LETTURE DAI LETTORI- Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta. Storie di provincia e di altri mali- Nota di lettura di Stefano Fonte

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Non fatevi ingannare dalla copertina coloratissima dell’ultimo libro di Francesco Dezio Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta, Stilo editrice- Bari 2014. Non fatevi ingannare, tra una pagina e l’altra, dai bozzetti disegnati dall’autore: una musicassetta (proprio nel 2014 è stata definitivamente dismessa la produzione delle cassette a nastro); una poltrona (‘Natuzzi’?) che ricorda i tempi d’oro del distretto pugliese del mobile imbottito; un toy cinese (il gattino che muovendo la zampina anteriore sinistra ci ha salutato per almeno un decennio dai bordi delle strade, sulle bancarelle dei venditori ambulanti), una copertina di “TVOR” (Teste Vuote Ossa Rotte): una delle fanzine, “la più interessante, molto ben fatta, di livello internazionale, su carta buona. Da non perdere le recensioni di Stiv ‘Rottame’ Valli, ex membro degli Orda. So che a collaborarci erano persone che non hanno ceduto di un millimetro, vanno ancora in giro a presentare le loro pubblicazioni tra gli squatter…” (p. 18). Non fatevi ingannare dai circa settanta gruppi arci-noti, minori o minimi evidenziati in grassetto nel testo, su cui i protagonisti, appassionatissimi di musica punk, post-punk, rock e new wave, danno puntuali giudizi di critica musicale (i brani si possono scaricare con l’applicazione contenuta nell’ultima pagina del libro). Non fatevi ingannare neanche dalla citazione degli Afterhours, volutamente deformata nel titolo.
Non c’è nessuna nostalgia, nessuna regressione all’infanzia o all’adolescenza, anche perché l’autore (classe 1970) non ha vissuto direttamente l’atmosfera di quel decennio. Questi oggetti sono sottoposti obiettivamente all’occhio del lettore come reperti di archeologia industriale di un’Italia che non si riconosce più, che un po’ alla volta ha dismesso se stessa senza né morire né trasformarsi. Leggiamo otto storie drammatiche e angoscianti, nonostante l’intonazione comica conferita dalla prima persona (ogni racconto è lo sfogo o la testimonianza di un personaggio diverso, tutt’altro che idealizzato). L’autore si era fatto conoscere dieci anni fa dal grande pubblico e dalla critica con il romanzo Nicola Rubino è entrato in Fabbrica (Feltrinelli), primo esempio di romanzo operaio degli anni 2000, una storia che sembrava attinta dalla cronaca di più flagrante attualità, negli anni dei cosiddetti ‘contratti di (non) formazione’. Nella sua nuova opera arretra agli anni Ottanta per ritornare ai nostri giorni e ripercorrere, in modo ammiccante e reticente, la storia di una nazione che ha svenduto il futuro delle giovani generazioni in cambio del nulla: tutto questo a partire da una piccola realtà della provincia pugliese che assurge a microcosmo universale del Bel Paese, perché potrebbe rappresentare il ventre molle di qualsiasi provincia italiana.
I protagonisti di questi racconti (meglio chiamarli situazioni narrative) cercano di evadere dalla noia in mille modi, distruttivi (le droghe e il punk, nelle prime due storie) o costruttivi: emigrano, come Carla, che accetta un ingaggio a tempo determinato su una nave da crociera: “In quei nove anni oltremanica l’Italia me l’ero proprio scordata… Se non fai parte di una casta e non sei di famiglia ricca o intrallazzata non sei libero di fare un mestiere consono alle tue capacità… Vivo un’ora alla volta nascondendomi dal sole… A questo penso mentre mi vesto da Jessica Rubbit…” (p. 63).
Oppure tentano di fare arte e cultura nella propria terra: “alla fine della festa ci mettemmo in tasca un milione delle vecchie lire, fu un successo, chi mi ferma più, è fatta, pensai, mi vedevo un futuro da organizzatore di eventi” (p. 36); “poi il concerto non diede i risultati delle altre volte, vennero pochissime persone, una trentina, ce lo godemmo in santa pace, loro si comportarono da professionisti, la resa fu impeccabile” (p. 41); “Iniziammo a indebitarci, non funzionava più… e niente, finì là. All’alba degli anni Novanta eravamo spariti.” (p. 41-43).
O cercano una crescita professionale: e magari costruiscono rapporti di amicizia e stima con il datore di lavoro, un imprenditore del Divano nel triangolo Altamura – Matera – Santeramo, e provano a condividere la passione per la musica con il capo, salvo scoprire che lui “viveva questa passione con una proiezione nel passato e continuava ad ascoltare i vecchi dischi ma non si teneva assolutamente aggiornato sulle novità… Il gruppo che sentiva più spesso, come si chiama, era quello dove suonava Phil Collins, che forse è stata una delle ultime cose che ha ascoltato sul serio…” (p. 73). Finché si sentono dire dai capi: “Basta mettere assieme sei punti di differenza e nessuno ti può far causa” (p. 66). Perché questi (im)prenditori invece di puntare su un ‘made in Italy’ innovativo, sono i primi a copiare i modelli della concorrenza, a delocalizzare, a licenziare, a fare un prodotto di mediocre qualità, più cinesi dei cinesi.
Giustamente Simon Reynolds ha intitolato Retromania il suo recente saggio di storia della musica degli ultimi decenni (Isbn, Milano 2011). Ed ecco, in un’inquietante allegoria sonora, cosa collega la musica, continuamente implicata e citata in questo libro, con i temi del lavoro precario cari al romanzo d’esordio di Dezio: un tessuto sociale poco curioso, governato da politici e ‘padroni’ cannibalicamente chiusi nell’unico interesse dell’accumulazione del capitale e del suo rapido sperpero, a discapito del territorio e dei suoi abitanti, è una provincia ostile tanto alle novità culturali quanto all’innovazione aziendale. Negli Ottanta come negli anni Duemila, è un Saturno che divora i suoi figli.
Un libro molto politico, che non lascia speranze.

Stefano Fonte

 

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copertina

Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta. Storie di provincia e di altri mali- Stilo editrice 2014.

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