LUOGHI ABITATI- Carmelo Musumeci: La paura dell’attesa…

tetsuhiro wakabayashi

tesuhiro wakabayashi -the friend from the moon

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Circa due anni fa ho presentato una richiesta di permesso alla magistratura di Sorveglianza. In seguito ne ho presentate altre due. E non ho ancora ricevuto nessuna risposta. E oggi la giornata è durata una eternità. In carcere si sta al mondo, ma non si vive nessuna vita.

Quando aspetti una risposta accade spesso che quella che passa sembra la giornata più lunga. Poi l’indomani però pensi la stessa cosa perché il tempo in carcere non passa mai. Forse perché dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) il tempo è tempo perso. Tempo vuoto. E senza amore.

La sera è ancora più lunga. E la mattina non arriva mai. Ti senti come un cadavere vivo chiuso fra quattro mura. Davanti un blindato. Dietro una finestra piena di sbarre. Nel mezzo il tuo cuore vivo. E prigioniero in attesa di una risposta.

In questi ultimi tempi faccio fatica ad arrivare alla fine della giornata. Questa maledetta o benedetta risposta che sto aspettando tarda ad arrivare. Il mio magistrato di Sorveglianza continua a non rispondermi. Ed io non ce la faccio più ad aspettare di sapere se posso sperare di morire un giorno da uomo libero. La mia unica consolazione è che se questa risposta ritarda così tanto potrebbe essere positiva, ma è poco, troppo poco per poter fare sera e mattina. Mentre aspetto questa maledetta o benedetta risposta non riesco a trovare nessuna via di uscita da questo tunnel di ansia.

E non riesco a trovare nessun conforto che questa risposta potrebbe essere positiva, perché quando sei torturato t’interessa poco sapere che un giorno non lo sarai più. L’ansia di questa maledetta benedetta risposta che non arriva mai mi tormenta dalle prime ore del mattino fino all’ultimo minuto della giornata.

Prima di presentare questa richiesta di permesso mi sentivo vivo e avevo tanta forza per tenermi in vita. Adesso invece quando mi sveglio al mattino mi chiedo come riuscirò ad affrontare un’altra giornata per arrivare alla sera. Non riesco più a trovare la forza di andare avanti e neanche di trovare conforto in una eventuale risposta positiva. Vorrei che arrivasse solo questa maledetta o benedetta risposta. E anche se fosse una condanna a morte sarei lo stesso felice perché una non risposta è più crudele dell’ergastolo.

Ormai sono stressato dall’attesa. E ho ripreso a fumare. Ho perso 14 kg. E tutto tace. Non m’importa se mi arriva una risposta negativa. M’importa piuttosto avere qualsiasi risposta. Nella mia vita ho conosciuto tutto quello che c’era da avere paura nelle mie mille vite, ma non conoscevo ancora la paura della attesa.

Carmelo Musumeci

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tetsuhiro wakabayashi

tesuhiro wakabayashi 4

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…E poi l’attesa è finita.

 

Caro Carmelo credo che il miglior metodo per lottare e sopravvivere lo abbia trovato lei da sé, scrivendo bellissime pagine. Seguiti a scrivere, a far conoscere la vita e i sogni, se ci sono ancora, di un ergastolano, far conoscere quanta umanità si può trovare in carcere e quanta cattiveria fuori. 

(Margherita Hack)

 

 

Dove eravamo rimasti: Non m’importa se mi arriva una risposta negativa. M’importa piuttosto avere qualsiasi risposta. Nella mia vita ho conosciuto tutto quello che c’era da avere paura nelle mie mille vite, ma non conoscevo ancora la paura della attesa. I filosofi dicono che le cose belle accadono solo a chi sa aspettare. E io credo sempre a quello che dicono i pensatori, ma a volte anche loro si sbagliano. Ieri finalmente mi è arrivata la risposta che tanto aspettavo. Dopo due anni anche la magistratura di sorveglianza di Padova mi ha confermato che uscirò dal carcere solo da morto. Chissà perché ci hanno messo tutto questo tempo a decidere. I buoni sono proprio strani. Io proprio non li capisco. Probabilmente non li capisco perché sono cattivo. La cosa buffa è che sono contento di essere come sono piuttosto che essere buono come loro. E spesso mi domando se chissà se esisterà il paradiso dei cattivi, perché in quello dei buoni non ci voglio proprio andare.

Questa mattina ho fatto fatica ad alzarmi dalla mia branda perché per dieci mesi mi ero abituato a pensare di nuovo come un uomo normale. Ora invece dopo la brutta risposta della magistratura di sorveglianza devo riprendere l’abitudine di pensare di nuovo da uomo ombra. Prima di alzarmi dal letto ho riletto la lettera di un’amica, Tiziana, che avevo sopra lo sgabello ancora da ieri: “Una sola cosa sento di non potere condividere di ciò che mi scrivi, certamente non per spirito di contraddizione, né tanto meno per smorzare la verità di ciò che sei costretto a subire. È solo che quando parli di speranza e la equipari al “veleno” che avvelena pian pianino la tua vita, io non riesco a condividere con te questa convinzione. Capisco il senso e il motivo per cui parli così: cioè come se la speranza fosse il respiratore che costringe un corpo a restare in vita. Ma io credo che il veleno di cui parli sia la frustrazione della speranza. Allora, mentre la speranza abita la tua anima bellissima e di lei devi fidarti ed esserne fiero, la frustrazione della speranza non proviene da te, né dalla tua responsabilità, né dalle tue scelte. La speranza è la tua stessa vita, i tuoi affetti, quelli per i quali hai il coraggio di rappezzare ancora una volta il cuore rinunciando a gesti decisi nello sconforto, ma del tutto inefficaci. Ti chiedo di continuare a scrivere, di non fermarti nel far sapere, a noi che siamo qui ignari di tante cose, ciò che vivi e vivete. Il dono di scrivere che hai non è di tutti. Parla e racconta non solo per te, ma per tanti”. Finito di leggere la lettera di Tiziana ho scrollato la testa pensando che per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, ma gli uomini ombra non possono sognare. Possono solo sopravvivere e sopravvivere non è come vivere e non è neppure come morire.

Poi per tutto il giorno il mio cuore mi ha sussurrato di smettere di pensare al futuro perché ormai per me tutto è finito. E mi ha consigliato di vivere vivo solo le emozioni dei miei figli e dei miei nipotini perché io non ne avrò mai più. Alla sera ho telefonato alla mia compagna che mi aspetta inutilmente da ventitré anni. Le ho dato la notizia. Le ho detto che l’attesa è finita. E negli ultimi secondi di quei miseri dieci minuti di telefonata che ci concedono ho fatto in tempo a dirle che il suo amore è tutto quello che mi è rimasto di lei. Ho fatto in tempo a dirle anche un’altra cosa, ma a voi non ve lo dico.

Carmelo Musumeci

 

 

 

 

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