Silvio Lacasella dentro lo sguardo di una… Linea d’ombra- intervista

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E’ con piacere che, per una volta, ospitiamo anche il nostro autore-curatore della rubrica A colpo d’occhio, il critico d’arte, Silvio Lacasella, artista egli stesso ma molto riservato e schivo, contrariamente alla moda corrente che vuole tutti vetrinisti e sotto le luci delle diverse ribalte.Questa articolata intervista gli è stata proposta in occasione della mostra Lacasella. La notte e l’assenza- Vicenza, Palazzo Chiericati 24/12/2014 – 08/03/2015, il  cui catalogo è edito da Linea d’Ombra, per Grafiche Antiga, in cui è riportata l’intervista con Silvia Zancanella e un testo  di Marco Goldin. Da tale catalogo riportiamo all’interno dell’intervista  alcune opere del maestro.

 

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La prima cosa che colpisce guardando i tuoi quadri è il legame tra ciò che evoca il titolo della mostra – la notte, l’assenza, e che connota fedelmente alcuni tratti della tua pittura – con tutto quello che i tuoi quadri lasciano immaginare, quello che, per usare la bella espressione di Valerio Magrelli, è «un’imminenza di movimento». E non c’è contraddizione, ma piuttosto un delicato e sottile “tenere insieme”. Puoi dirmi qualcosa su questo?

La notte è sempre stato un tema a me molto caro, anche se pensare alla notte come a un “tema” è sbagliato. Dire che è la trasposizione visiva di un sentire interiore risulterebbe troppo enfatico e letterario. Finirei per citare Leopardi o Novalis, le solite e imprescindibili fonti. Magari passando per Goya. Mi conosco. Nell’Inferno dantesco, tanto per dire, ho passato circa un anno della mia vita, dedicandogli oltre trenta incisioni. Diciamo allora che la notte probabilmente mi attrae perché è un territorio mai del tutto perlustrabile, come non perlustrabili sino in fondo sono la mente e l’animo umano. Ma la notte può essere molte cose assieme: un manto, un ventre materno, il luogo dei pensieri più dolci e di quelli più terribili. Uno stimolo di libertà, in direzione del sogno, ma anche un recondito desiderio d’inabissamento. È un territorio in cui perdersi e in cui ritrovarsi. Può anche essere solo una lavagna nera sulla quale tracciare segni o creare riflessi a volte delicati, altri abbaglianti, comunque, sia gli uni che gli altri destinati a sparire con l’avanzare del giorno. Però, come sottolinea la domanda, per me è importante soprattutto la sospensione che la notte crea, quasi dovesse annunciare qualcosa. Un evento a cui non so dare forma. Infatti, è l’“attesa” ciò che spero e ho sempre sperato di ritrarre. Senza ancora esserci riuscito.

Guardando i quadri, ci si potrebbe immaginare l’attesa come uno spazio pittoricamente preparato con cura per accogliere qualcosa che ancora non c’è, eppure in qualche modo c’è già, se ne ha come la sensazione, proprio grazie a questo “tendere a qualcosa” espresso dalle linee e dai segni, il cui disporsi, mi pare, non avviene mai per caso. Diventa più naturale allora capire il perché della notte, il perché dei suoi colori e delle sue luci mai troppo forti, mai invadenti, sempre attente a non scoraggiare, si direbbe, quest’attesa a farsi avanti…

Si crea una tensione che mi affascina molto, come se all’interno del pensiero un’energia divaricante si esprimesse con pari forza. Una “divergenza” non sempre facile da gestire, ma positiva; capace, tra le altre cose, di allontanare il rischio della stanca ripetizione (almeno, spero sia così). Ogni quadro è il frammento di un unico viaggio: un suono, un ritmo, una cadenza. Un tintinnio lontano che io seguo, nel tentativo di avvicinare un punto di perfezione irraggiungibile. Penso sempre ai maestri calligrafi: la carta sul pavimento, la schiena piegata in avanti, il braccio che si muove come un pendolo guidato dalla mente, per tracciare in una frazione di secondo un ideogramma che contiene in sé una vita intera, senza essere mai uguale. Non capivo bene da che parte arrivassero questi miei stati d’animo così contrastanti, sin tanto che non ho incontrato gli artisti e i poeti che più amo, alcuni dei quali legati al Romanticismo: Friedrich e Turner. Ma è anche grazie ad esperienze apparentemente lontane (Afro, ad esempio) o alla cultura orientale, appunto, che ho capito come, all’interno di ogni singola esperienza, due poli opposti possano segretamente convivere, poiché alla fine, indietreggiando, si toccano. Se è vero che la mente lascia una serie d’impronte digitali più o meno facili da riconoscere, credo che nel mio graffiare, incidendo la materia quando è ancora morbida, vi sia una parte importante di me stesso. In quei gesti istintivi e nel successivo tentativo di inserire quei segni in atmosfere delicate e accoglienti, mi riconosco. Però, è un po’ imbarazzante parlarne, essendo aspetti molto privati, mai illuminati in presenza d’altri. Erano però passaggi obbligatori per rintracciare l’origine delle atmosfere notturne. Anche se, a dire il vero, alla notte profonda e buia, preferisco le ultime luci del giorno o i primi chiarori. Sono momenti che durano pochissimi istanti, capaci di indicare una forma di straordinaria compenetrazione.

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 Quando senti che un quadro, e il frammento di viaggio che esso contiene, è “finito”? O, per meglio dire, in qualche modo compiuto?

Non c’è una risposta che possa andare bene sempre. Sostenere che ogni quadro faccia parte di quello che io ritengo sia un unico percorso («uno dopo l’altro; uno chiama l’altro», come diceva Francis Bacon parlando della sua pittura) non stabilisce nessun rapporto confidenziale con il tempo. Almeno, per me è così. Anche il più piccolo dei quadri mantiene una storia interna sempre differente, non solo legata alle dimensioni o a ciò che può trasmettere l’immagine. In molti casi il percorso è sollecitato dalla tecnica, non è solo mentale come molti credono. Infatti, alcune intuizioni si sviluppano proprio nel momento in cui la mano cerca di superare le difficoltà che incontra. Difficile da spiegare, ma è così. Ecco perché il tragitto può allungarsi di molto, magari giusto in vista del traguardo. La parte istintiva è come se lottasse per tenere lontani il pensiero e la ragione, ritenendoli troppo condizionanti (anche Cézanne ne era convinto). Però, l’istinto va condotto e preso per mano. Ecco che allora, per decidere quando un quadro è terminato penso sia necessario consultare sia l’istinto che la ragione. Non riesco a prendere alla lettera le parole di Renoir, che consigliava di voltarlo verso la parete per almeno tre mesi: io di solito lo porto a casa, lasciandolo appoggiato in una rientranza della libreria del corridoio. Quando passo lo sbircio con la coda dell’occhio, ogni tanto mi blocco e lo guardo. Lo vedo in modo diverso quando gli sono meno addosso ed è in quei momenti che capisco se funziona. Quasi sempre lo riporto in studio, anche solo per aggiungere una piccola macchia di colore. Poi lo incarto e non lo cerco più, se non nell’occasione di qualche mostra. Alle pareti di casa, infatti, a parte una vecchia incisione, non ho quadri miei, ma di amici o persone che stimo molto.

A proposito d’incisione. È noto il fatto che tu ti sei dedicato all’incisione per molto tempo e che hai ottenuto riconoscimenti importanti. Poi, alla fine degli anni ottanta, hai smesso perché, come dici tu stesso «ero arrivato a dare più spazio all’elemento tecnico che non al contenuto.» In quei tuoi lavori era presente una certa figurazione, oggetti, figure volanti, un certo impianto architettonico, tutti elementi dei quali, quando hai iniziato a dipingere, ti sei liberato. Cosa puoi dirmi di questa prima parte della sua attività?

All’incisione ho dedicato circa tredici anni, trascorsi a contatto con la lastra e senza mai toccare i pennelli. Anni di assoluta fedeltà. Non occorre dire quanto sia stata importante per me questa esperienza. Esperienza formativa, oltre che artistica. La disciplina che richiede la rende forse più simile alla scultura che alla pittura. Ma molti altri aspetti si sono rivelati ipnotizzanti: il fascino del processo esecutivo; la possibilità di ottenere risultati di straordinaria autonomia espressiva attraverso una tecnica che obbliga a lavorare in previsione del risultato, senza poterlo verificare immediatamente; il percorso alchemico legato agli umori dell’acido: mai sino in fondo controllabili; pensare il proprio mondo alla rovescia, sapendo che l’immagine sulla carta, con la pressione del torchio, verrà restituita capovolta. Aspetti che erano divenuti passaggi mentali imprescindibili del mio modo di intendere l’arte. Guardavo e pensavo a ogni cosa attraverso l’incisione. Credo che questo abbia anche influito sul mio modo di muovere il braccio, me ne sono accorto quando ho ripreso a usare i pennelli. Sono stati anni meravigliosi, guidati dall’entusiasmo, però, come tutte le esperienze assolute, estremamente condizionanti. Uscirne non è stato facile, anche perché, sino in fondo, devo ancora capire il motivo vero di questa brusca interruzione, arrivata, oltretutto, se non proprio a squarciare un cielo sereno, nel momento in cui cominciavo a raccogliere qualche soddisfazione. Ci ho pensato spesso, ma ancora non mi sono dato una risposta convincente. Certo, temevo che la pratica sottraesse all’immagine la sua poetica e questo mi ha allarmato molto. Sperimentare senza sosta, infatti, porta a essere formidabili conoscitori del mezzo espressivo, però la tecnica, anche nel momento in cui suggerisce percorsi, deve sempre rimanere al servizio dell’immagine. Quando succede il contrario, significa che qualcosa non funziona.

Un’esperienza interessante e soprattutto formativa.

Essere arrivato all’arte senza aver frequentato istituti o accademie ha influito sulla mia formazione sia in modo positivo che negativo. Quando si scopre da soli che mischiando blu e giallo salta fuori il verde, la soddisfazione è enorme, però, dentro, rimane un senso d’insicurezza destinato a durare, il cui battito ansioso verrà in parte rallentato solo dall’esperienza. L’insicurezza ha sempre accompagnato la mia pittura: ho come l’impressione che molto di quello che riesco a ottenere nasca da una serie di circostanze non ripetibili. Anche su quanto può incidere il “caso” all’interno di ogni singola opera, Bacon ha detto parole illuminanti, ma non solo lui, da Delacroix alle macchie di muffa sul muro di Leonardo. Ma confondere il caso con la casualità sarebbe un grande errore. Con la fotografia la differenza è presto percepibile, poiché l’incontro col momento irripetibile, fissato nell’unicità di quel preciso istante, include anche la presenza di chi è riuscito a restituirlo visivamente. Nel guardare le immagini di alcuni fotografi si ha come la sensazione che quell’istante assolutamente “irripetibile” loro lo stessero aspettando.

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Non sempre, però, l’arte è fatta di transiti improvvisi, ma anche di più lente elaborazioni.

Certo, io parlo per me. Non c’è verso che ricordi le percentuali di giallo e blu usate per ottenere quel determinato verde (colore peraltro che non uso mai) e quindi non saprei rifarlo, però in quella sua gradazione ritrovo l’emozione provocata da ciò che improvvisamente appare. Quel verde o quel segno o quella luce all’orizzonte, senza immaginarmela prima, io la cercavo. Il fatto è che non sempre si hanno riflessi e capacità per allungare la mano al momento giusto. Detto questo, so bene che vi sono formidabili artisti che progettano con puntigliosità le proprie opere, con risultati eccellenti. È possibile che il mio approccio non scolastico con l’incisione abbia prodotto una stimolante irregolarità di percorso. Cosa che mi è stata rimproverata più volte dai “puristi” della tecnica incisoria: l’ampio uso che ho sempre fatto dell’acquatinta, a scapito del tratto, tanto per fare un esempio; oppure l’aver spesso utilizzato un inchiostro molto fluido, quasi litografico, il non aver mai consultato neppure un manuale. Mi rendo conto di avere trascinato dentro all’incisione la pittura (quando ho iniziato a dipingere è successo l’esatto contrario), ma non si è trattato d’irriverenza: a me interessava l’immagine finale. Questo e solo questo era al centro dei miei pensieri.  In un secondo tempo, però, dopo aver individuato una serie di punti d’accesso, sono entrato nelle profondità del mezzo espressivo, senza più uscirne. La medesima cosa è capitata quando ho riavvicinato la pittura, cercando in essa una maggiore possibilità cromatica o il gesto verificabile in presa diretta, lo spessore materico o l’opportunità che mi dava di ingrandire i formati. Come in un trasloco impegnativo, c’è voluto parecchio tempo per spostare l’intera impalcatura visiva, smantellando una serie di elementi architettonici intrecciati tra loro, pensati per suddividere lo spazio. Volevo avvicinarmi quanto più possibile a ciò che prima era raffigurato in lontananza: il paesaggio.

Hai accennato al fatto che il tuo è sostanzialmente un percorso non scolastico. Come mai non hai frequentato una scuola d’arte?

Mio padre per me aveva altri progetti e pensava che questa mia passione, collocatasi da subito al centro di ogni pensiero, fosse un innamoramento adolescenziale, passeggero. Lo scontro, purtroppo, fu un vero scontro. Così come il ricongiungimento successivo fu un vero ricongiungimento.

 Pensi che qualcosa delle tue scelte o del tuo approccio all’arte sarebbe stato diverso se tu avessi avuto un percorso scolastico “regolare”?

Beh, in parte l’ho già detto. L’irregolarità e il disordine spingono a cercare itinerari alternativi: anziché guardare le mappe, uno inizia a consultare le stelle. Se non ci si perde, è un gran bel vedere, altrimenti si gira in tondo, col respiro pieno d’ansia. Ricordo, però, che negli anni in cui avrei dovuto frequentare l’Accademia quasi in ogni istituto s’era sparso una sorta di virus anti-pittura. Quei pochi che ancora usavano i pennelli erano guardati con compassione. L’arte doveva essere concettuale, espressa attraverso l’assenza dell’opera. Esclusivamente idea e pensiero: si registravano suoni, si filmavano movimenti del corpo. Gente che si sotterrava, altri che, stando in piedi, muovevano solo il collo per delle mezz’ore intere e tutti intorno guardavano. Un mio amico, tanto per fare un esempio, girava con una grossa pietra trovata in una discarica, sostenendo che niente poteva rappresentare meglio il peso dell’esistenza. Generalizzo ingiustamente, però quello era il clima di allora.

E oggi che idea hai del clima artistico attuale? Ci sono, al di là delle mode e delle tendenze più o meno condivisibili, artisti con i quali senti qualche affinità di percorso?

Intanto, con orgoglio, dico che ho sempre guardato con estremo rispetto ad esperienze artistiche lontane dalla mia pittura. La qualità, quando il giudizio non è viziato dalla malafede, è possibile coglierla anche in ciò che non ci appartiene. Oltretutto, sono sicuro che alcune cose sono entrate in forma indiretta e segreta nei miei pensieri. Il grande problema dei nostri giorni è il mercato dell’arte, la sua forza è enorme, non solo ingigantisce figure o fenomeni artistici di poco conto, ma sottrae alla vista quanto può rallentare i suoi sofisticati meccanismi. Ho sempre pensato che il tempo possa mettere ordine, adesso, però, ne sono meno convinto. Avanza il pessimismo.

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Da molto tempo scrivi d’arte sui giornali. Cosa rappresenta per te, come pittore, questo tipo di scrittura?

La scrittura è mossa non altro che da un desiderio di consapevolezza, non certo da ambizioni letterarie o critiche. Serve a me. Appena vengo a sapere che è in preparazione la mostra di un artista che amo o che guardo con grande interesse la prima cosa che penso è che “vorrei scriverne”, in modo da entrare nella sua opera, stabilendo con l’autore una forma di convivenza che dura anche parecchi giorni. Durante questo periodo guardo e riguardo i suoi lavori, cercando di sapere ogni dettaglio della sua vita. E quando un conto non mi torna, i pensieri rovistano con più attenzione, cercando di trovare informazioni tra la “normalità” dell’esistenza. Il fatto è che siamo quotidianamente bombardati da immagini, quasi sempre stimolanti, pur nella loro diffusa negatività. Non è semplice trovare un buon motivo per imporre delle pause. Non facile fissare il pensiero senza isolarlo dal contesto, arrestando il gran frullatore visivo che ci circonda. Uno dei pericoli, tra l’altro, è finire dalla parte opposta, assieme a chi ritiene sia giusto barricarsi, sino a stabilire coi propri interessi un rapporto maniacale, come se tutto il resto non esistesse. Ma, per tornare alla scrittura, essa mi permette di riflettere. Non è compito mio essere imparziale, magari rielaborando in modo scaltro qualche comunicato stampa. Sono dichiarazioni d’amore o prese di posizione irritate, giustificate dalla passione.

Guardando alla tua pittura, così come all’incisione, ritornano due componenti importanti e tra loro complementari: da un lato, l’esattezza, la precisione, la necessità di poter circoscrivere, dall’altro l’indefinito,  la sfocatura, l’imprevedibilità di percorso. La sensazione davanti a un tuo lavoro è quello di trovarsi di fronte a uno spazio in divenire nel quale la ricchezza di possibilità espressive nasce proprio dalla capacità di conciliare e tenere in equilibrio tra loro elementi così diversi.

A molte domande, con tutta franchezza, non so cosa rispondere. L’arte, infatti, segue un suo flusso naturale. Guai se non fosse così. Che poi questo flusso, pur rappresentando una realtà autonoma, sia formato da un accumulo di precise suggestioni, è altrettanto naturale. Una parte di noi è formata da ciò che, giorno dopo giorno, senza scivolare via, rimane impresso nella mente. In questi casi è necessario tener presente che le risposte contengono verità parziali. Non solo perché “dall’esterno” le cose spesso si vedono meglio, essendo lo sguardo meno direttamente coinvolto, ma anche perché teorizzare all’eccesso può condurre ad una sorta di svuotamento. Comunque, la prima cosa che mi viene da dire è che anche in questa domanda mi riconosco. Mi assomiglia. Vedo i lineamenti del mio carattere. Credo di essere così anche quando non dipingo. Il desiderio di lasciarmi trascinare al largo, scegliendo il luogo, gli oggetti, le persone, ma non la direzione della corrente, per poi rientrare nel momento in cui non vedo più la riva, spesso con fatica, quasi in una sorta di pentimento. Quando dipingo procedo proprio così: la prima parte del quadro è fatta di impulsi e di scatti. Il gesto è irruento, deciso, nel tentativo di dominare la materia, per imprimere nella superficie i segni di questi miei stati d’animo. Poi arriva il lungo momento del recupero, fatto di grandi attenzioni, di modulate variazioni cromatiche, di velature, stese come unguenti. Vedo in lontananza, ancora, la cultura orientale, con gli opposti che si toccano: severità e dolcezza, libertà e costrizione, progetto immodificabile delineato dall’impercettibile ma continuo soffio della natura.

Nella tua pittura, la grande esclusa sembra la figura umana. Pure, in alcuni quadri del 2010 con la bicicletta compaiono elementi che alludono a essa, una scarpa o un’ombra. Sembra quasi che la figura umana entri “sottovoce” all’interno del quadro e malgrado ciò la tensione e l’attesa che si generano sulla superficie sono grandi. Qual è stato e qual’è il tuo rapporto con la figura?

Con la figura qualcosa mi trattiene, condizionando l’andatura. Ho come l’impressione che essa imponga all’interno del dipinto, se non una riconoscibilità diretta, una forma di racconto. C’è stato un periodo durante il quale ho provato ad inserirla all’interno del paesaggio col proposito di farla diventare roccia, nuvola, promontorio, così da fondere ogni elemento. Com’è andata? Qualche quadro l’ho conservato, ma si è trattato di un esperimento non riuscito. Mentre con la serie dedicata all’ombra (alla mia ombra), proiettata sulla strada, mentre esco o rientro in bicicletta, oltre a cambiare in modo radicale la tecnica, sono riuscito a modificare anche il percorso visivo. La figura qui assume un ruolo preciso, determinante.

Come nascono i quadri con la bicicletta?

Sono fotografie dipinte, nate senza un vero e proprio progetto. Le scatto in rapidissima sequenza con una piccola macchina fotografica, mentre pedalo e quasi senza guardare, nel tentativo di bloccare l’ombra che si allunga o si accorcia a seconda della mia distanza dal lampione. Quando poi a casa le scarico nel computer , tra le tantissime da buttare, ne trovo quasi sempre due o tre che mi colpiscono in modo direi sorprendente, sia per il taglio grafico, sia perché ritrovo una serie di rapporti chiaroscurali conservati nella memoria. Come possa accadere rimane un mistero. Le metto da parte e quando ne ho un certo numero le porto a stampare su una superficie rigida, quindi intervengo con i colori. Fino a oggi, ho sempre frenato il desiderio di esporle e in pochissimi le hanno viste. Volevo che prima si depositassero nel fondo i facili entusiasmi che di solito accompagnano i cambiamenti. Non è assolutamente detto che la novità contenga sempre una garanzia di qualità. Di sicuro, dopo quello tra incisione e pittura, questo è un vero trasloco, un capitolo nuovo, diverso. La struttura emotiva rimane simile, ma dentro tutto sembra cambiato. A volte, le guardo e fatico a pensarle mie, eppure le riconosco. È un po’ come lo stupore che si prova nel sentire la propria voce registrata. Occorre lasciar passare del tempo per entrare in confidenza con se stessi: sembra strano ma è così. Questo accade soprattutto quando si affrontano percorsi intimi e privati. Non è pensabile, però, che quello precedente sia un capitolo da considerarsi definitivamente chiuso. Sono due parti di me che possono benissimo convivere sotto al medesimo tetto, cosa questa che con l’incisione non sono riuscito a fare.

Cosa ti affascina di più di questo soggetto?

Siamo alle solite: il ritmo. Ad incantarmi sono il ritmo, la cadenza. Tutto ciò che nel ripetersi non è mai uguale, lo guardo e mi ipnotizza. Quell’ombra è la mia ombra, io che esco e io che rientro: l’andare e il venire. La strada è sempre la medesima: un breve tratto non lontano da casa, una pista ciclabile e la statale che passa proprio davanti alla Rotonda di Palladio. Le luci sempre le stesse, rafforzate dai fari delle automobili. Proprio un diario privato, nelle cui pagine non si trovano grandi avvenimenti, ma impressioni legate al variare degli stati d’animo.

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Hai un’idea su dove ti stia portando la pittura?

Dove mi sta portando la pittura non riesco neppure a immaginarlo. Non mi sono mai posto questa domanda. La vedo come una zattera che si sposta e procede lentamente sul grande fiume dell’esistenza, in attesa del grande salto.

Pensi che potresti riprendere anche l’incisione?

L’incisione – e lo dico con una crepa non rimarginabile nel cuore – è un’esperienza conclusa. Impossibile per me ricominciare dal basso, proponendo la controfigura di me stesso. Forse (dico una cosa che mi viene in mente adesso), questi miei ultimi lavori, legati al tema dell’ombra e della bicicletta, stabiliscono un ricongiungimento con l’incisione: l’impianto compositivo forma una griglia visiva. Esterno e interno: giusto come avveniva con gli elementi geometrici incisi nella lastra, per fornire all’immagine un delimitante assetto architettonico dietro al quale non vi sono pareti, ma placche luminose. In questo mi è servito molto abitare nella città di Palladio. Le sue soluzioni architettoniche presentano spesso queste fenditure, pensate proprio per far transitare la luce. Ogni luce, comunque, per tornare al tema che ha suggerito questa conversazione, anche la più luminosa, arriva per effetto di contrasto, dalla più buia e impenetrabile notte.

Qual è la cosa che più ti piacerebbe comunicare a coloro che vengono a visitare questa mostra?

Niente. Come sappiamo lo sguardo modifica l’opera. Quando è consapevole, attento e non occasionale, sensibile, aperto, schietto, orgogliosamente spontaneo, non vuole suggerimenti. Le emozioni creano stupori e hanno una loro struttura impenetrabile con un punto di accesso a tutti invisibile. Impossibile quindi comunicare se non attraverso l’etica del percorso. Ogni tanto poi accade che qualcuno riconosca una parte di sé in ciò che sta guardando e questo aggiunge stupore allo stupore. Credo, anzi, che sia questo il grande segreto dell’arte.

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3 pensieri su “Silvio Lacasella dentro lo sguardo di una… Linea d’ombra- intervista

  1. -…lo sguardo modifica l’opera. Quando è consapevole, attento e non occasionale, sensibile, aperto, schietto, orgogliosamente spontaneo, non vuole suggerimenti. Le emozioni creano stupori e hanno una loro struttura impenetrabile con un punto di accesso a tutti invisibile. Impossibile quindi comunicare se non attraverso l’etica del percorso. Ogni tanto poi accade che qualcuno riconosca una parte di sé in ciò che sta guardando e questo aggiunge stupore allo stupore. Credo, anzi, che sia questo il grande segreto dell’arte.- Condivido integralmente quanto affermi, caro Silvio, il pensiero è fautore di molte interpretazioni che lo sguardo, di ritorno dal suo viaggio in ciò che di fatto è impenetrabile, perché non è quel se stesso noto,gli instilla. L’etica del percorso, ormai, è diventata cosa inconcepibile e solo, purtroppo, la superficie è quanto si strappa, peggio che da un (af)fresco che si vorrebbe proprio ma che non ci appartiene nemmeno per un qualche graffio.
    Grazie, fernanda f.

  2. Riflettendo sul tuo commento, dopo qualche mese, ho riletto le mie parole. Beh, le condivido, nonostante io non abbia un rapporto sereno con me stesso.
    Sono profondamente convinto, infatti, che chi guarda una qualsiasi opera d’arte, sentendosene attratto(ma anche se lo fa con occhio critico), ne modifica i contorni espressivi, i toni, la struttura interiore, adattando l’immagine (la parola, il suono) al proprio sentire interiore. E’ giusto… non è giusto? Non saprei dare una risposta, di sicuro ciò avviene in forma naturale.
    Lo storico dell’arte, al pari dello psicoterapeuta, dovrebbe valutare senza lasciarsi coinvolgere emotivamente per non creare uno sbilanciamento visivo? Forse. Alcuni grandi storici ci hanno illuminato con lucidità e molto, grazie a loro, abbiamo capito.
    Il calore umano, però, ci rende meravigliosamente imperfetti e questa “imperfezione”, grazie anche all’arte, si sviluppa.
    In ogni caso, la consapevolezza della parzialità non comprende la cancellazione di quanto non ci appartriene.
    Quello che non ci emoziona ovviamente non ci attrae, però molto probabilmente riesce a toccare le corde più sensibili di qualcun altro. Chi ama l’arte questo lo sa e non se ne stupisce.
    Oggi, al contrario, mascherata da una presunta equidistanza, si soffoca tutto ciò che pochi presunte menti illuminate ritengono inadeguate per rappresentare i valori della contemporaneità.
    Sembra paradossale, ma il giudizio accecato dalle proprie passioni permette oggi una pluralità espressiva determinante e insostibuibile.

  3. E anche questa volta condivido la tua ulteriore osservazione, che approfondisce e va oltre la prima presa di posizione relativa al guardare. Ora aggiungi il sentire, l’emozione e il coinvolgimento che l’opera d’arte riesce a pro-muovere, attraversandoci con qualcosa che è oltre il linguaggio ordinario e anche quello tecnico, che se ne frega di una postura e dei postulati e ti lascia in corpo tracce, se non interi tracciati, che prima o poi, ciascuno con il suo tempo, riaffioreranno legandosi in una amalgama di sensi e significati che ci condurranno a guardare qualcosa che è oltre quell’opera ma ha operato in noi, osservatori, anche se credo che anche agli artisti, agli esperti, succeda qualcosa di molto similare, visto che, comunque, devono attraversarla l’opera, e anche loro vanno, quasi come accade in navigazione, senza rotta, solo la mappa e poi comunque ci sono gli imprevisti.
    Grazie delle ulteriori riflessioni che smuovi. ferni

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