TRASMISSIONI DAL FARO N.72- A.M.Farabbi: A proposito di Coordinate dalla Plaza

pablo picasso-guernica

guernica.

L’opera di Patrizia Santi mi permette di offrire il gesto generoso, lucido, politico, di Gianmario Lucini non solo come editore, ma anche prefatore. Prima ancora dei versi dell’autrice, vale davvero la pena incontrare la scrittura di Lucini capace di raccogliere tragedie di genocidio, orrori, torture, sparizioni, stupri organizzati e istituzionalizzati. La qualità di queste righe non solo permette contributi per la lettura del canto di Patrizia Santi, ma esorta – come solitamente faceva Lucini – a una condivisione etica, a una forza reattiva della poesia come testimonianza e denuncia.
Scelgo, quindi, di pubblicare interamente il suo testo iniziale.
Creo un’ulteriore occasione per valutare la sua opera e la sua persona.

anna maria farabbi

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pablo picasso-guernica (dettagli)

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“La notte del martedì ne furono fucilati diciassette.
La notte del giovedì ne furono fucilati otto.
La notte del venerdì ne furono fucilati nove.
La notte del sabato ne furono fucilati tredici.
Sei giorni tu lavorerai, disse il Signore,
e il settimo giorno riposerai.
La notte della domenica ne furono fucilati tre”.

Artur Köstler

Prefazione – di Gianmario Lucini

Arthur Köstler, scrittore ungherese, ebreo, così racconta l’orrore dell’attesa nelle carceri franchiste, dove la morte arrivava dopo l’annientamento del corpo e della mente con le più atroci torture e col terrore, perché l’esecuzione sommaria era differita anche di mesi, così che i condannati potessero soffrire di più, sobbalzando ad ogni rumore di chiave che aprisse una cella, la loro o quella di un compagno di sventura.
Questo l’orizzonte comune, la sintesi e insieme il paradigma, nel quale Patrizia Santi colloca tre date: il 1939, il 1973, il 1976 e il tempo odierno. Le parole-chiave sono tortura, sparizione, annientamento e assassinio (di donne: il ginecidio).
1939, carcere femminile di Ventas a Madrid. Tredici ragazze giovani dai 18 ai 29 anni, “Las trece rosas” come le definisce una poesia, sono in attesa di essere fucilate. L’accusa: aver tentato l’assassinio di un generale franchista. Così le 13 disgraziate lasciarono questa valle di orrori il 5 agosto del 1939, dopo aver subito ogni sorta di tortura.
1973, carcere di Devoto a Buenos Aires (tristemente noto per il brutale massacro dei rivoltosi fuggiti dal carcere di Trelew, in Patagonia ma subito quasi tutti catturati e tradotti a Devoto). Anche qui una tappa dell’orrore, durante la dittatura di Videla, dove si ripeteva il copione più nero delle torture, con la novità dei famigerati “voli della morte” (Dalla cella, i motori degli Hercules creano ombre di morte). Anche qui donne, ormai solo numeri, vite già spente, nomi già dimenticati, nomi di vento (Prendi me, nata Carmen, poi N.N.).
1976: lo scenario è la violentissima repressione seguita al Golpe del settembre 1973 in Cile, ad opera del generale Pinochet. Anche qui torture, morte, donne, ginecidio. Il mondo “civile” tutto sapeva, nella solita, profonda, ignava indifferenza, condita di effimero e di edonismo (Il volume del televisore porta al mio orecchio: il grido, il goal!).
Chiude la piccola rassegna degli orrori, la vicenda delle Maquiladoras, ossia delle aziende che hanno in appalto il lavoro di assemblaggio decentrato dalle grandi aziende del “primo mondo”, in Paesi in via di sviluppo come il Messico. In queste aziende non esistono diritti sindacali, ogni abuso è impunito. A tutti è nota la vicenda delle operaie che spariscono improvvisamente, vengono torturate e violentate e poi ritrovate sepolte in luoghi desertici. Le autorità sanno e tacciono; l’unica loro preoccupazione è di mettere tutto a tacere, il più possibile, e minimizzare o negare, contro ogni evidenza, i crimini e il ginecidio. Ciudad Juárez, nello Stato messicano del Chihahua, è la città più nota per questi fatti (circa 1700 vittime dal 1993 ad oggi – 6000 in tutto il Messico, come annota l’autrice nell’ultima poesia), ma il fenomeno è diffuso in tutto il Centro-America e vede la responsabilità diretta delle aziende appaltatrici, quasi tutte europee e americane. Migliaia di vittime dunque ogni anno, nella più bieca omertà, nel quasi totale silenzio dei Mass Media, con la complicità dei poteri, quasi un tributo da pagare al Minotauro del progresso.
In questo pur limitato (perché i casi sarebbero innumerevoli, e non soltanto nelle dittature e non soltanto in Paesi tribolati da guerre o rivoluzioni e non soltanto del “Terzo Mondo”) campionario di orrori e sopraffazioni, Patrizia Santi colloca il suo racconto poetico e interiore, o meglio, si colloca dentro il racconto, ascolta la paura, l’angoscia di chi cammina ma è già morto, sente l’ustione della immane bestialità del ginecidio, fisicamente con la tortura e lo stupro e moralmente con l’annullamento di ogni volontà vitale. I suoi carnefici sono maschi senza volto e quasi senza corpo – soltanto voci, maligne presenze, sorta di macchine a-cefale e demoniache – contro i quali nulla di umano è possibile ma soltanto il divino, in qualche modo, può consolare (il rosario, la Vergine Nera, il Salmo 23) ma non salvare il corpo, perché quello è già nientificato dall’impersonale meccanicismo dell’orrore.
Ecco dunque che la donna si fa archetipo, diventa il simbolo di qualcosa di vitale che viene annientato dalla macchina del potere, ed è questo un sostrato certamente civile alla sua poetica, ma anche un sostrato antropologico, che si radica nell’ambivalente essenza dell’um-ano, dove si colloca anche il ginecidio stesso, la natura animale del maschile che odia il femminile.
Il titolo della raccolta ci riporta alla città di Buenos Aires e alla famosa Plaza de mayo, il centro politico, economico e religioso dell’Argentina fin dal XVI secolo, a noi conosciuto specialmente per la coraggiosa protesta delle “madri”, quelle donne in nero che coraggiosamente hanno chiesto e preteso giustizia, perché solo dalla giustizia può nascere la pace, la riconciliazione, l’autentico progresso.
Ecco dunque che la donna diventa il simbolo della vita (della libertà generativa, conservativa, affettiva), di un femminile che è (o dovrebbe essere) un valore, più che un genere; un femminile visto nella sua lotta disarmata e pacifica contro la bestialità della cosificazione, dell’an-nientamento, della brutalità – in altre parole, contro il potere come paradigma degenerato, nella sua ferinità senza controllo morale prima ancora che politico, e nella sua essenza bruta di macchina Vs/ l’essenza di ciò che è vivo, intelligente e solare.
Per esprimere l’essenza del ginecidio, l’autrice non si rivolge al pensiero filosofico ma alla storia, all’obiettività dei fatti. Certo non è una storia di date, di nomi reali, di situazioni concretamente documentabili, nel senso che i nomi sono magari inventati, ma le vicende sono però documentate da migliaia di testimonianze e di prove. Occorre dunque dare una voce a queste donne che non hanno voce e la poesia è forse lo strumento migliore e più immediato per tentare questa sintesi e renderla in maniera empatica, in modo che il lettore non sia tanto “informato dei fatti” ma in-formato, ossia cambiato-dentro-di-sé e davvero partecipe (emotivamente, empaticamente), capace di riconoscere quelle voci che non hanno voce (o ce l’hanno nei documenti processuali o nei libri di storia, come resoconti tecnici e asettici di fatti e circostanze).
Patrizia Santi compie questa operazione culturale nel modo più efficace, a nostro avviso, con quel “mettersi nei panni” delle donne che hanno sofferto e nel ricostruire dentro di sé l’orizzonte cupo della tragedia, che non ha accenti di disperazione, ma la forza e la serenità, quasi socratica, di chi ha trovato un senso, una libertà interiore che non può essere vinta dalla violenza. Con questo espediente letterario, l’autrice ottiene anche il risultato di offrire al lettore un modello da interiorizzare: il modello di Antigone, che è il modello attivo della responsabilità, Vs/ il modello di Medea che è la risposta meccanica della vendetta ad ogni costo, anche a costo di sacrificare l’innocenza (la propria, prima di tutto). Antigone infatti è il modello che le stesse Madri della Plaza de mayo ci hanno offerto, quello della riconciliazione e di una corretta elaborazione del lutto, a fronte della rimozione collettiva.
La poeta si serve di una lingua precisa, concreta, densa di allusioni simboliche, scarna ed essenziale, ma tuttavia scorrevole, fedele al senso del racconto ma anche alla paradigmaticità del racconto. Il lirismo è asciutto e sorvegliato, ma non per questo meno coinvolgente del tono esplicitamente “lirico”. Un dire che a volte incide, colpisce per la sua durezza e a volte intenerisce per il senso dell’elegia e il portato di sofferenza che è implicito in quanto è raccontato.
Ci collochiamo dunque, in senso letterario, in un orizzonte che soltanto in apparenza è dominato dalla storia, ma in realtà è imbevuto di universalmente allusivo, di umanità poetica, di tensione morale e fulgida bellezza spirituale. Qualcosa che colpisce e sorprende per la sua capacità empatica e quella costante di fondo che potremmo identificare nella dolorosa ma serena ricerca della verità e insieme della bellezza-della-verità.
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Gianmario Lucini

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Patrizia Santi, Coordinate dalla Piazza– CFR Edizioni

Prefazione di Gianmario Lucini

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2 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N.72- A.M.Farabbi: A proposito di Coordinate dalla Plaza

  1. Viene da chiedersi a quale alchimia attingesse Gianmario per riuscire ad essere, nel contempo e sempre con la massima generosità, poeta, editore e critico. Adesso che, con Marina ed altri, si sta cercando di tenere le fila del suo lavoro, appare sempre più inconcepibile per un essere umano il livello di dedizione che Gianmario ha avuto per la parola.
    Fai bene, Anna, a tenerne vivo il ricordo

    Fiammetta

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