Marina Cvetaeva: una passione grande quanto la vita- Fernanda Ferraresso

nikoletta bati

nikoletta bati 4

.

.... Leggi – di ranuncoli
e papaveri colto un mazzetto –
che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo… Solo non stare così tetro,
la testa china sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami.

.
Lo scrive a vent’anni il suo epitaffio, il 3 maggio 1913, immaginandosi già sotto terra e immaginando che qualcuno si fermi sulla sua tomba. La tremenda tragica realtà è invece la sua morte per impiccagione, una domenica, il 31 agosto del 1941, dopo che le avevano rifiutato un posto di lavapiatti in un mensa del Fondo letterario. Approfitta del fatto di essere rimasta sola a casa, lei viveva con il figlio, sale su una sedia e si impicca a una trave. Ha solo 49 anni. Un numero considerevole di scritti e di lei Pasternak, nella sua Autobiografia, asserisce che: <<La verità è che bisognava leggerla attentamente. Quando lo feci rimasi senza respiro per l’abisso di purezza e forza che si spalancava>> E ancora scrive << … non è un sacrilegio dire che (…) la Cvetaeva prima maniera era precisamente ciò che avrebbero voluto essere e non furono tutti gli altri simbolisti messi insieme>>
Lei, una poetessa concreta, ha affrontato ogni tema esistenziale, rivisitato la storia, si è appropriata del reale, del quotidiano trasformando ogni cosa ha toccato in poesia. E per fare questo ha usato un frutto che ha colto con grande sapienza e maestria dall’albero della dialettica arrivando sin tra le radici dei vocaboli, creando un ponte semantico che rincorre e incalza ogni parola, che negli altri si mette in fuga, trasformando questo suo scavo nella miniera della sua inesauribile vena poetica.

Non ha resistito alla sciatteria e all’indifferenza degli altri. Prima di morire pensa a tutti i suoi cari. Lascia un biglietto d’addio e d’amore a tutti: a Mur, che la disprezzava per la sua sciatteria e perché la sua reputazione lo penalizzava; per il marito che era già stato fucilato anche se lei non lo sapeva; per Alja, la figlia che ha trascorso sei anni di gulag e per la madre e per la sua opera rinuncerà alla pittura.
A sei anni aveva iniziato a scrivere contro il volere della madre, Marina era appassionata e ribelle, lo è stata sempre anche quando la vita con lei si è fatta decisamente e pesantemente tragica. Glielo riconosce anche Anna Achmatova, un impeto creativo che non si esauriva ma si manteneva intatto nel corso di ogni componimento quasi ignorando la possibilità di modulare la furia di ogni verso scritto come di getto. E’ lei stessa a dare le indicazioni ai lettori relativamente ai suoi testi.
<<Il mio libro deve essere eseguito come una sonata. I segni sono le note. Sta al lettore realizzare o deformare>>.
Sposata con Sergej Efron a lui fa una promessa che manterrà fino alla fine, anche quando il peggio del peggio le si abbatte addosso. 1917: inizia la rivoluzione. Efron si arruola tra le guardie bianche, di lui non si sa più niente. Marina perde tutto. Subisce il saccheggio della casa, arriva addirittura ad elemosinare il cibo per sé e le due figlie Alja , Irina. Quest’ultima morirà a soli due anni in un orfanatrofio per malnutrizione. 1922:  Praga. La fuga. Raggiunge il marito e nasce il terzo figlio, la cui paternità è però dubbia. A lui Marina si legherà quasi ossessivamente. Georgij detto Mur è il nome scelto per il figlio ma non quello che lei avrebbe voluto. Scrive qui molte delle sue opere più importanti: Dopo la Russia, L’accalappiatopi, Il poema della montagna , Il poema della fine. 1925: Parigi. E anche qui la vita non è rose e fiori. Vivono faticosamente e solo Marina mantiene col suo lavoro la famiglia. Marina, che fa la domestica a ore, in diverse famiglie e si consuma le mani per lavare e lucidare, non per scrivere.

Elena Izvol’skaja così ricorda la Cvetaeva nei suoi primi anni a Parigi:

“La mia Marina: quella che lavorava, e scriveva, e raccoglieva la legna, e nutriva la famiglia con le briciole. Lavava per terra, faceva il bucato, cuciva con le sue dita esili una volta, adesso ingrossate dal lavoro. Ricordo bene quelle dita, ingiallite dal fumo, reggevano la teiera, la casseruola, la padella, la gavetta, il ferro da stiro, infilavano il filo nella cruna, accendevano la stufa. Eppure, quelle stesse dita guidavano la penna o la matita sulla carta, sul tavolo della cucina dal quale tutto era stato tolto in fretta. Seduta a quel tavolo, Marina scriveva, – versi, prosa, buttava giù le brutte copie di interi poemi, talvolta tracciava due, tre parole, una sola rima, e molte, molte volte la ricopiava.”

Ma non è ancora il peggio, che arriverà subito dopo che il marito si è legato a sua insaputa ai servizi segreti russi. E’ per questo e di questo che viene accusato quando gli contestano la partecipazione ad un omicidio. A Mosca fugge lui e la figlia Alja con cui condivideva i principi rivoluzionari. E ancora Marina a seguirli, a inseguirli. 1939: due anni dopo Marina li raggiunge a Mosca con Mur, appena in tempo per salutarli. Saranno arrestati e affidati alla polizia segreta di Stalin. Marina li raggiunge con i suoi pacchi, che invia nei campi di concentramento dove loro si trovano reclusi. Dentro c’è tutto quanto secondo lei serve per sopravvivere. Ma è quel rifiuto,  di un lavoro da parte di tutti quelli che lei conosce, la Fondazione letteraria che la boicotta, che la mette sulla strada del suicidio.

Nel settembre del 1940 è lei a scivere  sul suo quaderno di appunti: <<già da un anno cerco con gli occhi un gancio… Da un anno misuro la morte. Tutto è mostruoso e terribile. Ingoiare pasticche è disgustoso, buttarsi da una finestra è abominevole e ho un’innata ripugnanza per l’acqua. Non voglio spaventare nessuno (da morta), mi sembra di aver già paura -da morta – di me stessa. Non voglio morire. Voglio non essere. Assurdo. Finché sarò necessaria… ma, Dio mio, come sono piccola, quanto poco posso fare! Vivere fino in fondo – è come masticare fino in fondo. Assenzio amaro.>>
E non potrà più raggiungerli, non potrà più fare nulla per loro, per sé e a sé è da tempo che non pensa più.

E tutto questo, questa storia che ho ripercorso prima di rileggere le sue poesie, mi ha riportato istantaneamente ai giorni nostri dove altre guerre, camuffate da democrazia e civiltà, progresso, con lo stesso carico di rovina si abbattono sulla gente, impreparata ad essere martire di una volontà belligerante e omicida che non ha come volto la guerra usuale ma quella economica, che riduce sul lastrico e alla fame milioni di persone, popoli interi, a vantaggio di un numero ristretto di potenti speculatori, che hanno dalla loro il segreto di un deposito ripartito in chissà quante righe di fittizio nome in cui nessuno mai li raggiungerà davvero. Ancora violenza, solo e sempre violenza: su questo si fonda e si mantiene in piedi ogni potere, in ogni stato, in ogni epoca, in ogni società. Ma.  In fondo, penso, tirando le somme,  è sostanzialmente e solamente questo che quelli che chiamiamo potenti sono: nulla, solo un nulla umano.

fernanda ferraresso

.

nikoletta bati

nikoletta bati 3.

Marina Cvetaeva – Poesie

 

Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti – dietro il muro bianco – un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d’uomo.
E, penzolandomi oltre i paletti dello steccato,
vedo: strade, alberi, soldati sbandati.
Una vecchia contadina, cosparso di sale grosso
mastica e mastica un tozzo di pane nero…
Come hanno potuto incolleriti queste nere capanne,
Signore! e perché a tanti mitragliare il petto?
Passa un treno e ulula, e si mettono a ululare i soldati,
e leva polvere, leva polvere la strada che indietreggia…
– No, morire! Meglio non essere mai nati,
che questo lamentoso, penoso, carcerario ululato
per le belle dalle nere ciglia. – Ah, e pure cantano
adesso i soldati! Oh, Signore, Dio mio!

3 luglio 1916

*
Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse – bevono vino,
forse – siedono così.
O semplicemente – le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c’è una finestra così.
Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!
Grido di distacchi e d’incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele…
Non c’è, non c’è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.
Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.

Dicembre 1916

*
Nell’ora che il mio caro fratello
Passò l’ultima meta
(Di sospiri immaginari – Indietro!)
Erano le lacrime – più grandi degli occhi.
Nell’ora che il mio caro amico
Doppiava l’ultimo promontorio
(Di sospiri immaginari: – Ritorna!)
Erano i movimenti – più grandi delle braccia!
Le braccia vogliono scappare – dalle spalle!
Le labbra vogliono inseguire – scongiurare!
Ha disperso i suoni il discorso,
Ha disperso le dita una falange,
Nell’ora che l’ospite caro…
– Guardaci, o Signore! –
Erano le lacrime – più grandi degli occhi
Degli uomini – e delle stelle
Atlantiche…

26 marzo 1923

*
Cercati meno esigenti amiche,
più tenere in fatto di prodigi.
So che Venere è un fatto di mani,
artigiano, conosco il mio mestiere:
dal silenzio più solenne fino
a sterminare l’anima – tutta
la divina scala – da:
mio respiro! a: non respirare!

18 giugno 1922

*

Ai miei versi scritti così presto

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille di razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

traduzione di P.A. Zveteremich

*

Io ti racconterò – del grande inganno:
io ti racconterò come cala la nebbia
sui giovani alberi, sulle vecchie ceppaie:
io ti racconterò come si spengono le luci
nelle basse case, come – straniero di egizie contrade
soffia lo zingaro nel sottile zufolo sotto un albero.

Io ti racconterò – della grande menzogna:
io ti racconterò come si stringe il coltello
nella stretta mano, come si arruffano al vento dei secoli
i riccioli – ai giovani, e le barbe ai vecchi.

Mormorio di secoli.
Scalpitio di zoccoli.

traduzione di P. A. Zveteremich

*

Dopo una notte insonne si fa debole il corpo,
gentile diventa e non suo, – di nessuno.
Nelle vene lente di nuovo gemono frecce –
e sorrisi alla gente, come un serafino.

Dopo una notte insonne si fan deboli le braccia
e profondamente indifferente e il nemico e l’amico.
L’arcobaleno intero – in ogni suono casuale,
e nel ghiaccio profumo di Firenze ad un tratto.

Dolcemente lucenti si fanno le labbra, e l’ombra più dorata
intorno agli occhi incavati. E’ la notte che ha acceso
questo lucentissimo viso, – e per la notte scura
in noi scuri si fanno soltanto – gli occhi.

traduzione di G. Ansaldo

.

nikoletta bati

nikoletta bati 8.

Io sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene:
lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

Io sono la campagna, la terra nera.
Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
Sono terra nera e carta bianca.

traduzione di P. A. Zveteremich

*

Sono felice di vivere in modo semplice ed esemplare –
come il sole, come il pendolo, come il calendario.
D’essere un’anacoreta laica di snella figura,
savissima – come qualsiasi creatura di Dio.

Di sapere: lo Spirito è mio alleato, lo Spirito è mia guida!
D’entrare senza annunciarmi, come un raggio e come uno sguardo.
Di vivere così come scrivo: in modo esemplare e succinto –
come Dio comanda e come gli amici non prescrivono.

traduzione di P. A. Zveteremich

*

Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,

là, nella tua memoria occhi-turchina
sperduto – così lontano lontano.

Tu dimenticherai il mio profilo col naso a gobba,
e la fronte nell’apoteosi della sigaretta,

e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio – sulla mia mano operaia –
di anelli d’argento – la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte…

e come, in un anno tremendo, innalzate dalla sventura,
tu piccola eri ed io – giovane.

traduzione di P. A. Zveteremich

*
Il poeta – da lontano conduce il discorso.
Il poeta – lontano conduce il discorso.

Per pianeti, per segni…per borri
di indirette parabole…Fra il sì e il no
lui – persino volando giù dal campanile –
rimedia un appiglio…Poiché il cammino delle comete

è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della casualità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
disperatevi! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.

Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso e sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,

chi c’è nella bara di pietra della Pastiglia –
com’è l’albero nella sua bellezza…
quello le cui tracce si dileguano sempre,
quel treno a cui tutti
arrivano tardi…
Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando – esplosione e scasso –
il tuo sentiero crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario!

traduzione di P. A. Zveteremich

.

nikoletta bati

nikoletta bati 9.

Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti
non registrati nell’ambito visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa.)

Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!

Ci sono al mondo gli apparenti – invisibili,
(il segno: macula da lebbrosario!)
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbero se non fosse che:

noi siamo i poeti – e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!

traduzione di P. A. Zveteremich

*

Il treno della vita

Se non baionetta – allora zanna, mucchio di neve, raffica di vento –
verso l’immortalità ogni ora c’è un treno!
Arrivo e so una cosa soltanto: stazione,
non vale la pena di disfare i bagagli.

Verso tutti, verso tutto – con l’indifferenza degli occhi
per i quali la fine è l’immemorabilità.
Oh, come è naturale salire in terza classe
via dall’asfissia delle stanze delle signore!

Via dalle costolette riscaldate, dalle guance
raffreddate…non si può ancora più in là,
anima? Magari nello scolatoio di un lampione –
via da questa fatale falsità:

dei bigodini, dei pannolini,
dei ferri roventi per i ricci,
dei capelli bruciacchiati,
delle cuffie, delle incerate,
delle ac-que-di-co-lo-nia,
delle familiari felicità
da cucito (Kleimwenig!…),
“E’ stata presa la caffettiera?…“
di roba ad asciugare, cuscini, matrone, bambinaie,
asfissia delle bonnes, dei bagni.

Non voglio in questo scatolone di corpi femminili
aspettare l’ora della morte!
Voglio che il treno beva e canti:
la morte è pure lei al di fuori della classe!

Via allo sbaraglio, verso lo stordimento, la fisarmonica, la fatica, l’inutilità!
“Come s’appiccicano questi anticristi?”
così che qualche randagio: “All’altro mondo…”
senza aspettare, dico: “Meglio!”

Piattaforma. – e traversine. – e l’ultimo arbusto
in mano. – lo lascio – e’ tardi
Per tenersi su. – traversine. – di quante labbra
sono stanca. – guardo le stelle.

Così, attraverso l’arcobaleno di tutti i pianeti
scomparsi – qualcuno li ha contati? –
guardo e vedo una cosa sola: la fine.
Non vale la pena di pentirsi.

traduzione di P. A. Zveteremich

***

 

Tutte le  opere  di Marina Cvetaeva pubblicate in Italia

POESIE
A cura di Pietro Zveteremich, Rizzoli 1967, Feltrin
elli 1979, 1992 –
Poesie scelte
IL SETTIMO SOGNO. LETTERE 1926
Edizione italiana a cura di Serena Vitale, Editori Riuniti 1980, 1993 – Corrispondenza fra Cvetaeva, Pasternak e Rilke

INDIZI TERRESTRI
A cura di S.Vitale, traduzione di Luciana Montagnani, Guanda 1980, 1993 – Scritti autobiografici 1917/1919

LETTERA ALL’AMAZZONE
A cura di S.Vitale, testo francese a fronte, Guanda1981
IL DIAVOLO
Traduzione di L.Montagnani, Editori Riuniti 1981, 1990 – Racconti autobiografici
IL RACCONTO DI SONECKA
A cura di Giovanna Spendel, Il Saggiatore 1982, La Tartaruga 1992, 2002
INCONTRI
A cura di Mariolina Doria de Zuliani, Il Saggiatore1982, La Tartaruga 1992 – Contiene: L’epos e la lirica nella Russia contemporanea, Una parola viva su un uomo vivo, Uno spirito prigioniero.

NATALIJA GONCAROVA
A cura di L.Montagnani, Edizioni delle donne 1983, Einaudi 1995 – Saggio biografico
LE NOTTI FIORENTINE
A cura di S.Vitale, Mondadori 1983 – Racconto autobiografico in forma epistolare
L’ACCALAPPIATOPI
A cura di Caterina Graziadei, Edizioni E/O 1983 -Favola in versi
IL POETA E IL TEMPO
A cura di S.Vitale, Adelphi 1984 –
Contiene: Un Poeta a proposito della critica, Il poeta e il tempo, L’arte alla luce della coscienza, L’epos e la lirica nella Russia contemporanea, Poeti con storia e poeti senza storia
DOPO LA RUSSIA E ALTRI VERSI
A cura di S.Vitale, testo russo a fronte, Mondadori1988 -Poesie
IL PAESE DELL’ANIMA. LETTERE 1909-1925
A cura di S.Vitale, Adelphi 1988
DESERTI LUOGHI. LETTERE 1925-1941
A cura di S.Vitale, Adelphi 1989
FEDRA
A cura di Luisa De Nardis, testo russo a fronte, Bulzoni 1990 – Tragedia in versi
ARIANNA
A cura di Luisa De Nardis, testo russo a fronte, Bulzoni 1991 -Tragedia in versi
L’ARMADIO SEGRETO
Traduzione di Giovanna Ansaldo, Marcos y Marcos 1991 – Contiene: Il mio Puskin, cicli di poesie
Insonnia e Versi a Blok
L’AMICA
A cura di Haisa Pessina Longo, testo russo a fronte, Panozzo 1998 -Ciclo di poesie dedicato a
Sofjia Parnok.
LETTERE AD ARIADNA BERG
A cura di Lucia Montagnani, Archinto 1998 -Lettere 1934-1939
IL LATO OSCURO DELL’AMORE
A cura di Haisa Pessina Longo, testo russo a fronte, Panozzo 2000 -Poesie scelte dalla curatrice.

Riferimenti in rete:

http://www.cristinacampo.it/public/marina%20%20cvetaeva.pdf

http://amoit.ru/CulturaRussa/Letteratura/PoesieXX/PoesieCvetaeva.html

Annunci

5 pensieri su “Marina Cvetaeva: una passione grande quanto la vita- Fernanda Ferraresso

  1. Brava, Fernanda! Condivido il tuo commento sui giorni nostri e l’importanza di ricordare personaggi come Marina C.
    L’incontro con certi grandi è un salutare bagno di umiltà.

  2. Chissà, Marina, se t’è sovvenuto Wolfgang
    mentre dall’alto guardavi sprofondare
    il tuo corpo esangue nell’ignota
    borea e dove fosse il grammofono
    salutato per necessità coi pochi
    dischi -certo ce n’erano di suoi-
    come del resto l’innocente Irina
    il suo straziante storpiare l’amata:
    Galli-dà! Galli-dà! Li hai raggiunti,
    per non bruciare altri cassetti vuoti
    nelle tue stanze, ribelle all’incanto
    di Rainer che a te strinse invece il cappio.

    Chissà, Marina, se immaginavi
    il sollievo che qualunque gleba
    purché nota, un sasso e candido
    il tremolio di familiari betulle
    ci avrebbero dato oggi; sacro canto
    presso cui corrispondervi, la pace
    d’un intimo cimitero non abbiamo.
    Monche armonie, rimpianti soltanto
    e quaderni consunti scritti al buio,
    questo cercarvi incessante, ordito
    tra Duino, vicolo Borisoglebskij,
    Rauhensteingasse.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...