FELICITA’ DI GHIACCIO- Serenella Gatti Linares

la bastide

la-bastide-des-tremieres.

Le tue pantofole sono nell’entrata, vicino alla porta: di velluto a coste beige, numero quarantacinque. Immobili e fedeli come cani da guardia. Proporzionate alla tua altezza che supera il metro e novanta. Magro sei sempre stato, Riccardo, poi lo sei diventato di più.
Ad ambedue piace avere la casa pulita. Quando ci viene a trovare qualcuno, avremmo voglia di fargli togliere le scarpe, poi non glielo diciamo, perché siamo troppo buoni. Tutti e due.
Questa casa trasuda umidità. Le pareti e i pavimenti in legno sono gonfi in più punti. L’aria sa di muffa. A volte, temo che un nubifragio possa penetrare e spazzare via tutto.
La pioggia segna i vetri con i suoi rivoli ininterrotti. Io ti sto aspettando. Sono sicura che ritornerai, infilerai le ciabatte o forse no, e la cena sarà pronta.
E’ una cosa che mi ha insegnato mia madre, quand’ero piccolina. “Ricordati: quando senti il rumore della moto in lontananza, la tavola dev’essere già apparecchiata”. La moto era quella di mio padre che ne era appassionato. Morì in un incidente, quando avevo otto anni. La mamma ha tirato su quattro figli da sola con fatica. Abitavamo in mezzo alla campagna della Repubblica Moldava, a molti chilometri dalla capitale. Non ci mancavano la terra, i cavalli, i cani, le galline, alberi da frutta. Ero la più irrequieta e verso i trent’anni ho deciso di venire in Italia, a curiosare come si vive qua e a cercare nuove possibilità lavorative.
Mi sono arrangiata con mestieri vari. Ho imparato la lingua italiana facilmente. Non sono una che si perda di coraggio. Poi, sei anni fa, ho conosciuto te, Riccardo, e la mia vita è cambiata. Dopo il dolore, ho conosciuto la felicità.
Sei buffo, quando te ne vai in giro per casa asciugando le macchie d’umidità a terra con uno straccio, che vuoi sempre alla portata del tuo lungo piede. Ti obbedisco, perché ti amo e perché mi hanno insegnato che una donna debba comportarsi così nei confronti dell’uomo. Nel mio paese in genere i maschi trattano male le donne, le picchiano, le fanno lavorare al loro posto, ritornano a casa ubriachi la sera. Conoscere te mi è parso un sogno, perché sei sempre gentile, delicato, affettuoso. Del resto, sei un filosofo, un intellettuale, e mi occupo di tutto, perché tu possa creare nel tuo studio.
Tengo la casa in ordine, faccio la spesa, metto a posto le tue carte, la tua musica, i libri infiniti. Al centro del tavolo da pranzo non manca mai una fruttiera stracolma di frutta d’ogni tipo; una coppetta con quella secca da sgranocchiare; cioccolato fondente nerissimo. Adori la mia specialità: la zuppa di verdure con carne di pollo, alla russa. Dici che la gusteresti a colazione, a pranzo, a cena.
Mentre mangiamo, mi parli delle tue idee, di quando aderisti al buddismo a diciotto anni, dell’eterna domanda :”Il mondo che ci circonda è realtà oppure no?”. Non sai rispondere ed io ancor meno. Ti guardo con aria incantata, pendendo dalle tue labbra. Verso di te ho un’ammirazione e una dedizione assolute, e non perché hai dieci anni più di me.
Quando giriamo insieme sembriamo due ragazzini. Tu mi tieni un braccio intorno alle spalle e io sembro piccola, anche se sono alta. Con te indosso sempre i tacchi e cerco di essere curata il più possibile. Lo smalto sulle unghie anche adesso è impeccabile, copre totalmente con un bordò scurissimo, però sono ingrassata sedici chili.
Tu sei un eterno ragazzo. Ridi spesso e volentieri. Abbracci tutti i numerosi amici che incontri con le tue lunghissime braccia e mani. Quando spira la bora a Trieste, invece di chiuderci a casa, usciamo, correndo per mano e ci sembra che tutto quel vento spazzi via lo sporco, l’inquinamento, i problemi. Ci piace l’odore del mare.
Lottiamo insieme per la pace, contro le ingiustizie e le povertà del mondo. Quando sei andato in Palestina, sono rimasta a casa e non immagini con quanta trepidazione aspettassi tue notizie.
Ma ora voglio ricordare quella notte di sabato in cui andammo a ballare in discoteca. Indossavo una mini nera vertiginosa su stivali alti col tacco e i capelli erano sciolti sulle spalle, neri, lunghi e lucenti. Certi ragazzi mi fecero apprezzamenti un po’ volgari. Tu non dicesti nulla, poi a casa mi tenesti il muso per un po’, in silenzio. Anch’io ero gelosissima e controllavo gli sms sul tuo cellulare. Ti arrabbiavi, però ricominciavi a sorridere col tuo largo sorriso contagioso.
Ricordo che quel sabato ballammo insieme freneticamente ritmi pop alla moda. Tutto girava intorno a noi. Ed eravamo felici, felici, felici.
“La mia Beia!”, sussurrasti quella notte, mentre facevamo l’amore con passione. A te piaceva la mia ciccia in più, soprattutto al tuo confronto. Mi morsicasti così forte sul braccio, che per giorni mi restò il segno, e non sapevo cosa dire ai colleghi che l’avevano notato.
La mattina della domenica restavamo a letto fino a mezzogiorno. Abbracciati stretti stretti a chiacchierare. Volevamo sapere tutto del nostro passato. Io ti raccontavo della campagna moldava. Tu delle lotte sindacali operaie. “E tua madre come ti chiamava a casa dal cortile? E cosa ti preparava per cena? E com’era la tua maestra?”. Non ci bastava mai.
Ma si sa, la felicità ha vita breve.
Io ti sto aspettando, so che ritornerai. Ritroverai non solo le tue pantofole, ma ogni oggetto al suo posto, ogni foglio, ciclostile, fotocopia, volantino, videocassetta, che non ho il coraggio di toccare.
E’ bastato il passaggio di quel bastardo del cancro a cancellare tutto. Nell’ultimo anno e mezzo della tua malattia, ti sono stata vicina, momento per momento. Quando non ce l’hai fatta più a stare in piedi, ti ho aiutato ad entrare nella vasca da bagno. E mi sentivo in colpa, perché io potevo farlo e tu no. Poi ti asciugavo, ti massaggiavo, ti mettevo il talco, come si fa con i bambini, come sei sempre rimasto.
Eravamo convinti che potessi guarire, che la medicina più avanzata potesse compiere il miracolo.
Ora, al posto dell’enorme fruttiera, sul tavolo da pranzo c’è una specie di altarino per te. Giganteggia una tua fotografia in bianco e nero, un lumino arde sempre, ci sono crisantemi bianchi e roselline rosse. Ogni giorno vengo a trovarti al cimitero e ti parlo a lungo.
Un giorno, qui, una tua ex-fidanzata mi ha assalita all’improvviso, mi ha picchiata, ha strappato i fiori che avevo messo sulla tua tomba. Urlava che tu l’avresti sposata, se non fossi apparsa io. Mi ha accusata di avere carpito una tua firma sul testamento, che mi dichiara unica erede, essendo tu solo al mondo, mentre eri nella fase terminale. Molti triestini spettegolano sull’argomento e perfino le amiche moldave. Non ci siamo sposati, ma io sono tua moglie, me l’avevi chiesto, stavo per diventarlo ufficialmente.
Mi hai presentato tua madre, ed eri fiero che le piacessi, al contrario delle numerose fidanzate del passato. Dicevi che non saresti sopravvissuto alla morte della tua mamma, e così è stato.
Ti ho amato davvero. E anche tu, forse un po’ meno. Nessun altro uomo potrà mai reggere al tuo confronto. Al mio paese si educa ancora ai sentimenti eterni. Dicono che rischio di diventare matta.
La mia felicità è congelata per sempre. Ma so che tornerai… Già sento i tuoi passi per il corridoio. Mi aiuterai ad asciugare l’umidità. Mangeremo insieme una zuppa calda, quella alla russa che ti piace tanto, e a letto parleremo stretti stretti, dopo aver fatto l’amore, fino all’alba.

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4 pensieri su “FELICITA’ DI GHIACCIO- Serenella Gatti Linares

  1. Cara Serenella, intenso e davvero efficace questo tuo racconto. Con l’occasione t’invio un sentito augurio per l’anno nuovo, anche da parte di Gabriella.
    Un saluto caro da Mariella

  2. Cara Mariella, grazie per le tue parole che apprezzo in particolare per la stima che nutro nei tuoi confronti! Grazie a Fernanda e a Nadia Chiaverini che mi ha mandato un sms su questo racconto. Auguri per un magico 2015 a tutte e tre e a Gabriella Maleti. Abbracci.

  3. A te Serenella, tanti Auguri e spero di trovarti a Sasso Marconi, con Vittoria Anna Maria e tutte le altre, in marzo. Sarà bello riabbracciarci. Di nuovo tanti AUGURI.f

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