ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: note di lettura a Segnacoli di mendicità di Marina Pizzi

aaron brent

Aaron_Brent_Harke1.

ho visto un eremo sbadato
giocare al lunapark
con le conchiglie dei parchi innamorarsi
similoro e bagliore in greto al fiume
come un principe fatato e senza voglie
più che felice. il corrimano della scala mobile
mi chiama al dovere di arrivare
dove il malato è plasma infetto
dove il varo delle rondini non serve
(…)
si chiama shock l’arena
delle tenebre bambine botaniche le rese
nelle sabbie mobili e le paludi spie ( 8- pag. 16)

.
Niente titolo. Ma. Per punti come quando si relaziona. E: senza nome.

punto 1. e tutti gli altri a seguire, senza altro nome che un punto, in cui mi fermo.

Si  procede,  attaccando corsivamente col dire, andandosene, in un gioco (in)visibile, schierato dentro le sillabe che si con-su-mano, perché noi le divo-ri-amo, senza pregi di preghiera altra che il consumo d’oro o ad ore un valore mercantile, in cui la parola è cosa, un corrimano, su una scala, non casa e non sacra, non vuoto che ospita, lì, nella gola dove l’enigma si pronuncia, sulle labbra sillaba matrona, si elabora, mai preci-pitando se non in vago lago da immagine a margine del lato. E tutto diventa non nome ma nomignolo, cattivo consigliere che lascia esangue ogni parola che a-fona nel mito, della gola che non suona più meraviglie, messi di nidi, non porta più conchiglie foniche marine. Appenarsi, non resta che darsi pena, affliggersi di tutto poiché di niente abbiamo certo cont(r)atto,  poiché ridotta a zero ogni possibilità di ormeggio all’ancora della parola, desautorata da sé, di se stessa decreta la sua fine come spoglia. Il calice di un corpo trino si auto incrina, la parola divina si consuma e alle termopili, quelle calde porte dove la voce risale dall’inferno profondo del corpo e la sfinge ancora esercita la sua questua alla risoluzione dell’enigma, trova l’unico punto fermo nell’1.
Una battaglia sanguinosa e dura e ora tutto è visto in funzione di quell’esito, di quell’esisto, di quell’esitare perché comunque si sente netto e solo un risultato: finì l’abbecedario.

Eppure solo qualche passo avanti nel bianco della stanza di una pagina di nuovo iniziale e iniziatica si riconfigura la parola che galleggia

me ne andrò a spingere la barca
in acqua, con dignitosa peripezia
voglio illudermi di un ludo
più felice.

E in chiaro resta la rotta con cui si riprende la navigazione, quel ludere che è gioco e ancora può essere felice se lo si spinge in acqua , la vita ancora amniotica, anarchica baldoria che non si può stare a guardare, in cui non si può restare vacanti, in quella stanza in cui tutto scorre come un fiume, un film o un universo ma non scorre oltre sé ma dentro di noi, anche se la vecchiaia ha imbiancato la facciata, in realtà sono gemme lasciate sul portone aperto tra ieri e il futuro in cui noi siamo adesso.

 

non voglio più guardare
la luce fioca o la carica del vento
anarchica baldoria. qui nel pasto
di storie andate a male resta la stanza
con le credule vacanze. invece è scempio
il mondo della forca e incanutito il frutto
dell’inguine benevolo. oggi è matura
l’arida facciata. con le rive di gemma
ho chiuso il bello.

 

I VERBI USATI, sempre all’inizio, come una sorgente e in ognuno  sempre è ospitato il gemellaggio tra l’ombra e la luce della medesima voce, e queste sono anche chiavi, nelle volte basse che Pizzi crea, perché vuole abbassare la testa, risonante come gallerie nella profondità della terra e della logica che ci devasta.

dire (che me ne vado)- dire di fare un’azione equivale a dire niente
ho piantoperdo molti capelli perdo molta vita e negli sgoccioli si ciondola morenti.…
è statoparve bello
me ne andrò a spingere la barca
voglio illudermi di un ludo… non voglio più guardare
imbroglio darsena
sto a guadarti

Indicano tutti una distanza di falsa sicurezza, c’è in ognuno la consapevolezza profonda che non esiste sufficiente distacco, stacco, le cose sono noi, tutte e tutti sono il nostro corpo vivo per un frammento, per una polvere in cui ci ha gettati il tempo, che è solo una giostra, vale a dire un gioco, tutto s’insegue, non segue, ma ha circolarità in cui altri vortici s’intersecano alla struttura pre-cedente. E ogni scena in realtà è evanescenza, anche quando la traccia  a tinte scure, forti , malmena la lingua e  ne trae corpi morti. E’ segnacolo, una segnatura che cola il suo inchiostro e le ombre che ospita in un attimo, in quell’istante preciso di frattura, è la goccia di stagno.

Sulla condizione della donna, poi, magistrale il ritratto che dipinge con un pennello che è anche uno scudiscio

in fondo ho solo un corpo
che mi trasuda danni di
anemoni morti.
affanni d’Ercole conoscerti
avviato al patibolo
infarto del primo cuore.
e dove avviene il ciondolio
del sangue c’è la madre
pessima viandante.
in coro sulle esequie delle gemme
si deflora l’aurora in uno stabbio.

Questo tempo immobile nel suo continuo movimento,  ciondola come il rollio di una barca in mare, nel mare dell’amore, che è sempre uno stato aurorale, e fiorisce gemme in uno stabbio, dimora e recinto per le bestie, ma anche spazio, dove si tengono gli animali al pascolo e all’addiaccio, per concimare il terreno di quello stazzo. Ed egualmente alle bestie, anche noi , noi pure animali onnivori che tutto divoriamo, persino gli altri noi, tutti i sentimenti e i sensi con cui defloriamo la vita, il mondo, l’aura dell’aurora.

I testi che seguono, tratti dal libro di Marina Pizzi, per le Edizioni CFR, segnano appunto ad ogni loro attacco, o subito al secondo verso, il verbo che poi declinerà la mendicità per cui siamo in difetto o in eccesso, comunque senza l’equilibrio di una giusta misura, e ci spinge l’uno contro l’altro e contro la vita, mentre ne siamo dentro.

fernanda ferraresso

.

 aaron brent

Aaron Brent Harke1.

Tratti da Segnacoli di mendicità– 99 poesie di Marina Pizzi

 

in culla all’arcobaleno sto a guadarti
moria del vento acrobata convinto.
nel ballo che racimola la danza
credi la lena di guardare il buio.
in fondo alla cometa stare in coma
racconta del dominio della bara.
in tuta resina l’atleta del record
racconta l’equilibrio il brio del cuore.
domani mi darai un bacio alato
simile brocca acqua già fresca.

 

ho una culla che mi fa da gran sasso
così per protezione dormo molto
in mano alle staffette delle ceneri.
è una morte leggera, fannullona
redatta dentro un gelo finimondo
senza bestemmia senza preghiera.
in mano alla rondine del boia
l’ordine è chiudere le palpebre
con la brevità dell’orto senza ringhiera.

 

incredula al saldo la bussola
passa il confine come una bambina
binaria col passero.
sotto il cancello è finito il nido
delle cicogne frante. argine voluto
un monastero in stasi finalmente
te immobile! tutto fiorito il bosco
e la vendetta tace un ciottolo mortale.
sudario miserrimo la resa delle rondini
ronza del male la finzione della scarpa.

 

in uno stato di sobbalzo ho visto
l’angelo. era il muretto afono d’arsura
era la regìa d’abaco del pianto.
il musico e il colosso stanno alle lacrime
gemelli. in vita descrivimi la notte
questa stoccata d’eremo questo calare
contro la fronte un’edera scortese.
impigliami le mani così che voglia
sprigionarmi dal giogo della mina
che salta in aria per brandelli d’asce.
sfiniscimi nel tuono delle fionde
nelle sorelle che sperdono le gerle.
e parla l’almanacco una lingua vieta
scovata sotto i panici del verbo.
se nuoto a rana mi ricordo di nascere
scellerata balbuzie nonostante
si basti il bulbo.
impasto con la resina del tempo
la silenziosa alacrità del remo
con la bugia di essere credenti.
in palio col respiro la fandonia
della docenza sul limine del fosso.

 

amo le penombre dell’indietro
il quesito roso d’inquietudine
in breve il fegato del gaio
quando si frena il perno di far lutto
chiunque attorno e tutto.
indagine d’addio stare allo sguardo
del dado con i numeri stregati
streganti il petto dell’atleta.
in te che enumeri le vette
giace la terra ossuta il bel paese
sembianza all’oggidì che c’è tormento.
al chiuso nelle ciotole
bianca la nebbia del letargo.

 

perdo ogni cosa anche i libri letti
nella scoscesa ritrosia del lutto.
maleficio di steccato
ho visto il caso fustigarsi fato.
con la corda del boia s’impenna
la penombra. tra breve brancola
la fine del tatuaggio la tua origine.
tra sterpi di coriandoli bambini
nessuno più ride, la ventosa del labbro
borbotta le gare delle perdite
i davanzali anneriti dal cranio del màrtire
dal martìre temporale.
l’universale della bestemmia è solo
un caso di vetro incrinato, un rapace
senza pace, un crimine per mito,
un mito per crimine. la bisaccia
fa sempre in tempo a raccogliere
scommesse i fati d’àncora

 

essere in vita è un criterio sperduto
un alunno senza lavagna né voce
di maestro. in tanta precaria
esistenza si stenda un velo di lutto
un sillabario bianco. in bilico sul cipresso
la casa delle serpi. un dubbio da dentro
la nuca innocente arrovella. tu dove sei
bandito gentiluomo prestato al palmo?
qui nella minestra degli abiti sbilenchi
resta una donna in chiodo di dovere
di non esser madre. la natura sperpera
chi nasce. è scienza o mito
farsi pallottolieri nell’abaco del baratro?
mi piacerebbe chiedermi perché sono morta
col tartufo nel palmo e il diamante nell’altro
con l’amante stretto al petto fino allo spasmo
e la novena del principiante che non sa frenare
lo strazio di restare. qui ti avvengo con le mani
sature di baci eppure piango con la gogna del
migrante. la casa è un arsenale di vendette
all’insaputa di tutti. voglio piangere il resto
dei miei giorni per morire satura, vacua.
nel giorno avviene l’entità del basto
questo pagliaccio che non fa ridere nessuno
con la pelle di ghiaccio e il ghiro sparato
dall’elemosina dell’assassino. il passato
è un crollo di cimitero un addobbo per l’erta.
domandami se gioco con la venia del salasso
quando leggo questi versi in riva al rantolo

 

gioca che ti rigioca è finito l’asso
il messaggero alato dello sguardo
quando vederti era un generare
sogni ad occhi aperti da toccare.
oggi il diamante del tuo passaggio
è ricco di pece, il girotondo una mitraglia
contro nemici plurimi al dolore.
con te non vengo a generar le stelle
né gli alambicchi per i profumi mitici
dato che oggi mi chiamo senza casa
né moda con il vanto delle lucciole.
da adesso piango con la faccenda in tana
dove la bestia mi depone. l’allerta
dell’agonia m’è imposta stazza.
leggiucchio le voragini del senso
l’arbitrio di commettere adulterio
con le frattaglie del nonsenso
ho reso già tutto e la stagione è vuota
in un silenzio di giostre che vanno
al cigolio del parto senza nascita.
qui s’incollano il destino e la fortezza
l’agiata gente che saprà morire
incudine e fardello in un sorriso.
la tara della gola darà il rantolo
l’accesso della venia finalmente
dentro le vene che del lamento strillano.
in pace con la rendita d’eclisse
sta la disputa della resistenza
la zona d’ombra fata di fandonia.
le vene che tramontano sul genio
hanno svezzato il fanciullo arcano
la voglia di poter vivere la gioia.
Sparirà nel sangue nudo
Somigliare alla maretta di reggere gli sterpi
E le calunnie magnifiche degli orti
Dove fa premio il palio delle rondini
Con le raggiere di bici senza coraggio.
Tu dammi le girandole perpetue

 

a casa mia mi metto in contatto con la gerarchia
del fato. sono senza ombra di dubbio
un cerchio da sfatare data la ricorrenza
perpetua del sonno senza interessi
né di gaudio mattino il figlio esposto.
il tempo mi pesa moltissimo. una rocca
senza castello né ruderi di bello.
attività di genesi di spugna un arcobaleno
monocromo. una manfrina di rabbia
l’autunno vorace sotto i no. cielo
in conclave per rapimento d’ascia.
scialba marea l’infuso per non dormire.
è rimasto l’affresco del sangue rappreso
il grido chiuso di comete scarne
nel brivido dell’erta che racchiude
demolizioni e moti di protesta.
la forza di sapere le voragini
inceda appena si saprà che girano
le comiche del ventre di risacca.
la foggia della casa è un aquilone
a presto con il guinzaglio di tornare
dove la storia è nata per natura
d’eco. il piglio del commercio è
l’eclisse servita sopra un giogo
di sassi e lapidi. in palio la fortuna
della scommessa d’ombra o la bravura
d’arnese senza il fato della ruggine

 

in vetta sul comignolo di piangere
sorge il cimitero della logica
tutta battuta la terra della stirpe.
impegno e contumacia un mare in
debito. più di niente si rida
nel favore delle stelle.
l’età del pozzo ha il rossore
del primo istante e la perdita
a perdita d’occhio. dove sei marina
o pozza di cristallo senza rito di riso.
in mano alla mestizia della smorfia
tutto si perde in un favoloso stento
o almanacco bianco nel nero.

 

ho un vestito che mi dimora spesso
prospettiva di pianto la pazienza.
in un taglio di eclisse la faccenda
della cerbiatta fatua e tanto bella
da dimorarci dentro. eppure mi domando
quale sia la fazione del distacco
la ronda certa di perdere tutto
o la dimessa aureola dell’amo.
in un feretro di luce aspetto il treno
o la galassia della sassaiola
io d’eremo scappare. l’aiuola della nuca
campa d’estro senza canestro vive.
mi è caduto l’anagramma in un fattaccio
di morte.

 

la conventicola dell’appalto
tira giù macerie.
madre e figlio sono tumulati
insieme. la trecciona intorno al capo
della madre la fa matrona di niente.
il figlio esile fu un’aureola.
rea prosa questo stazionare
in un balconcino di sterpi
pigre lamelle di cicli inflitti.
qui non si ciba la rondine
ma la divelta favola del raggio
ancora si aggira per le promesse
debite amorali e tante. in cielo
le fantasticherie del plettro
non rinunciano alla chela di far credere
le ciance per poemi d’angeli.
a fondo si marciscono le rondini
un ricordo di mendicità.
qui la vena è un sodalizio venturo
un tuo dislivello per amarmi, amarle.
si chiamano miserie le scialuppe
allucinate al bavero degli scogli.
tu verrai col treno di fiducia
a cinguettare le aureole più verdi.
in talamo le teche delle rondini
sono gli specchietti di rivederti
vivo schietto in balia del premio.

 

la culla del boia è stare assenti
silurati dalla boria del tempo.
una regione d’estasi e fontane
una stagione d’estasi e sudario
qui dalla recita del bosco
scosceso verso serre e acquitrini.
in una ciotola di estasi ti aspetto
arcobaleno nel tarlo, muschio dotto
dove la schiera delle api trepida
l’ingoiarsi della rotta, la sfera nera
lottatrice di tuffi dentro la pece.

 

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Pizzi.- Segnacoli di mendicità

Marina Pizzi, Segnacoli di mendicità- CFR Edizioni

testo introduttivo di Gianmario Lucini

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RIFERIMENTI:

http://www.edizionicfr.it/Libri_2014/42_Pizzi/Pizzi.htm

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