A COLPO D’OCCHIO- Silvio Lacasella: GIACOMETTI IN MOSTRA A MILANO

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Giacometti – Milano – Galleria Arte Moderna – Sino al 1 febbraio 2015

 

Il fatto stesso che tutte le opere esposte arrivino dalla Fondazione Giacometti di Parigi fa capire che non può essere questa di Villa Reale a Milano, sede della Galleria d’Arte Moderna, una mostra strutturata seguendo un preciso progetto critico, così da aggiungere un piccolo tassello all’indagatissimo itinerario artistico del grande scultore svizzero (Borgonuovo di Stampa 1901 – Coira 1966), giunto a Parigi ventunenne, dal cantone dei Grigioni.
Chi ama Alberto Giacometti non esce quasi mai deluso da una sua mostra. Ogni scultura pare contenere in sé parte delle prove precedenti e di quelle successive, trasmettendo, senza interruzioni, la tensione massima dell’artista. Questo si deve anche al fatto che egli non ha mai avuto – e come lui pochi altri nel Novecento – cedimenti stilistici o passaggi creativi emotivamente sfilacciati e stanchi. Non molla la presa persino nell’ultimissimo periodo, quando nel suo volto d’argilla compariranno le ombre della malattia. Egli è sempre in ciò che crea. Infatti, nel raffigurare l’immagine, Giacometti ritrae la propria incapacità di coglierne l’essenza interiore, sviluppando, in forma progressiva e tormentata, attraverso l’arte, una serie di interrogativi di natura esistenziale. Verso la fine degli anni Trenta, Jean-Paul Sartre gli diviene amico, ne ammira l’opera, posa per un suo ritratto. Nel 1948, presentando la mostra alla galleria Pierre Matisse di New York – mostra che segnerà la fine di un lungo silenzio espositivo durato tredici anni – scriverà: “Osservate come i molteplici tratti che egli traccia sono interni alla forma che descrive (….) tutte queste linee sono centripete: mirano a rinserrare, costringono l’occhio a seguirle e lo riconducono sempre al centro della figura”.
Giacometti cerca la verità nascosta sotto lo strato uniformante dell’apparenza. Nel momento in cui si avvicina a ciò che vorrebbe rappresentare, la sensazione della sconfitta aumenta, assieme alla consapevolezza della non raggiungibilità del soggetto. Affermerà: “Io so che mi è assolutamente impossibile poter modellare, dipingere o disegnare una testa, ad esempio, così come la vedo, e tuttavia questa è la sola cosa che cerco di fare. Io non so se lavoro per realizzare qualcosa oppure per scoprire il motivo per cui non riesco a fare ciò che vorrei”. Lo dice egli stesso, questo accade nella scultura, ma anche nella pittura e, non meno, nel disegno: “Con lui non riusciamo mai a dire se è meglio una scultura o una pittura o un disegno; dipende dall’opera che c’è davanti a noi”, ha osservato Roberto Tassi, recensendo nel 1995 una più ampia e articolata sua esposizione milanese, a Palazzo Reale.
Nel clima parigino, mosso dal vento continuo delle avanguardie, dopo aver osservato molto le arti egizia, africana, atzeca, osservato Medardo Rosso, Brancusi, Laurens, dopo aver imboccato la strada del post Cubismo, dopo aver aderito al Surrealismo, trainato dall’energia persuasiva di Breton (esperienza interrotta nel 1934), Giacometti si ritira nel proprio studio in Rue Hippolyte-Maindron, quasi fosse all’interno di una di quelle cavità nella roccia dentro alle quali, da bambino, amava nascondersi, rimanendo per lunghe ore in silenzio. Una sorta di ventre materno, indurito dall’esistenza: “Io ero al colmo della gioia quando potevo accoccolarmi nella piccola caverna che si trovava sul fondo; potevo entrarvi a fatica: ogni mio desiderio era esaudito”.
Il giovane artista è arrivato nella capitale dell’arte dopo aver iniziato a mischiare i colori poco più che adolescente, sotto lo sguardo attento del padre, amico di Segantini e apprezzato rivisitatore della pittura impressionista e dopo aver frequentato l’Ecole des Beaux-Arts di Ginevra. Nella memoria, però, tratteneva anche le suggestioni create dai due soggiorni in Italia, tra il 1920 e il 1921, determinanti per rafforzare la propria consapevolezza visiva: Venezia (“Ho passato le giornate a guardare soprattutto Tintoretto, non volevo farmene scappare nessuno”), poi Firenze, Roma, Napoli, Pompei. A Padova e ad Assisi per Giotto. Si può, forse, dire che, al rientro da quel viaggio, egli aveva affidato a Giotto l’incarico di suddividere idealmente lo spazio, mentre a Tintoretto il compito di abitarlo. Questo riemergerà nella sua produzione matura, allorché le linee formeranno una sorta di scatola o griglia prospettica, dentro alla quale collocare la figura.

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La mostra (visitabile sino al 1 gennaio 2015 – catalogo 24 ore Cultura), curata da Catherine Grenier, raggruppa circa sessanta opere, suddivise in cinque sezioni, pensate per scandire i passaggi principali della ricerca espressiva di Giacometti: le “Composizioni” cubiste della metà degli anni Venti, “Sfera sospesa” del 1931 (qui nella versione del ’65), “Donna piatta” del 1929, “Radura” del 1950, “La Gabbia” del 1949/50, “Busto di Diego” del 1964, per citarne solo alcune. Ancora una volta, sorprende vedere come queste sculture, erose, scarnificate, compresse dal vuoto circostante, modellate per effetto di sottrazione, più che per aggiunta di materia, siano in grado di proiettare alla loro base un’ombra. Ombre sovrapposte, allungate, ad annunciare un’imminente oscurità che, proprio nel momento in cui si rinnova, pare definitiva.
Un’esperienza isolata, un esempio. Una figura essenziale, Giacometti, anche per sostenere l’affascinante tesi che la storia dell’arte, segnata nel tratto a noi più vicino da innumerevoli e tumultuose correnti, sia però punteggiata da singole esperienze, capaci di instaurare un dialogo privato di commovente, intensa bellezza.

Silvio Lacasella

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RIFERIMENTI:

 

http://www.artsblog.it/post/75028/mostre-a-milano-2014-alberto-giacometti-alla-gam-galleria-darte-moderna

http://www.artribune.com/2014/10/lorma-di-alberto-giacometti-a-milano/

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