazione di un testo complesso e di ampio respiro, superando in maniera definitiva il pregiudizio crociano, si salda a numerose esperienze recenti italiane e straniere, fa della lingua il respiro lungo del pensiero.

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sergio padovani- abbraccia il mio pianto feroce

sergio-padovani-abbraccia il mio pianto feroce

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11.
lasciami andare a un sinonimo di eclissi
dove l’abaco conti solo miti
e siluri di alfabeti miracolosi
dove la cornucopia è sazia
e la viltà non ha indici
né sbagli di scommesse.
intagli di meraviglie starti a guardare
nell’eremo che soqquadra le pianure
perdurando le eresie del bello
sotto le cimase dell’esodo folclorico
e le rotte evangeliche del sorriso.
indarno il quadro scoppia di bellezza
se questo deserto è prova di catrame
e la trama del foglio perde la scrittura.
il trono maniacale dell’estetica
espunge il costato dell’arsura
questa bravura di piangere per sempre
nonostante le zeppe sotto la lavagna.
il crudo amore inguaia la progenie
misfatto editto per la solitudine
tutte già belle le turbe delle spose.

In questa stanza si dice del divario tra lo spleen del vivere quotidiano e l’idéal, ineludibile la lezione baudelairiana, inevitabile il confliggere tra l’aspirazione al bello e l’offesa inflitta dal reale: indarno il quadro scoppia di bellezza / se questo deserto è prova di catrame / e la trama del foglio perde la scrittura. Possediamo questa consapevolezza fin dall’origine, l’arte possiede questa consapevolezza del suo appartenere al reale e della sua contemporanea distanza dal reale, le eresie del bello stanno dentro il costato dell’arsura.

12.
mia madre è morta di strano cuore
una maretta intrisa di preghiera
la mia di sapida bestemmia
dove la pietà si annulla in urlo.
in un covo di rettitudine blasfema
ho sopportato l’agonia la gogna
dell’attesa e il silenzio finale.
con un pellegrinaggio di lenzuola
la giornata si fa atroce come la purea
di tutti i giorni e le cibarie pessime.
escludo da me la veglia della gioia
questa vanga di fanga e di gran fuoco
quando i fiori si gettano per terra
a piramide profumata. si toglie tutto
anche la croce per la cenere maligna.
resti o svapori poco importa alla baldanza
di lucciole letargiche e fuochi fatui.
i lavori degli uomini continuano
a trasportare morti per furti futuri.
si ruba ai morti tanto non costa niente
e la baldoria non barcolla un attimo.

Il lutto privato segna una delle tappe del Cantico che, in effetti, è un avanzare per stasi della parola e del pensiero, all’interno delle stanze esprimendo la voce poetante i propri rovelli e le proprie angosce, le eventuali speranze e le attese. Tema assai ricorrente il lutto, qui esso trova la propria originalità espressiva in un linguaggio che è anche un congegno ammirevole nella sua capacità di dire senza ripetersi e senza ripetere stilemi altrui, dimostrando che è ancora possibile esprimere una tragicità che mai scade a retorica o melensa canzonetta triste. Ad esempio: la malattia è detta con un’immagine icastica quale la seguente con un pellegrinaggio di lenzuola / la giornata si fa atroce come la purea / di tutti i giorni e i fonemi si richiamano per allitterazione, rima o somiglianza come questa vanga di fanga (si noti la variatio tra sonora e sorde) e di gran fuoco / quando i fiori si gettano per terra / a piramide profumata oppure lucciole letargiche e fuochi fatui e poco oltre furti futuri.
Mi sembra interessante (e lo cito qui a mo’ d’esempio, in quanto la medesima osservazione potrebbe essere effettuata per altri termini dello sterminato patrimonio lessicale impiegato dalla poetessa) l’uso del più raro fanga rispetto a fango e che ricorre anche, tra le stanze da me scelte, nella 18 e nella 35 e che, con la corrispondente forma maschile, costituisce un leitmotiv dell’opera connotante negatività e rovina. Le forme lessicali, anche rare, la ricchezza inesauribile del lessico danno ulteriore valore a quest’opera, riportano la poesia al suo ruolo di esaltatrice del patrimonio lessicale di una lingua.

14.
vado all’espatrio ogni notte
con un tatuaggio nel cervello
botta e risposta senza fine
la mia carriera visitata da ferri
arroventati. nei denti un faro
di conchiglia. una perplessa
aurora quanto un cimitero
divelto. miserere del respiro
continuare la scansione del
tempo. vocativo d’estro volerti
accanto. camminami sul petto
abbi pietà del mito che ci rese
fragili. passa la vendetta un canestrello
di vespe. la grazia occulta della siepe
è un buon cammino nonostante
non sapere l’aldilà. incudine di putti
verremo uccisi tutti.

Un modo di poetare visionario come questo fa del corpo un paesaggio anch’esso sorprendente ed osmotico con il paesaggio del mondo, sia esso il mondo macroscopico che quello microscopico e sottende una non comune capacità di guardare, ribadisco, allontanandosi dalla percezione convenzionale. La lingua diventa una sorta di lente attraverso la quale le cose e i luoghi trovano collegamenti insospettabili, il mondo, estremamente frammentato, ritrova un’unità (non necessariamente una perspicuità) proprio grazie al procedimento metaforico e a quello analogico, nella grande verità del linguaggio che, esprimendo il nostro stare e il nostro esperire la realtà, ha un ruolo rappresentativo e conoscitivo.

16.
al caso del mio cantuccio si cammina
a vuoto. fantasma di rovina accavalla
le gambe come una signorina. inganno
in camice chirurgico non sa operare
la rima con la vita. tacita piange la zucca
delle ceneri parenti, padre e madre simili
al cemento. urlo l’uno silenziosa l’altra
la cuccagna dell’aldilà è da vedere
con l’esame dei bocciati. le spalle ordinate
di soldatini morti. le cicale hanno smesso
per pietà di far tormento al calco dell’estate.
intruglio di penombra questa perpetua
stasi. sentire addosso le resine è cimelio
d’altitudine contro la pozza del seminterrato
d’oggi. ordigno di cometa sapere le regole
del tempo vetuste come la luna presa.

La poesia sembra soffrire il proprio divario da un presente offensivo (intruglio di penombra questa perpetua / stasi. sentire addosso le resine è cimelio / d’altitudine contro la pozza del seminterrato / d’oggi), un’eco da terra desolata di eliotiana memoria risuona nelle stanze di Marina Pizzi, ma anche una tragicità che sembra rammentare certi cori sofoclei o certi monologhi shakespeariani, nei quali il destino umano non è detto in forma di lamentazione, ma di virile constatazione. E, forse, anche una tigre assenza si affaccia a divorare a morsi feroci il tempo concessoci o il canto delle mummie di Federico Ruysch torna a risuonare con la sua ferma consapevolezza.

18.
quale sarà l’occaso che mi stroncherà
il viso. la giostra sarcastica che non giocherà
pietà. mano alla nebbia forestiera
si chiude il parnaso dei cipressi
i pioppi segaligni che sanno stare
al fianco della gara dei ribelli.
in tutta gratitudine voglio chiamarti
amore segno di velluto per la notte.
invece la guerra è alle porte dove
si disprezza il giorno. in un fagottello
di ghiande ho messo via chi sono
una manciata di eremi dismessi
dove piange la fanga abbandonata
l’indirizzo illusorio sul palmo della mano.

27.
sarà festivo il dì del nome tuo
traguardo di balbuzie nonostante
lo scarto dell’ombra. avrai di dio
l’icona buona la saggia chiave di
chi rompe indugio per flettere la
nebbia oltre steccato. la conca della
culla sarà conclave contro la veglia
dell’ora tragica. beltà del sacro cuore
la tua nomea è vertigine di bosco
dove consola la terra la bestemmia.
la stiva della ruggine fa di sangue
il veto, la rotta ginnica di guardare
il sole per adoperare la vita verso
l’estro di conoscere la lira delle statue.
canestro ingordo l’infimo del bordo
e la giuria che convoca vocali di abbecedario
la filastrocca occlusa alla vendetta.
ammanco di cipressi la tua stalla
viadotto di comete senza magia
nel ristagno del fiotto rantolante.

Elegia è, nella tradizione classica, canto funebre e/o meditativo; elegiaco è il Cantico di stasi che non può non soffermarsi sul tema della nominazione, sul polo magnetico che è il nome, anche tenuto conto del fatto che la poesia stessa è tentare di ridare alla parola la sua natura di nome, la sua capacità di chiamare, oltre che di comunicare.

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sergio padovani- grande rapimento in trionfo

sergio-padovani-GRANDE-RAPIMENTO-IN-TRIONFO-.

28.
viuzze di alfabeti starti accanto
simulare l’occaso per un brivido
d’amore. invece è tacito l’embrione
di morire da sotto il glicine
piangente. gerundio di rondine tornare
natività del bandolo il sorriso
se finalmente si eterni la questione
di ridere accartocciati insieme ai fiori.
si erutta sul calvario l’ultimo bacio
cimitero di rendite desertiche
milite ignoto l’occhio di cristallo.
in tasca l’arbitrio del diario
con l’elemosina scaduta della briciola
il sisma in canottiera della sposetta.
miriadi di rantoli guardarti andartene
in mano alle lanterne delle grotte
dove nessuno è visto per vedere.
in tana sull’occaso piange il figlio
con la scarogna enorme della nascita
inflitta per dominio di demonio.

30.
così si muore nel dialogo del sale
il borgo chino della bocca secca
quando felice come addobbo il gobbo
passeggia nei viottoli più ciechi.
tranquilla nella morte la madre
ha il volto diafano del consiglio
la nulla fame del singhiozzo ucciso.
incontra insieme a me la stanza vuota
il lavorio di sembrare vivi
nonostante la voglia di morire.
così è mortale la spianata d’ascia
quando l’alunna non sa la lezione
né uno scivolo appena per scappare.
in curva alla minaccia dello strapotere
resta la culla unica del fiato.

Scrive in modo magistrale Enzo Campi nella postfazione a La giostra della lingua il suolo d’algebra (Smasher edizioni, 2012): “La consapevolezza di non poter raggiungere nessuna meta viene risolta con un altro procedimento che consiste nell’anticipare la fine, o meglio nel conferire un carattere di «ultimità» a tutte le cose poetiche. Ed è forse proprio per questo che la Pizzi celebra soventemente l’addio. In un regime di pluralità dobbiamo, per forza di cose, parlare non di un semplice addio ma degli addii, o meglio ancora delle «figure dell’addio».
Queste figure sottendono abbandono, dissoluzione e morte.
Non sottovalutiamo questi ultimi termini perché tutta l’organizzazione testuale si nutre costantemente di essi attraverso delle scansioni tanto rigorose e coerenti da sfiorare una sorta di terribilità. Ci si potrebbe figurare tranquillamente un mattatoio ove tutti i pezzi macellati rinvengono sulla carta per formare un corpo nuovo”. Entro questa coerenza tematica e linguistica l’intera poesia di Marina Pizzi è, dunque, una delle più radicali che ci sia dato di leggere. I cosiddetti Presocratici erano sapienti e scienziati e moralisti che sceglievano anche la strada del poema per esprimere il proprio pensiero: nel caso presente sembra di avere a che fare con un’opera che non è soltanto letteraria, che, grazie alla potenza speculativa e linguistica, riesce ad essere anche filosofica, in un recupero dell’originaria unità del pensiero umano, in una contemperanza di canto e speculazione, poiché m’interessa e mi affascina anche il proporsi del Cantico di stasi quale poderosa struttura ritmica, quale tramatura di pensieri (mai banali, mai scontati) in forma di canto. E canto è definizione d’autore leopardiana, non dimentichiamolo.

31.
non sarà l’occaso a rovinarmi il viso
né la casta delle rovine addosso.
in fase di postura mi mancherà la madre
la bella fiaccola che era guardarla
dall’apice della gola la gioia in pianto.
l’erpice del demonio è un’acuta vergine
una risposta fatale per la botola
di non tornare a casa.

33.
la bisaccia della rondine non basta
a trasportarti da me. l’inguine della meridiana
inventa un amore per tramortire
le paludi. indagine corsara starti a sbirciare
per ciarlare il verbo di rincorsa
inventando la guardiola delle gioie
inesistenti e vane.
giochini di comete nei bambini ciechi
quando la bussola connette le onde
per divertire quegli occhi spaesati
riuniti sotto buio. la marea del discanto
scaturigine le nenie poverette
le turbe scure di chi piange sempre.
prestato Olimpio starti a guardare
da sotto le tenebre del fato
tanto per giocare con la terra smossa
riordinando i fiori all’insaputa del grano.
giorno notturno la spocchia del pipistrello
quando i cattivi paventano i morti
e le notturne spole delle lucciole.
l’indarno fa con me la vita nera
l’apostolo diavolesco degli sterpi
dove si fanno asole cucite per far
restare il petto aperto al vento.

35.

già s’inarca il fausto cortese
il senso molle del fusto senza albero
quando bambini si gioca con qualsiasi
essenza di divario. io non trovo luce
d’oratorio né verso da scrivere redatto
dal ponte dove stridono i gabbiani
o le bambole remote di chi fu
vanesio esule di sé. ingordigia di sale
aspro ricordare il costo di crescere
sotto la luna sprone per i sogni
vellutati daini. s’innamora l’atrio
della diaspora quando tutti stanno
andando via verso il silenzio del dato
tratto. in mano alla macedonia del dolore
si tempra la vergogna del gran piangere
noi sterpi qualunque di vogare. in piena
alla fanga atavica del lutto
torni l’encomio di fingersi ginestra
la tempra giusta di giocare in coma.

Penso da gran tempo che il vero maestro della migliore poesia italiana di questi anni sia Giacomo Leopardi e non tanto quello più vulgato, ma quello, appunto, della ginestra, di quel fingersi ginestra (cioè rappresentarsi ginestra, “fiore del deserto”) che possiede la tempra giusta di giocare in coma, perché è, in effetti, una questione di tempra, di coraggio e nobiltà esistenziali, di forza etica ed intellettuale. E Le operette morali potrebbero essere uno dei livres de chevet di Marina Pizzi.

38.
favola ingorda lato di proverbio
tutto contuso il rantolo del santo.
senza speranza il tufo del tugurio
quando domenica si esalta di benedizione.
è giusto il frate che dimora acqua
e pane in un letto di stoppie.
memoria confusa l’arsione di amore
quando la pia indagine del bacio
ciondolava allegrezza sotto l’abaco
di contare le rimanenze e le zattere ferite.
in mano al conclave delle nuvole
abitava una storiella senza senso
né come d’uso si potesse fare
la lirica del petto senza soffrirne.

44.
elemosina stellare il coro del lutto
dove si trovano gli elenchi delle stasi
e le vermiglie monadi del sale
dove gareggia la miglior giovinezza
e s’inquina l’ufficio giornaliero
tra venuzze di strade senza fine
per l’elegia di nozze senza senso
dove troneggia estate la superba.
venuzze d’altro mondo fare la guida
verso paesi dotti di ossigeno
mangimi per gerundi stare allerta
quando prevale l’enigma di tanto male
tra lo squallore del legno e le formiche
che schedano l’alloro della gioia
in un divario di denaro per assassini
in un urlo di silenzio per l’avaria
del tetto senza amore. incudine di satana
vederti morire da sotto le squame del serpente
per addii di gruppo dove si muore
in assoluto candore. viltà del sale
il peso del romanzo giallo su nel viale
che sale alle panchine. italiano il chiodo
sulla fronte dove si appende amore
e la condotta anemica del dubbio. inediti
viali di leccornìe le fate.
.

sergio padovani- paramirium VI

sergio-padovani-l'atlante.

Sarebbe un grave (ed ingenuo) errore leggere i versi dell’intero Cantico come un enigma da risolvere, un puzzle da ricomporre; penso, invece, che il senso di questo poetare sia esattamente l’opposto: s’abbandoni il lettore al fluire dei versi, pausati dal punto fermo come fosse quest’ultimo stazione per riprendere fiato, e ne trattenga le sensazioni e i pensieri che vengono suscitati nella mente – EPPURE l’operazione autoriale che sta all’origine è un’accuratissima calibratura di ritmo, scelta lessicale, concatenazione dei sintagmi e delle proposizioni; la creatività (eccezionale, visto anche che essa è capace di durare intatta attraverso il lungo poema), di marca direi leopardiana, lavora indefessa sul linguaggio, ne indaga e sollecita tutte le possibilità espressive per toccare il sentimento, oltre che l’intelletto, per commuovere nel senso etimologico di mettere in moto reazioni e pensieri.
Le vermiglie monadi del sale è, allora (e tra i molti), verso memorabile che, assieme alla parola occaso tanto ricorrente nel Cantico, irradia questo rosseggiare su tutta l’opera e vi rosseggia il sangue, il tramonto, la vita stessa continuamente ostensa alla morte. Ci si ripeta una e più volte la strofa (e anche in questo caso non solo la presente, la numero 44), si rallenti a proprio piacere su singoli passaggi, su singole clausole, si rifletta su quanta forza di rappresentazione abbiano passaggi come gli elenchi delle stasi, oppure l’elegia di nozze senza senso, o ancora le formiche / che schedano l’alloro della gioia e poi incudine di satana…

51.
includimi alle cimase delle case
rondine perfetta. fai di me un argine
di occaso per morire sonnambula.
già sul collo sento lo zaino di bombe
per le ossute crocevie di morire
finalmente con la patina di sorridere
le gite di fanciulli senza fine.
dammi il coraggio di credere alla stazione
dove si arruola l’occaso della nuca
la casa ottusa che non serve più.
meringa di me ero bambina
senza la gara di reggere il sole
ma piangere per sempre sotto lo stabbio
di gatti alla malora. indagine di azzurro voglio la dritta
di andarmene mangiata dalle onde dal vento più cattivo.
resto per una mania di persecuzione
senza coraggio di arridere al tonfo
come fanno gli atleti della sorte.
invadimi il sentiero di crepare finalmente eroe
del caso sposato con la cenere. invece sto a casa
urlo di alcova verso la teca morta.
sono caduta nell’eremo di pece
condanna con il cappio della storia
alunno senza nanna per tornare.
il leggio del prete consuma le ossa
dà da credere erudita la fossa
finalmente senza lacci la concordia.
Veronica l’addobbo della pietà
mi dice no con la tunica stracciata.

Se si dovessero cercare concisi sintagmi capaci di descrivere il Cantico di stasi potrei proporre oltre che “il ritmo del punto fermo”: “il poema dell’occaso”, “l’estensione della voce”, “la disciplina del dire” e molti altri. Proprio sul concetto di “disciplina del dire” voglio ora soffermarmi: è chiaro che un poema di un tale impianto concettuale e stilistico richiede un lavoro instancabile e sorvegliatissimo, una dedizione alla causa poetica che, posso arguire, coincide con l’impegno esistenziale e mi accorgo di prediligere proprio quei poeti in cui è chiara la coincidenza tra fare poetico e vita, che vivono la poesia come la vita e la vita come la poesia (dovrebbe essere così, ma raramente lo è, spesso la poesia diventa un vezzo o narcisismo). Interessante è anche il ritorno a forme poematiche che tale dedizione richiedono e che accettano la scommessa di confrontarsi con una realtà frantumata ed estremamente sfuggente; in linea di principio la forma poematica rispecchia la concezione di una realtà unitaria e basata su valori condivisi, là dove il discorso poetico espresso tramite il frammento o il collage rimanda ad una realtà, appunto, frammentata e difficilmente identificabile; il Cantico di stasi di Marina Pizzi si pone in un luogo nel quale s’incrociano la realtà percepita come magmatica, disomogenea e contraddittoria e l’architettura prosodico-stilistica del poema compiuto (le 100 strofe totali). E infatti non viene data la rappresentazione di una serie coerente di accadimenti o di personaggi, ma il poema si sviluppa come un accumulo di risultanze e di osservazioni, di referti espressi con notevolissima forza immaginifica: “gli elementi del disastro”, come direbbe Álvaro Mutis. L’opera non si chiama poema, ma cantico e la stasi potrebbe essere anche questo rimanere fermi (“muovendosi” però lungo 100 strofe) a far emergere il dolore dell’essere al mondo.

58.
postilla di fame il tuo sguardo bambino
quando severa l’estasi del sale
non consente di dormire sodo.
le foglie a terra piangono le fate
quella natura infante che le faceva forti
al sole delle rondini benedette.
in una strada di strilli dove chiunque piange
c’è l’accesso votivo dove chiunque chiede
di generare la voglia di morire
teneri nel sonno. veranda della nonna
starti a sentire vetusto cardellino orfano.

Marina Pizzi ha letto Holan, mi vien fatto improvvisamente di pensare, perché in questo Cantico così italiano e così europeo nelle sue tematiche il percorso del pensieroparola si sdipana per zone buie, per regioni infere, per versi all’apparenza enigmatico-sapienziali, per fitte di dolore (una strada di strilli dove chiunque piange) e attraverso una rappresentazione verbale eccezionalmente ricca e complessa, molto vicina al gusto della poesia barocca ceca e holaniana (l’accesso votivo dove chiunque chiede / di generare la voglia di morire / teneri nel sonno), a volte claustrofobica, ricca di vicoli e di strade, di foglie cadute e che dice di fratture ripetute tra lo stadio dell’infanzia e quello della maturità; come splendidamente scrive Stefano Guglielmin in http://golfedombre.blogspot.it/2010/07/marina-pizzi.html è questa “la maglia tragica del suo dire”, cogliendo benissimo un moto della poesia pizziana che molto somiglia al tessere.
E nei versi conclusivi veranda della nonna / starti a sentire vetusto cardellino orfano (che sembrano richiamare il Cardillo addolorato di Anna Maria Ortese) si viene riportati ad una prospettiva mediterranea che si congiunge all’orizzonte “praghese” dell’ombra e della penombra, dell’alchimia e del senso di morte, dal momento che alla latitudine meridionale non è estraneo quel medesimo senso di morte, quella presenza fagocitante dell’ombra e dello ctonio. Marina Pizzi, infatti, poetessa romana, immette nella sua opera sapienti e colte suggestioni che portano la sua poesia a dimensioni sovranazionali.

61.
viltà del cosmo canone del sale
l’età del rospo funzione occidua
il nero silenzioso che assassina la duna
in giacca canuta e prigionia di fato
vado a saziare l’incubo e la balena
irascibile sotto le dita o le ascelle del branco.
in breve al vanto porterò l’enigma
per salutare la madre sartina
e la ribellione fottuta. la cultura del borgo
è un argine dimenticato ma con bestiole da cortile
dove si arena l’inguine della vergine.
il cuore salino fa da discesa all’ultimo
esangue nomignolo dell’angelo fallito.
nella fiaccola ventrale una donna si accascia
palese ospizio di sé. la nebbia di spade
allunga il mistero di chi sfoglia le trappole
del crudo dazio di dover essere per forza
domande al fato tragiche lungaggini
verso le forche ennesime tragedie
di discole faccende prestanome
in fato la stanza di morire trapani a capire.

66.
Crollo del viso incudine e mania
Il vero stato di passare il solco
Con l’ambo cuore di morire cieca
O sotto la staffetta della boria
Del lupo.
Presagio del lunatico lamento
Stare accolta dal giogo della gogna
Dalla fanghiglia inane del boato.
Corso d’anatema voler la vita
Concessa per addobbo della gioia
Invece che per fulmine di ceneri.
E giace su nel petto l’amarezza
La cruda azione di fingersi svegli
Nonostante il dado tratto del fagotto.
Qui muore l’arabesco delle foglie
La nuda giostra della ruggine invasiva
Foto di sé una donna senza l’inguine.

67.
era inverno il sillabario atavico
maestria giullare fece di noi il vicolo.
asmatico ponente il ripetente pianto
una solitudine eccessiva fu l’inguine
del fato. traballava la ringhiera ma
non si usciva dal gorgo delle ossa
né la contea del faro rattristato
aveva visite di uccelli. tutto sembrava
stato di moria accanto al fossile ignoto.

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sergio padovani-perniciose stridule crocifissioni

Sergio-Padovani-PERNICIOSE-STRIDULE-CROCIFISSIONI-.

La forza immaginale del Cantico si sposa con raffinati richiami sonori generati dalle figure di senso e di suono: da atavico e vicolo che, in clausola finale, si richiamano sia come maglie identiche della catena sillabica (atavico vicolo) che per essere entrambi vocaboli sdruccioli, all’omoioteleuto di ponente e ripetente, a inguine che sembra trovare un’eco al verso successivo in ringhiera. E proprio l’inguine (la sede degli organi sessuali e riproduttori) è vocabolo di frequente occorrenza nel Cantico, probabilmente per necessaria connessione con l’estinguersi della vita, per complemento dei due aspetti, non per loro contrapposizione.

68.
Ammanca sotto i cristalli degli angeli
questa sommetta nuda elemosina
sposina con la resina della morta
aurora. il letto della rondine è la gioia,
la rovina del fato essere vivi
sotto roghi di lacrime e belletti.
ormai si arriva a cresimare il diavolo
questi marciumi misurati di denaro
per gli avanzi di sempre ogni dittatore.
qui si palesi la fronte delle rondini
infantili per sempre sotto le crepe.
indugia sopra il ponte perfino il ladro
incredulo di passare l’altra sponda.
di me sarò l’altra sponda tra poco
quando lo sposalizio mi vorrà uccidere
finalmente saziare di buio.

Si rifletta qui sulla capacità della voce poetica di Marina Pizzi di mantenere la tensione del canto così a lungo, per cui il Cantico può profilarsi anche come arduo esercizio di stile (mai fine a se stesso) che conferma una consapevolezza totale del fatto che la poesia non sia scindibile dalla questione dello stile e della forma. Il verso libero è, in ogni caso, sempre modellato sull’endecasillabo (il nobile metro della poesia italiana) ed i versi legati tra loro da corrispondenze fonetiche e logiche, scanditi quasi esclusivamente dall’a capo, spesso dall’enjembement e dal punto fermo anche interno al verso. Mai presente è la spaziatura all’interno delle stanze che, anche dal punto di vista visivo, restituiscono una compattezza che ben corrisponde alla loro scansione sia prosodica che concettuale.
Teresa Caligiure su Samgha (http://samgha.me/2014/09/01/nel-dilemma-scortese-del-fango-cantico-di-stasi-di-marina-pizzi/) scrive: “La fitta presenza degli enjambement scandisce il ritmo del discorso poetico, che si presenta come un continuum, un interminabile canto dell’hinc et nunc, di un’immanenza che vale la pena di raccontare, urlare e bestemmiare (sapida bestemmia / dove la pietà si annulla in urlo), seppur in un convulso esodo di stasi / verso l’ombra che per tutti c’è” e sceglie come opportuno titolo al suo intervento un verso della strofa 1 (nel dilemma scortese del fango), volendo evidenziare un atteggiamento della poetessa romana che, con un linguaggio così complesso e nobile, si misura anche con i risvolti infimi o ributtanti dell’esistere.

70.
vorrei azzerarmi in un cantico di stasi
fare da zattera a una manciata d’ombre
che cantino fraterne l’armistizio
come in casa d’altri la gentilezza
per far sì la figura dell’orto
senza parassiti. il cielo è d’acrobati
pronti solerti libellule anche se alcune
lesinano.

In un’opera così complessa ci sono quelli che chiamerei affioramenti dagli ambiti sia culturali che storici più diversi: qui il desiderio di azzeramento sembra richiamare l’atteggiamento dei mistici quando vogliono annullare se stessi nella unio mystica con il divino, ma tale annullamento non può accadere, per Marina Pizzi, se non nella poesia, nel “cantico di stasi” appunto, nel dialogo incessante con il morire, dialogo quindi del dire con il silenzio, dell’argomentare con l’afasia.

71.
Amor di nostalgia starti accanto
Sciacallo lo scoppio del cuore guardare mia madre morta
Fasciata da un lenzuolo cattivo come la bara
I fiori da buttare bellissimi
Inadeguati all’illusorio bene.
Me ne andrò al collo della luce
Senza il tempo di guardare fuori
Né le banconote che lascerò ai ladri
O la maremma mamma con le volpi.
Io mi lascio nel conto della spesa
Nelle briciole che frammentano lo sguardo
Nel sale di ciotole maligne più benigno
Dove morire è un salto di gioia.
Ordine di agguato starti a sentire
Dove la morte risana nel sorriso.
Il tempo di mia madre è scoglio nudo
Trapasso per andarsene cometa
Lieta donna di senno statuario:
ora vengo io e il tuffo è annegamento.

Il lutto sottende il Cantico il quale è anche poesia della senilità che intendo qui non come poesia della vecchiaia e della decadenza, ma dell’esperienza maturata e feconda: indicherei il Cantico di stasi come efficace antidoto alla peste del giovanilismo; salvo casi eccezionali non è vero che la poesia migliore venga dai giovani e giovanissimi, non è vero che la giovane età sia automaticamente sinonimo di produzioni poetiche interessanti ed originali; la poesia ha bisogno di attesa ed accumulo, studio e tempo, pazienza e fatica ripetuta e dilatata attraverso gli anni. La poesia detesta certa sicumera giovanilistica. Non è un caso, allora, che la morte sia presenza costante e l’espressione poetica una preparazione al morire secondo un’antichissima sapienza (senecana ed ancora più antica) che trova nella consapevolezza della morte non la rinuncia alla vita o il disprezzo nei confronti di essa, ma un modo di vivere, invece, accedendo a stadi spirituali sempre più alti; in questo senso mi sembra che la poesia (lo stesso sosteneva Kandinskij del disegno) sappia essere esercizio spirituale davvero alto, pratica ascetica (ed intendo in senso laico, non necessariamente religioso), ricerca esistenziale secondo un concetto che sembra andato ormai perduto. E Dante, Petrarca, Tasso, Leopardi mi appaiono, nel Cantico di Marina, non solo maestri in poesia, ma anche maestri esistenziali, secondo una linea di pensiero che pretende compenetrazione tra il dictare poetico e il vivere. Qui la morte illumina non per sottrazione né per negazione, ma per aggiunta e per sistemazione delle prospettive esistenziali ed ecco, allora, che un’opera nobilmente in dialogo con la morte come quella di Giovanna Bemporad potrebbe trovare una continuazione in questo Cantico, tenuto conto anche del labor limae intenso e, si capisce bene, impietoso che Marina Pizzi attua.

74.
Poveretti aquiloni i sillabari
Denunciano acque che non dissetano
Nei miseri appalti per resistere
Condivise ceneri l’avvento.
Origlio quale fu la lontananza
Questo dispetto di foce senza vita.
Coriandoli bambini che promisero
Alloggio alla cometa sconsolata.
Caldo zaino vederti arrivare
Ricavandoti aureola infinita
Tanto e caso di morire a caso.
Animata bottega consigli d’angelo
consueta maestà vederti giungere
dove si posano le doglie di morire
fanciulli centenari senza etimo.

77.
Il secondino della biblioteca
Porta e deporta libri.
C’è un muro di stasi
Negli occhi scritti senza morte
Ma plauso d’inedia.
A natale mi sfugge alla chetichella
Il cuore, sono arsa dal genio della fonte
Da dove inizia l’enigma del basto
Con la staffetta tragica di mode
Già nude. È sfinito il vocabolario
Bacato dalla regia di dire la forza
Innata al secolo infelice. Ma sono nata
Germoglio di eclisse, fase vuota verso
Il sorso del pantano nominato vita.
Non ho esuli nell’abaco del sonno
Né enigmi per brevi amori sotto il sasso
Di promettere fausti i giorni. Sotto tabula rasa
Il sangue impiccato. Oggi il nido è un buco
Un cuore monco. Coma martire sapere
L’interno che attende sorpasso.

La forza e la bellezza di questa stanza provengono tutte dall’originalità indiscutibile delle immagini e degli accostamenti lessicali e Marina Pizzi dimostra di appartenere al novero di quei poeti che non vogliono compiacere il lettore, ma che conducono se stessi e chi li legge verso una poesia non consolatoria, non immediata, ma irta di difficoltà concettuali e stilistiche; sottolineo, anzi, tengo a sottolineare che non si tratta di snobismo né di ricerca dell’oscurità programmatica, ma, come ci insegna Char, è proprio merito della poesia il saper portare alla luce l’oscurità insita nel reale.

80.
Dio della notte il tuo soccorso è stento
funebre fune bacato. Dal collo è enigma
Ergere lo sguardo. Panico di sale sarà il verdetto
La culla nuda di non poter vivere che sotto le darsene
Più buie. Invano il santuario prega ancora un’ancoretta
Per cuccioli vicini. Di te amerò di perpetuo l’eclisse
Quella sonora brace che stermina il respiro.

Il dio cui la voce poetica si rivolge non è, ovviamente, quello istituzionalizzato delle religioni rivelate, ma un dio notturno o, come nella stanza 48, “Dio di naufrago” o, nella 78, “Dio del suolo nero”: è come se una tensione di marca esistenzialista attraversasse l’intera opera, per cui il Dio della luce di dantesca memoria non può che essere qui, in accordo allo status esistenziale degli umani, dio muto e velato, incagliato, assieme a loro, nell’enigma e capace di poco soccorso (si noti l’allitterazione funebre fune).

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sergio padovani- il pellegrino

sergio-padovani -il-pellegrino-.

84.
Perdo la vita e il sillabario è vuoto:
un’acredine sobbalza per sempre libera
e mi travaglia emblema della stalla
con il letame che lacera la voglia
di spolverare le polveri in ginocchio.
Così è occaso il bavero di acrobata
La bara pronta la fogna del boia
Chiodo di rancore il tuo dolore
Letizia se le ore dormono
L’ennesimo cipresso del silenzio.
Energia famosa perdere la vita
Elemosina silente questo drappo
Folgorato ormai dal tempo morto.
Il nero d’ascia che stracolora il mondo
Pone le felicità del nonostante
La stanza d’urto dove si consuma piangere.
Pietà di marette le giungle severe
Stanno a dire che non verrà nessuno
Nel crisantemo d’obbligo per tutti.

Il senso di morte invade i versi di questa strofe e viene espresso con il ricorso a sintagmi d’indubbia durezza, ma se il il sillabario è vuoto e la stalla somiglia a quella di Augia che nessun Eracle contemporaneo potrà lavare, paradossalmente continuiamo a leggere una poesia che dice di sé e della propria consumazione riuscendo a durare, alta e creativa, per un intero poema, dal momento che la poesia è, anche, il paradosso del dire e del creare inchiavardata nel cuore del nulla e dell’insensato, dimostrando che la parola scaturisce da un’assenza e dalla consumazione del vivere, che forse alle nostre spalle non c’è nulla, ma che proprio la nostra estrema fragilità sa costruire a noi stessi e per noi la sontuosità dell’arte che non vuole consolarci, ma accompagnarci e renderci leopardianamente consapevoli. Una Comedìa “tutta orizzontale”, dunque, priva del ritmo dell’ascesa e dell’aspirazione/certezza che conducono al divino, ma altrettanto coraggiosa e vasta, allo stesso modo affidata alla parola, qui non garantita però da alcuna origine divina, ma totalmente umana, un’umana commedia e una moderna Odissea, allora, affine a quella concepita da Pound coi Cantos, da Walcott con Homeros, da Ritsos con Quarta dimensione.

86.
L’inguine strappato dei morti
Guerra del mio sangue dove vertigine
Giura la nenia perpetua. E’ finita la raccolta
Della luna, naufragio di esequie guardarti
Sevizia senza perdono.
Non voglio il tragico bestiame di non salvare
I cuccioli, il gabbianello che trotta nel traffico
Senza salvezza. Penombra di stato occaso tremulo
Dove si ingoia la luna quale relitto o asma
Di abbandono. Noi nei crudeli spazi
Senza guida d’anima. Vergogna di cipressi
Non sfiorare il cielo né l’ombra del loquace
Rantolo. Addio al fardello di copiarsi vivi.

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Raggiunge così accenti tragici Marina Pizzi nel dire la desolazione contemporanea (i crudeli spazi / senza guida d’anima) e s’inventa un’immagine forte e senza redenzione: L’inguine strappato dei morti, sfuggento alle eventuali retoriche del pianto sulle macerie proprio grazie ad un’inventività linguistica che non stravolge i lessemi o i fonemi, ma che investe (l’ho già sottolineato) gli accostamenti lessicali e concettuali, provocando deflagrazioni del senso capaci di aprire altro senso in sequenze a catena che danno vita ad un monologo non chiuso in se stesso ed egotistico, ma offerto all’interesse e alla meditazione dei lettori e che acquista valore proprio in questo cercare un linguaggio programmaticamente opposto alla banalità, al non significare, al luogo comune, alla volgarità e alla violenza che, invece, caratterizzano il linguaggio più largamente usato e che è indice di un deterirorarsi dei rapporti interpersonali e della convivenza. Quella di Marina Pizzi viene ad essere così una poesia difficile non per un’arisotcratica scelta, ma per una precisa idea della poesia stessa che non si abbassa alla colloquialità né alla mimesi del parlato, ma si fa strumento conoscitivo proprio perché opponendosi all’involgarimento in atto e alla deprivazione di senso tale involgarimento e deprivazione di senso pone sotto accusa e in più cerca ed indica un’alternativa possibile.

Le Cartesensibili ringraziano di tutto cuore Marina Pizzi per aver voluto donare loro il Cantico di stasi completo, del quale si offrono qui le strofe finali ancora inedite.

Antonio Devicienti

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sergio padovani- il lunedì è grazia e distorsione

sergio-padovani-il lunedì è grazia e distorsione

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Da Cantico di stasi, di Marina Pizzi-  strofe finali ancora inedite.

87.
Io che son morta ovunque
Qui chiedo la mummia senz’anima
Il dolce duolo di sembrare viva.
Il dieci e lode di morir davvero
Somma di arcobaleno e di cometa
Dove è anfratto il credo di nessuno.
Comunque sulla rotta di perdere la vita
Cade l’ordigno tragico del fato
Immerso alla trincea. Dove sei tu che in giovinezza
Piansi arcobaleno bianco di trincea voga di non farcela
Nemmeno nell’elemosina di chiedere!
Da oggi la maestra fa l’appello
Senza trovare il gelo di una bimba
Bacata sotto pergola di fatto.

88.
Dal basto all’addobbo lo stadio è vicino
Giacché se vedi l’occhio del mio stordire
È un morire fraterno per non soffrire
Né rendere nell’orto il cuore difficile
Quanto sferzare il fato di burrasca.
Intorno al maiale di morire
Eccede la bestemmia mia camorra
Ardua di bile. Tu resti in casa a guardare
Le piante, le lucertole sole che brillano
Al sole dove muore anche l’ultimo male.
Se dimentichi la burrasca del salario
È perché sei più povero di povero
Cristo Velato in stato di sterminio.
Ride l’aureola assassina questa bambina mitica
Con le radici in mano. Sta sottoterra l’aureola
Del tuo ristagno, questo fango che transita a sbafo
Sotto la camera della sposa fàtica.
Milione il passerotto che non ti guarda
E io ne muoio resina di grano.

89.
Inverno da contorcesi le ali
O per la nenia piangere nel nome
Del petto franto, dove quaggiù si aggiunge
Un finto santo malora atavica stare.
Porta per me la giacca della morte
Vestiti panici per vermi intatti
Quando quaggiù si veste la malora.
Equivoco del sale sorridere appena
Sotto la pergola bella della notte
Quando qualora mi baci senza cielo.
Sono una donna dotta a far di buio
Coriandolo atomico di fato
Quando nel fondo memore la rea
S’intasa di rondini magnifiche.
Oggi malata la stasi è solo ressa
Resta sbiadita la tanica dell’ombra
O la bravura essere di schianto.
Meringa vuota conoscere l’amore
Sillabario lurido dolore.

90.
Aggiorno la cosmesi di poter stare
Gioia e nomea congiuntamente
Per reggere la forza panica del cielo
Lungo le rotte sismiche di guerre.
Nel guado l’alone del cadavere
Le terre nere del verace duolo
Quando si arrende il senso dello sguardo
Per ultimare ceneri dovute.
Tu sei il pastrano che giova alla notte
Piccolo santo del mio bene strano
Cosmo il sipario che non si apre più.
Varrà la legge della messa vuota
Gerundio di quaggiù perdere la vita
Il gran silenzio dell’angolo mortale.
La fuga è piena di rantoli sazi
Cattive le comete delle fate
Eredi di viltà senza costrutto.
Da adesso viene un asino di stato
Lungo i canali sillabici vedette
Senza lo sguardo nel dondolio di vendetta.
Traguardo d’inguine vederti arrivare
Avaria con l’amo la colonia infame
Dove qui sta la nenia panica madre.

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sergio padovani- misericordia è morta, evviva misericordia

sergio padovani.

91.
Vado di tramonto invano resistere
Donna d’occaso il sorso dell’enigma
Dolore senza sponda spada la sorte.
Venne sintassi per simulare dio
Sùbito svenne la speranza in zattera.
Qui volentieri s’alza la bandiera
Di dire occaso la madre della storia
Vellutata e giovane per sempre.
Di frode l’egemonia della trottola
Vara la logica di piangere giunti
Dove non c’è che fato di appassire.

92.
L’estremo caso di piangere
Quando la dotta euforia del vento
Scavalca le rondini bonarie.
In mezzo alla scheggia di sopravvivere
Sta l’occaso vermiglio di non amarti
Con la silloge spuria del nudo.
Qui avanza la nomea del gelo
Con lo zonzo del passero la venia
Di sedurti per un attimo
Invece il dubbio intromette fango
Per la gloria del secolo logoro
E più non chiamo le bambole del bello
Dove trastulla l’oasi il silenzio
Del rantolo ultimo finalmente.
Già presso il pianto l’oscuro della terra
La fine dannata di perdere bugie
Nonostante il fanale potente.

93.
Manopole di giubilo averti incontrato
Nella zitta fiammata della strada panica
Dove comune è l’ordine del fato di smorire
Rettile del piede eversivo sì di stretto fato.
Era ieri e tu mi davi te con la favola in voga del sorriso
Verso il campo di papaveri vergini
Girandole di sé per abbellire il frutto
Sempre postumo mordace allo stelo
Principe di sé solo per andarsene
Verso la sete che reseca cantica e cipresso
addobbo di te tutto il tuo tempo
Oggi preso al freno del no tenace
gravata senza pace la tua rondine.
Zoom di corpicini da abbracciare ninnoli
Qui si resta stele senza fiori
Palestra con la soglia inviperita.
Lezione sotto sterco varrà campare
Con le girandole putride del vento
Verso chissà quale incanto tener soffrire.

94.
Piango sul letto la fuliggine
L’indice vacuo di sprecare il tempo
Con acquitrini di noia. Il tedio darsena
Confonde le falene senza luce
Nel riarso fondale della panica
Lettura solidale con la polvere.
Invano la cheta aureola balena
Belle valenze la zattera felice
Sola al comando di chiamarsi
Bacio di dèi di lena, amanuense il seno
Di cacciare amore lungo il nudo di un dolore
Netto fulcro di guerra la promessa dotta
Di un acrobata battuto.

.

sergio padovani- del magnificentissimo esilio dall’orbe caina

sergio padovani del magnificentissimo.

95.
Quel cordoglio che piccolo sale fu la mia morte
Dal chiuso della bara soffocai viva
Morte apparente il sospiro senza luce.
Per indole pregai la terra spuria
L’angelo mi aiutò nel sole
E la supplica scura fu ascoltata
Dalla tata di nascita che per prima mi vide.
Ora mia madre è un’urna di fato
Dove si addensa la fata impotente
E l’aureola è uno sterpo reo per sempre.
Bivacca l’allegria di giorni nudi
Il calesse del principe ancora aspetta
La salma da rendere d’ilare fato.
Novella libertà io vidi la visita santa
Quel barbuto eremo che mi tolse
Ceneri e difetti. Oggi dirigo orchestre
Buone come il pane e la nenia è il sorriso
Di chi docente muore senza la cattedra da sbattere in faccia
Alla dolorosa indole del sale mattiniero
Vero soltanto per un pizzico di ossigeno.

96.
In rotta ci sarà l’eterno addio
Eppur morente il lato delle foglie
Riarma occaso sempre vincitore.
Palude di cattura l’eremo del sangue
Con quale ordinanza ti permetti l’omicidio?
Ora che ebbrezza partorisce infanzia
Nulla sarà già detto, l’origine votiva
Qui sa di canto elemosina il brevetto
Di staccarsi alla pelle trovare il via
Di una regione remota sulla stagione
Di montar sorriso il finalmente nato
Sotto l’aprile di non perdere la foce.
È certo che domani avrò la genesi
Di consacrare l’erta come gioco
Il coma quale cresima d’addio.

97.
Aggiorno di cosmesi poter stare
Culla di salma finalmente calma
E la marea è ovunque per dileggiare
Angeli e poeti senza pace.
Corone di sconfitte le gioie credule
Quando si arresta la madre sul crepaccio
Di dover morire il panico arso
Giungla senza genesi la gala degli angeli.

98.
Mesta cuccagna elegia di morte
La fosca stamberga del cuore franto
Sotto il tramestio delle rondini morte
Per occaso o semplice sfinimento.
Ebbe basto ilare nonostante la morte
Quella bimbetta solida di nebbie
Quando bastò aureola di luce
La sfinge della questua nonostante.
Ma morì in occaso di schiavo
Nessuna preghiera avvertì
Disgusto all’angolo della strada.
Si chiamò passiva la resina dell’ombra
Bravura della giacca di salire la nebbia
Ovunque bisognasse l’usura seppellire.
Di notte le fosse corrono veloci
Si mescolano i morti per irridere la terra
Senza angeli finanche le lucciole.

99.
L’età felice un granello di sabbia
Sotto gli esposti papaveri di niente
Con la morte del cielo non sedata
Lugubre attivista quale un rantolo
Bacato dalla resina di resistere.
Sisma del rantolo la resina di piangere
Sotto le gerle delle canute storie
Immenso carnevale le guance dei morenti
Le gerle senza pane ma con le biglie
Di esercizi di lancio per non morire
Almeno accanto all’agave il rimorso
Di non vedere mai più le soleggiate
Elemosine estive. Accanto a te madre di pietra
Ho visto il velo di chi sazia l’elemosina.

100.
Rigor mortis quanta ingiuria il giorno
Quando dal bagno delle resine cattive
Si spreca gioventù in un malore
Atavico come il fango. Domani t’incontrerò
Alla scuola normale superiore dove le pesti
Del sangue voglion dire che la marina s’inquina
In una botte, vaglio l’autunno di tutte le cose
E si schiudono le bare in un compendio di polveri.
I pallidi roveti gracchiano le vita insana
Dove il rovescio del lutto non è il riso

 

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2 pensieri su “IL RITMO DEL PUNTO FERMO: note di lettura critica su CANTICO DI STASI- Poesie 2011- 2014 di MARINA PIZZI- Antonio Devicienti

  1. Ringrazio Fernanda Ferraresso per avermi donato l’occasione di scrivere di questo poema, per avermi chiesto di scriverne. Considero le Cartesensibili la mia prima casa della lettura, dell’ascolto e della scrittura. Ribadisco qui la mia assoluta convinzione che quella di Marina Pizzi sia una delle voci più alte, degne e convincenti della poesia in lingua italiana di questi anni e ringrazio ancora Fernanda perché attraverso quest’intervento è nato un contatto personale con Marina per me preziosissimo.

  2. Non c’è da ringraziare me che come voi lavoro, affinchè ciò che poi condividiamo con tutti sia davvero la miglior proposta, mostri la reale ampiezza della bellezza a cui in troppi restano esclusi, rincorrendo ciò che è solo vuoto, grigio, un involucro che ci vorrebbe chiudere dentro un mondo asfittico, quale invece non è.l’universo si rovescia ogni attimo nel piede che è questa zolla di terra che si accresce e cammina senza sosta in quel li-qui-do spazio. Grazie a te Antonio e a Marina che ci ha sempre inviato i suoi passi e il suo sguardo, con affetto. f

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