‘NA/TALE…ma chi é, da dove viene e cosa vuole?

celia smith

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Natale 2014
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Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e
qualche altro dolore e il fumo fa male e anche questo mattino
di luce imprecisa, andare e tornare ogni giorno uguale,
stanca e fa male.

Accanto c’è una donna che mi accompagna e mi sorride,
ci diamo la mano quando il respiro manca e ci sono ancora
scale da scendere e salire e non so se costa più fatica
andare giù o tornare su nel breve tempo che rimane, quanto
tempo ci resta me lo chiedo a ogni risveglio e come sarà
l’ultimo sguardo, una contrazione, un pallore e basta, sarà
schianto o scivolamento, l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla resta di umano.

Le strade sono sempre piene di gente, si sale a massa sul bus
delle sette che ingoia allo spasimo borse e odori di lingue
diverse, voci strane e straniere nel silenzio di gelo
di un’alba ancestrale o preludio di una fine, teste chine,
occhi smarriti, un padre insegna al figlio a tirare bene
i pugni, perline e collanine, tatuaggi e anelli alle narici,
geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,
foresta di cellulari, urgenza del messaggio, assenza
di connessione, nessun alfabeto comune tra i viaggiatori,
nessun sorriso, un ruminare sordo i detriti di una lingua
in estinzione, uno scossone, stridore di gomme sull’asfalto
bagnato di fanghiglia alla fermata.

Si scende in tanti, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana,
il sangue circola ancora in modo regolare, si va al lavoro,
si dorme, si mangia, talora si fa l’amore, qualcuno sogna
qualcosa o solo intravvede nella notte ombre di passaggio,
fantasmi evanescenti di altre età, rimanenze da grattare via
bene con lo spazzolino e il filo interdentale, qualcuno dice
che dovrà certo arrivare un salvatore, lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,
messia di qualche nuova forma del dolore.

Francesco Sassetto

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martin palottini

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Sono avvolto in un bozzolo di nebbia
ho calato sul volto una visiera e inesistente
al confine della sera passeggio senza meta
dove il torrente umano dilaga nelle strade,
scomposto in armonia di luci, spensierato

– com’è lontano dalla vita questo niente
che cammina come sospeso sul selciato
a me di fianco e ronza come mosca
tediosa motivi che stridono
o che neppure esistono, ninne nanne
morenti che odorano di zucchero: la gioia
dei bambini nasce male
commerciale
commerciata anche in questo Natale.

*

Natale santo, giorno di menzogna
e gentile finzione,
assenza di Dio nel fragore
di guerre cristiane
Natale, scandalo dei poveri e dei miti
– perennemente sull’arida collina
a cogliere sangue ed acqua
all’ombra cupa della morte che disegna
terribili ghigni
sui volti dei loro bambini.

Gianmario Lucini

da Cinque bagatelle di Natale  –http://www.poiein.it/autori/2006/2006_12/14_LuciniNatale.htm

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celia smith

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.Della solidarietà a naso

Voleva essere un dialogo, ma come spesso capita agli ipocriti, si è rivelato solo un cinico monologo!

 La solidarietà, oh la solidarietà…!
Quanto è importante!Tutti noi dovremmo fare qualcosa per gli altri.
Fa bene al cuore, ingentilisce l’animo.
Tutti dovremmo operare per il bene comune.
È davvero encomiabile quanto fate e degno di riguardo.
Fossero tutti come Lei, averne come Lei!

Infatti Lei fa solidarietà, non è vero?
Tutti sanno chi è, ciò che fate, per chi vi adoperate!
Eh si sa, la gente? I più, purtroppo, non comprendono!
Insensibili imbecilli, fino a quando non sono toccati dalla disgrazia.
Solo dopo sembrano ritrovare senno!
Non oso immaginare la rete di brava gente che Lei conosce.
Questi mica sono come quelli…naturalmente!
Loro sanno cosa vuol dire, come Lei d’altronde.

Non è forse così? Siete rari, certo, ma quanti siete?
Giovani, volontari, simpatizzanti: un vero e proprio esercito!
Per non parlare dei collaboratori, dei professionisti, degli specialisti!
E degli imprenditori, dei benefattori, dei politici: la gente non sa quanto si adoperano per gli altri !
No, diciamo le cose come stanno, senza se e senza ma:
come si può credere di fare solidarietà senza il supporto di questo esercito del bene ?
Condividere un ideale, uno stile. Avere fede, crederci! Senza chiedere nulla in cambio!
Fare: questa è la parola d’ordine! Nonostante gli insensibili imbecilli
pronti sempre a criticare, a sparare sopra tutto e tutti….!

Ma la gente, si sa, è ignorante! Non può capire.
Io invece mi chiedo: per quanto tempo ancora, il nostro paese, potrà avvalersi di questa generazioni di santi?
Diciamocela tutta: quanti sarebbero pronti a impiegare il loro tempo senza ricercare alcun riconoscimento?
La verità, quella vera, è che se non avessimo questo esercito del bene,
di uomini che sanno il fatto loro, che contano qualcosa,
oggi non potremmo fregiarci di questa nuova cultura,
più umana, solidale appunto, che rimette al centro, e sopra tutto, l’uomo.
Ecco la vera rivoluzione, mica quella gridata sulle piazze da masse di imbecilli !
Se non fosse per voi, e non si dice mai abbastanza, oggi vivremmo in un paese freddo,
disattento e cinico verso tutti, a partire dagli ultimi!

Lei infatti si occupa degli ultimi, non è vero?
Mmmm….perdoni la mia ignoranza: chi sono ora gli ultimi?
La prego mi faccia questa confidenza, potrei sentirmi attratto – come dite voi ? – sensibilizzato!
Non Le nascondo, ad onor del vero, che gli ultimi mi hanno fatto sempre molta pena!
Come fate? No, perché vede, credo che non sia cosa da tutti saperci fare con questa gente!
Pazienza. Certo, ci vuole tanta pazienza!
Non mi vergogno nel dichiararle che di pazienza non ne ho mai avuta!
Tuttavia ammetterlo mi irrita , con quella stessa intensità che l’odore d’urina di quei disgraziati, sui cartoni ai bordi dei sottopassaggi, provoca al mio naso!
C’è da ringraziare il Cielo che ci siano persone come Voi!
Convinte, preparate, sensibili!
Mi verrebbe da dire, con poco naso. Nel senso buono, si capisce!

Una curiosità: chi decide chi è l’ultimo ?
I primi?
Sicuro i primi, non ci avevo pensato!
Certo è che se gli ultimi un giorno saranno i primi….
questi ultimi – perdoni questo bisticcio di parole – a loro volta stabiliranno i nuovi ultimi!
E quegli ultimi saranno così i penultimi, poi i terzultimi, quindi i quartultimi… e via di seguito.
Quanta miseria in questa umanità!
Ora, visto che soffro mio malgrado – come dire – di una certa irritazione verso gli ultimi,
ma tuttavia non potendo frenare questo mio sentire,
che arde al pensiero di farsi soldato nell’esercito del bene,
la prego, mi suggerisca un’esperienza, a misura possibilmente del mio naso!
Che so, con i penultimi!
Di questi, a differenza degli ultimi, non ne parla mai nessuno.
Oppure ancor meglio coi terzultimi! Ma forse sarebbe meglio coi quartultimi.
Lei cosa mi consiglia?
Mi creda, ho talento, predisposizione, grande sensibilità.
Ho naso verso tutti …beh quasi tutti.
Coi primi, poi, ho una predisposizione innata!
Me lo diceva sempre anche il mio commercialista!

Allora, Lei che di solidarietà se ne intende, che dice, si può fare?
Ma come cosa?
Fare del bene ai primi e a tutti quelli di cui i villani non parlano mai bene.
Quali colpe avranno mai commesso questi ultimi per ritrovarsi lì, condannati a restare saldamente primi?
In verità bisogna amarli, farli sentire proprio come tutti gli altri – ultimi –
Anzi, forse un po’ più sopra degli ultimi!
Siamo onesti: loro necessitano più di qualunque altro di solidarietà, di reti amicali, di attenzioni continue e di eserciti di volontari servizievoli, di ingenui idealisti, di cavalcare l’onda che li condurrà dritti dritti alla santità.
Chi, infondo, meglio di loro, può tenere salde le redini del bene comune!
Non chiedono mai!
E se si arrogano quell’umile potere che li autorizza a sistemare gli uomini accanto agli uomini, secondo docili ed innocui capricci,
facendo e disfacendo della vita e dei destini dei secondi in avanti, mi creda,
lo fanno solo perché i primi siano sempre immancabilmente primi
e tutti gli altri, naturalmente, fedelmente ultimi!

Cosa ne dice, eh? Si può fare ?

 Mario Rosso

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martin palottini

martin palottini-Pulmonaria I- Lápiz y tinta sobre papel.

in cammino verso Santiago

se vuoi sapere dove
sta Dio
cammina fino a Leon
ed è l’amore che
ti tiene lì
che ti prende al petto e
ti trasporta dentro
a cosa e a chi non sai ma senti
è quell’amore che
ti prende
quando con Dio fai
all’amore e
non sai dove amore infinito
finisce lui dove
finito inizi tu

Giovanna Gentilini

celia smith

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Destra la mano si stende
al cuore distratto di luci
Messa di pane e preghiera
Le dita che più non sanno
assolvere anni e dolori
Trenta collane di vischio separano
Laudi e sigilli
C’era una volta che immaginavo doni
Di quando in quando mangiavo promesse
Salvezza mi preme
L’esatta memoria del caldo e del fieno
Di stelle comete e miracoli veri
Di oggi e domani mi chiedo
Se nascita ancora mi spetta
O se solo ritorno e ritorno a pensare
Che Iddio mi tenta con le sue canzoni
Di brina le foglie un bisbiglio s’appanna
La porta del mondo spalancata mostra
una volta di più il volto Bambino
di chi salverà
L’ennesimo arresto dell’anima mia.
(Silenzio)

Federica Galetto
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celia smith

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filari di vigne
alberi da frutto fioriti
verde tutt’intorno
interrotto da cascine,
chiesette di campagna

bianchi capannoni distesi nella pianura

pali della luce,
fabbriche dismesse,
vecchie fornaci di mattoni rosse.

Elena Latini

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martin palottini A I.

Nascita

Sposa di un vecchio.
Sposa bambina,
Madre di Dio.

Il bambino scendeva,
solcava un cammino nella mia carne.
Sentivo le ossa incrinarsi,
i nervi tesi,
la mia voce che chiedeva pietà.
Il corpo non mi apparteneva.
Ubbidiva a mio figlio,
al suo incedere impavido verso la vita.
Le mie labbra erano arse di sete,
il corpo stremato.
Con me solo il fiato del bue,
il ragliare dell’asina.

Un ultimo, lunghissimo grido.
Prima la testa,
poi, come un pesce,
scivolò dal mio corpo.
Nacque muto,
bagnato di umori e di sangue.
Mio figlio. Mia carne.

Un corpo minuto germinato da un corpo di donna,
un essere nuovo, perfetto,
creato nel buio, bagnato dalle mie acque:
il viso azzurro,
il cordone legato due volte intorno al collo.
Liberai il suo respiro.
Tagliai ciò che ancora ci univa con un pugnale.
Strofinai la sua carne con lavanda e col sale,
infine lo avvolsi in una coperta.

Lo fissavo colma di meraviglia
incredula, scordata ogni doglia.
Adoravo il suo viso, i capelli,
i piccoli pugni.
Non aveva i miei occhi, e non aveva i suoi
ma il latte sgorgò tiepido e denso.
Portai la sua bocca al capezzolo bruno,
quietai la sua fame.
E lui non più il Salvatore ma solo un bambino
ed io,
fui solo una madre.

Io sazia d’amore. Lui sazio di me.
Io madre, lui figlio.
E in quell’attimo
anche Dio attese nell’ombra.
Attese in silenzio,
lasciandoci soli.

Daniela Raimondi

da Maria di Nazareth, Edizioni Puntoacapo
(in uscita da gennaio 2015)
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celia smith

celia smith1.

MBAYE

Aspetta nella sua utilitaria.
Indossa una tuta in acetato blu.

Ha la pelle nera, gli occhi grandi, il bianco a farli più fondi.
Ha il viso teso per non riuscire a pagare l’affitto.

Ragioniamo di contratti e robe che fanno stare
un pelo sopra il cuore. “Sicuro, io ti do al 15, sicuro…” dice
con la lingua che si annoda alle parole. Mi ricorda
un larice, i suoi groppi lungo la scorza che sale, nonostante tutto,
fino a sbucare all’aria.
“Tu aiuta me”. E forse ha pena di me, ferma, assoldata ad una terra
che si sbriciola ad ogni sua parola.

Ha due mogli in Senegal. Cinque figli.
“Benenovanta” mi ha detto un giorno che gli avevo chiesto come stava.
Il dieci che mancava non c’era bisogno di chiedere cos’era.

Non smette di parlare, Mbaye. Parla veloce per convincere che lui
“sicuro pagare”, “io pagare” lo dice all’infinito. Perché non ha fine questo altro
mondo, fatto di segni colorati sulla pelle –  nuda, offerta al sole.

Gli stringo la mano. E’ forte come una pala che rivolta la terra.
Il suo colore scuro, ribalta l’aria.

Iole Toini

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martin palottini

martin palottini g.

Semplice è l’angelo e lo sguardo di Francesco
che abbraccia il mondo o l’ albero
con l’ amore incondizionato di una madre
o di un dio così piccolo da scaturire da un sorriso.
Così Montale nello slancio come una profezia:
un giorno tutti gli uomini saranno poeti
se pur non dovessero scrivere un solo rigo
dello stesso fuoco quel giorno esploderà
la cometa di ognuno tornato fanciullo
di nuovo adorando il Natale.

.

Se passassi da sola questo Natale
tanto per cambiare prospettiva
togliendomi di dosso ogni orpello:
pensieri stretti e un po’ strani
piccole ripetute costrizioni
parole dette e non dette
un sorriso troppo accattivante
col rossetto e il vestito più bello
e nessuna grazia ricevuta
nessuna etichetta alla pesantezza
del mondo messa lì sotto l’albero
tra lo sfavillio di una luce commerciale
se passassi da sola questo Natale
in un silenzio vibrante di neve
allungherei la mia prima zampa
poi l’altra per l’urgenza di andare
muso in avanti a tagliare l’aria
più veloce il passo quasi senza peso
in corsa verso l’ aperto della notte.

.

.Fabia Ghenzovich

.

celia smith

celia-smith8.

Natali

Strati strati,
luci novi
annòrvanu.

Gnuni gnuni,
camurrii vecchi
a fètiri.

Palazzu palazzu,
un manicu d’omini
zurbìanu.

Addabbanna ssu celu
fora chisti
e chiddi

c’è cui nasci
pasci
mori

comu sempri.

.
Chi miraculu vinisti a fari?

Per le strade, / nuove luci / rifulgono. /
A tutti gli angoli, / vecchi problemi / incancreniscono.
Nel Palazzo, / un manipolo d’uomini / s’affannano. /
Distante da ogni contesto / al disopra di questi / e di quelli /
c’è chi nasce / pasce / muore / come sempre. /
A che è servita la tua venuta?

Marco Scalabrino

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9 pensieri su “‘NA/TALE…ma chi é, da dove viene e cosa vuole?

  1. non ho letto ancora queste poesie, non ne ho avuto il tempo, le leggerò appena avrò un momento di silenzio, ma ringrazio questa Casa che ha speso del tempo e certamente fatica per richiamare le parole, per raccoglierle e per offrirle.
    grazie

  2. Grazie di cuore, ferni, per la tua sempre generosa ospitalità, e grazie alle tante voci amiche qui ospitate (un sentimento forte di tristezza e rimpianto nel leggere i sempre lucidissimi, acuminati versi del caro Gianmario, e grande è il vuoto che ha lasciato), voci giustamente diverse, aspre e lievi, aperte alla speranza, ad un’attesa o ruvidamente affacciate all’arida realtà che viviamo e tocchiamo ogni giorno, voci libere e vere in un’epoca di finzioni e apparenza. Un respiro, poterle qui leggere. Un caro saluto a tutti

  3. a te grazie Francesco, per aver portato la tua viva attenzione, la presenza a tutto quanto è vita nostra non di questo o quello ma nostra , noi comunità e corpo intero manufa(c)to di terra e cielo ed errori e strade che si intrecciano anche quando si biforcano. Grazie, ferni

  4. sto lavorando alla raccolta completa, perché saranno giorni di molti impegni i prossimi e dunque non riuscirei a fare tutto in breve tempo…grazie a voi tutti la parola è diventata corpo e respiro e sguardo e ascolto e la vita ci scorre attraverso.
    f

  5. Instancabile Fernanda. non so davvero come trovi tempo energie intuito per tutto.
    La tua grande dedizione alla poesia, una risposta, di sicuro!

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