METE DI VIAGGIO- Raffaella Terribile: La Scuola Grande di San Rocco a Venezia

scuola grande di san rocco- venezia

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Venezia 1557: il Consiglio della Scuola Grande di San Rocco stabilisce di destinare duecento ducati l’anno per la decorazione della Sala dell’Albergo. Alcuni anni più tardi, nel 1564, si decide di completare anche la decorazione del soffitto finanziata dai membri della scuola, bandendo una gara tra i pittori allora residenti a Venezia con la presentazione di un progetto per l’ovale centrale del soffitto della sala. Partecipano Paolo Caliari, lo Schiavone, il Salviati, lo Zuccaro e Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Singolare personaggio, quest’ultimo: abile imprenditore di se stesso, oltre che ottimo pittore. Si racconta che per combinare un affare non si fermasse di fronte a nulla: proponesse un lavoro al prezzo di costo, gettasse discredito sui concorrenti, rilanciasse al ribasso il prezzo per realizzare opere richieste dai committenti ad altri artisti e strappare loro la commissione. Per diminuire i costi, rivoluziona anche una tradizione praticata a lungo nelle botteghe del Rinascimento: quella di eseguire delle copie di scuola dalle opere importanti destinate alla vendita all’interno di un mercato più basso, secondario, più accessibile all’acquirente medio. Per sbaragliare anche qui la concorrenza, elimina le copie di scuola: le opere non dovranno essere imitate, ma tutte “nuove”, senza però la necessità di inventare nulla: attraverso l’uso “libero” di cartoni, utilizzati più volte e realizzati sulla base dell’opera di partenza, usciranno così dalla bottega veri “originali” venduti al prezzo delle copie: basterà invertire le figure, disporle in ordine diverso, mutarne i particolari e i colori. E se proprio nessuno vorrà acquistare, anche il regalo di un esemplare potrà rivelarsi un ottimo affare se finirà nelle mani giuste e avrà come ricaduta la pubblicità dell’artista presso nuovi potenziali clienti. Pubblicità, promozione, fama, guadagno.

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jacopo robusti detto il tintoretto-soffitto dell’albergo, scuola grande di san rocco-san rocco in gloria,venezia (insieme e dettagli)

Soffitto dell'albergo, Scuola Grande di San Rocco, Venezia

figura femminile in volo

verità

religione

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san rocco in gloria

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Per assicurarsi la commessa della decorazione del soffitto della Sala dell’Albergo della Scuola Grande di San Rocco, Tintoretto non esita a mettere in atto uno stratagemma con le sfumature del truffaldino: corrompe dei servi e ottiene le misure esatte dell’ovale del soffitto e il giorno della presentazione dei progetti stupisce i presenti salendo su una scala e distendendo davanti ai loro sguardi increduli un telero già pronto con un San Rocco in gloria, fiammeggiante di luce e di colori, abbagliando tutti e facendo così scomparire dalla vista i disegni dei concorrenti.

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tintoretto- san rocco risana gli appestati- insieme e dettagli- scuola grande di san rocco-venezia

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Si scuserà dicendo “Un bozzetto si presta a malintesi; mentre c’ero, ho preferito andare fino in fondo. Ma se la mia opera non vi piace, Signori, ve la regalo. Non a voi: a San Rocco, il vostro patrono, che mi ha manifestato tanta bontà”. Abile captatio benevolentiae che non lasciava alternative: lo statuto della Confraternita stabiliva che non fosse possibile rifiutare le donazioni dei devoti. Non restò così che annotare nei registri della Scuola: “In questo giorno, il sottoscritto Jacopo Tintoretto, pittore, ci ha fatto dono di un quadro; non chiede alcun compenso, si impegna a terminare l’opera se lo si desidera e si dichiara soddisfatto”. E il sottoscritto scrisse a sua volta la postilla: “Io Jachomo Tentoretto pitor contento et prometo ut supra”.
Come andarono le cose in seguito, lo si capisce bene girando per i due piani della Scuola: Tintoretto chiese solo il rimborso delle spese vive, nel 1565 fu accolto nella Scuola come confratello, e l’incarico per l’intera decorazione del soffitto e delle pareti gli venne affidato con ottantuno voti favorevoli e dodici contrari. Nell’arco di un anno termina la monumentale Crocifissione collocata sulla parete di fondo della sala; entro il 1567 i tre teleri con le Storie della Passione della parete d’ingresso e le due figure di Profeti negli spazi tra le finestre delle pareti laterali.

tintoretto- annunciazione, sala terrena, scuola grande di san rocco- venezia

tintoretto- la strage degli innocenti, sala terrena, scuola grande di san rocco- venezia

Tintoretto, La strage degli innocenti, sala terrena, Scuola di S

tintoretto- la fuga in egitto, sala terrena, scuola grande di san rocco- venezia

Tintoretto, Fuga in Egitto, sala terrena, Scuola di San Rocco, V

tintoretto- la crocifissione, sala dell’albergo, scuola grande di san rocco- venezia
(insieme e dettagli)

Tintoretto, La crocifissione, Sala dell'albergo, Scuola di San R
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A quel punto poteva anche dedicarsi ad altri lavori, come le prestigiose commissioni per Palazzo Ducale: la decorazione della Sala Grande Superiore dovrà attendere una decina d’anni prima di vedere la conclusione, ma il rapporto con la Scuola era ormai consolidato e durerà fino alla morte dell’artista. Nel giro di ventitre anni Tintoretto consegnerà circa cinquanta tele, aggiungendo episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento intrecciati ai temi celebrativi dei fini caritatevoli della Scuola e del ruolo di protezione del Santo eponimo dal peggior flagello del tempo, la peste. La bottega si arricchisce, nel tempo, del supporto dei figli Domenico e Marco e, successivamente, di Marietta. Lavorando per committenti pubblici, privati, e per le confraternite, Tintoretto mostra di aver imparato bene dall’esempio del grande Tiziano: differenziare la clientela si dimostra una strategia vincente. Al punto da superare il vecchio Maestro, primo pittore della Serenissima Repubblica, ormai alle soglie degli ottant’anni, scippandogli la commissione per il grande telero della Battaglia di Lepanto: al Doge Alvise Mocenigo, cui era legato da rapporti di amicizia e di lavoro, propone di lavorare ancora una volta “senza premio veruno, stimando ricompensa bastevole di lode di aver saputo ben servire al suo Prencipe”. Due tasti giusti da toccare: la lusinga della vanità e la prospettiva di non spendere un ducato, argomento cui la committenza altolocata e danarosa era sempre molto sensibile. Entro un anno Tintoretto consegnerà l’opera finita, ammiratissima dai contemporanei, andata distrutta nell’incendio del 1577. Ma poiché lavorare per la gloria non è possibile, in una lettera dello stesso anno, indirizzata alla Scuola, il pittore si impegna a consegnare ogni anno tre dipinti in occasione della festa di San Rocco (16 agosto) in cambio di una provvigione annua di cento ducati. Versatilità professionale, capacità imprenditoriale, virtuosismo tecnico, abilità e spregiudicatezza nelle pubbliche relazioni, “furberia infame e affascinante” (come scrisse J.P.Sartre) gli consentono di dividersi, tra il settanta e l’ottanta, tra la produzione devozionale della Scuola di San Rocco e quella allegorica e celebrativa per il Palazzo Ducale, toccando l’apice del successo professionale.
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tintoretto- adorazione dei  pastori,sala terrena, scuola grande di san rocco- venezia

Tintoretto, Adorazione dei pastori, Salone, Scuola Grande di San
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Tra le moltissime opere, alcune delle quali esposte di recente nella bella mostra ospitata a Roma nelle Scuderie del Quirinale, il visitatore della Scuola di San Rocco in questo periodo vicino al Natale si fermerà sicuramente davanti alle due Adorazioni. La prima ad essere realizzata, l’Adorazione dei pastori (1578-1581), si trova nella Sala Grande Superiore. Impossibile non notarla. Jean Paul Sartre ha scritto una pagina bellissima che mi piace riportare perché sembra meditata davanti all’opera, e grande è l’amore che Sartre aveva per il Tintoretto (J.P.Sartre, “Tintoretto. O il sequestrato di Venezia, ed. Marinotti, Milano 2005):
“La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.”
(da “Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti”, campo di concentramento di Trier, natale 1944, scritto da Jean-Paul Sartre per i suoi compagni di prigionia.)
Tema fra i più rappresentati dal Medioevo in poi, l’Adorazione dei pastori conosce nell’interpretazione di Tintoretto un rinnovamento radicale dei canoni compositivi, come osservò per primo Carlo Ridolfi nel 1648, segnalando la “stravagante invenzione, essendo la Vergine collocata sopra le baltresche di un fienile”. Il pittore ci introduce in punta di piedi nell’atmosfera raccolta di un’umile casa colonica in abbandono, a due piani. Il tetto è parzialmente crollato e, dall’incrocio delle travi rimaste, prive in gran parte della copertura di paglia, lo sguardo ha agio di spaziare oltre, verso un cielo rosseggiante. Una scatola prospettica audace e perfetta, la cui soluzione scenografica sembra precorrere gli esiti stupefacenti della pittura del secolo successivo. Il dipinto è costruito attraverso la trama dei contrasti di un colorismo cupo e vibrante, che si esalta sotto il balenio della luce che scende dal tetto scoperchiato a disegnare i volumi, a scolpire le figure, ad accordare toni di rosso alle stoffe, ad accendere d’oro la paglia della mangiatoia. Il chiaroscuro è intenso, drammatico, e anticipa la suggestiva Annunciazione di Caravaggio.
La luce rossastra, densa di vapori, si anima di volti angelici, i cherubini, creature divine che trovano forma fisica nelle volute di fumo, nel vapore sospeso, come nella stupenda Ultima cena di San Giorgio Maggiore. Abituati come siamo alla Sacra Famiglia in primo piano, scopriamo con sorpresa che i protagonisti qui sono gli umili, i Pastori, con gli animali. Hanno portato umili offerte, il poco che possiedono. Sull’impalcato di legno, lievemente scorciate dal basso, le figure di Maria, Giuseppe e il bambino ricevono l’omaggio di due donne che porgono i doni che i compagni passano loro dal basso. La Madonna si volge verso le donne e solleva un lembo della stoffa che protegge il bambino, per mostrarlo. San Giuseppe la osserva pensoso. La gestualità del dipinto è marcata, teatrale, il messaggio si affida ad una religiosità di sapore popolare, scevra da implicazioni teologiche e scritturali e tipica dell’età della Controriforma. E’ il linguaggio dei semplici a parlare, la coralità dei poveri, la fede senza compromessi di chi, calpestato dalla storia, continua a credere e ad affidare alle preghiere la speranza di un conforto almeno nella vita ultraterrena. Spazio reale, sensibilità “pauperistica” e luce allucinata, straniante, divina, animata da bagliori improvvisi: così Tintoretto rinnova la scena più tradizionale dell’iconografia cristiana.

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tintoretto- adorazione dei magi, sala terrena, scuola grande di san rocco – venezia
Tintoretto, Adorazione dei Magi, sala terrena, Scuola di San Roc
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Qualche anno più tardi, tra il 1582 e il 1587, nella Sala Terrena realizza L’Adorazione dei Magi, con cui affronta l’ultima serie di teleri. Marco Boschini, nel 1660, la definì “un gran concerto” ed è difficile non essere d’accordo con questa definizione. Dall’atmosfera raccolta, umile e intima dell’Adorazione dei Pastori, la visuale si allarga lasciando, della prima, solo l’incerta geometria delle travi e una porzione dell’impalcato della casa a definire il limite superiore del dipinto, offuscata dal materializzarsi improvviso di una densa nube grigia da cui scaturisce la lama dorata della stella cometa, zenitale sul capo del bambino, la cui luce riverbera verso il basso. Lateralmente l’episodio è delimitato come in un boccascena da due colonne in muratura a rappresentare le pareti dell’umile capanna. Sulla densa ombra della parete che chiude la scena sulla sinistra sul fondo, la luce della stella disegna contorni, modula piani, individua le figure disposte secondo uno schema piramidale, facendo squillare i rossi e brillare l’aureola di Maria e del bambino. Lo sguardo dell’osservatore è quasi costretto a seguire i volteggi animati degli angeli per poi fermarsi sul bambino, verso cui convergono come un magnete anche i volti e i gesti dei personaggi, vero centro di gravitazione di tutta la scena. Rimane il palco di legno della prima Adorazione, ridotto a una piccola piattaforma, ma i Pastori hanno quasi del tutto lasciato il posto ai Magi venuti dall’Oriente, meno protagonisti però di chi li ha preceduti. La luce non fa però qui risaltare plasticamente i volumi per una vibrazione di superficie ottenuta dal riflesso dell’insistito tratteggio di pennellate bianche con cui il pittore definisce il corteo di accompagnamento dei Magi sulla destra, ancora in lontananza, e che con la luce naturale del paesaggio di sfondo si riflette nella parte centrale del dipinto, da destra a sinistra, dal fondo verso il centro: gli agili cavalli sembrano più i dettagli di un dipinto appoggiato in un angolo, con uno sfondo di nuvole modulate nei toni dell’azzurro e dell’oro, piuttosto che figure vive di completamento della scena. Come spesso in Tintoretto, si assiste a una messa in scena sapiente e articolata, a una gestualità vigorosamente espressiva, al contrasto netto tra sfondamenti prospettici di luce e addensarsi drammatico di ombre e di colore in primo piano. Il Vasari definiva Tintoretto “stravagante, capriccioso, presto e risoluto e il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura”, considerava le sue opere “fatte da lui diversamente e fuori dall’uso degli altri pittori”, certamente un omaggio alla capacità inventiva dell’artista, originale nell’interpretazione e coraggioso nella decisione di praticare strade non percorse da altri. “Il più arrischiato pittore del mondo” lo definiva Ridolfi nel 1648, raccontando che nel suo studio l’artista raccoglieva gessi e modellini che poi copiava, studiando gli effetti della luce aiutandosi con una lanterna, allestendo anche piccole scenografie, prospettive teatrali in miniatura, animate poi da piccole figure modellate in cera, a volte vestite di stracci, per studiare l’effetto delle pieghe, e illuminando il tutto con delle candele, per verificare gli effetti della luce. Mai banale, mai scontato, mezzo millennio dopo Tintoretto sa ancora come stupirci ed emozionarci con la più bella storia mai raccontata.

Raffaella Terribile

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Visita agli interni della scuola grande di san rocco – la crocifissione, sala dell’albergo- venezia

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verso la sala superiore

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sala superiore

Salone superiore, Scuola grande di San Rocco, Venezia

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VISITA VIRTUALE

http://www.scuolagrandesanrocco.it/it/edifici/scuola-grande/visita-virtuale.html

GALERIA

http://www.scuolagrandesanrocco.it/it/gallery.html

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2 pensieri su “METE DI VIAGGIO- Raffaella Terribile: La Scuola Grande di San Rocco a Venezia

  1. un viaggio bellissimo Raffaella
    spero tanto che un giorno potrò godere della visita di queste opere, accompagnata da te e dalle tue parole

    elina

  2. sarà un piacere, cara Elina. La visita della scuola Grande di San Rocco è un’emozione grande.

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