Davanti a un quadro l’uomo. Esercizi di poetica dipinta attraverso le opere di Matthias Brandes- Fernanda Ferraresso

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Davanti a un quadro l’uomo. Uno è tutti e tutta la storia è un filo. Teso come setola, nel cono d’ombra intinto, non ha cornice che chiuda il punto. Preciso gli si annida in corpo l’infinito, un pozzo, senza fondo non ripara in lui ciò che lo frattura. Tutto sta, sotto sopra senza direzione. Esplicita è solo l’aria. Senza movimento, le nuvole inchiodate in spine, tra rose di venti invisibili e artifici nel rettangolo del quadro che è un mondo sempre e senza fondamento. Sono uomini e donne. Sono animali e case, alberi, cose di un unico blocco d’immenso. E stanno immersi. In vicinanze d’onda sono nodi di quarzo, luce che vibra, terremoti di ere in un mare fermo. Come statue stanno sbozzati, gli uomini, e il cavallo non ha montatura. Guadano lo spazio. Alto, basso: guardano in altro. I piedi e le mani immersi. Ciascuno su uno zoccolo e il piede liquido nel cristallo di un mare di marmo, nelle densità del colore che è un intonaco di affresco. Costruiscono immobili sulla garza della tela, geometrie dello spazio nel tempo di uno sguardo. Isole i cipressi, in terre di memoria sparsi, galleggianti tra alberi di silenzio, come gonfie nuvole rotonde, di un verde gravido, di preghiere pregno. Radi canti gli uccelli nei pressi di una chiesa cedua, nel palmo di un sagrato aperto accoglie il sisma del profondo, terremoto delle case, come giocattoli di un immenso tramonto, o appesi, pesi della superficie di un’alba, che tutto sembra scuotere, mentre ogni cosa precipita, un volume dietro l’altro. Tomi di storia scomposti in toni, grani di luce che non abbaglia, mai urla sollevano il tenue profilo di un mistero terso. Qui, tra questi luoghi anche la luce è un’ombra e tra le altre si muove. Allunga, accorcia, si smussa e non supera le cose o i corpi. Sta dentro, anch’essa corpo del corpo, scenario che non veste l’uomo ma di storie lo ricolma. E gli oggetti in qualche modo, nello sconosciuto della forma, riparano i vuoti, in un accidentato equilibrio di cadute, sospensioni nella volta del cielo che si spacca, come vetro e trasparenza, appartenenza di un continuo accadimento che ci accoglie. Così capita che una casa sia grande quanto una scatola minuscola e una donna, sempre la stessa, in tutte le sembianze d’altri volti, come un voto che si affaccia alla storia di quell’uomo che guarda, la lancia per aria, invertendo le misure di ciò che crediamo conoscere e pensiamo essere nostro.

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La nostra casa è altrove e le dimensioni degli oggetti, alberi e chiese, animali o cose, nello stretto confine che li separa affermano, nella loro ingenua monumentalità, che altra è la statura di ogni essere, nessuno ha possesso e tutto ci contamina perché quel niente-tutto è a misura d’uomo. Un corpo di quiete dentro il sisma della vita. E ci scuote, c’interroga quel capitolare in terra e in aria, in direzioni senza realtà, più vicine ad un tragico gioco che è esito e conflitto, di invisibili titani che teniamo dentro siamo le piccole formiche artefici del moto in un pugno di finita in finitezza. Ci interroga, la casa sulla via della mano, sull’orlo di pelle della donna, ci chiede quanti non hanno un tetto, un luogo dove recuperare forze e riposo, dove amare, dove deporre la testa e tutti i suoi macigni, i suoi transatlantici pensieri. Quale casa cerchiamo, ogni giorno correndo?
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Ogni giorno urtandoci, noi come quella frutta mai mangiata per davvero, siamo soggetti al verme del tempo, oggetti le nostre ruggini esposte, le une peso delle altre e di un cielo che a sua volta pesa, dentro, non sulla testa. Lei che viene, non è un angelo e la sua casa la porta sul palmo. La trattiene tra le dita, piccola, minuta, misura di una cruna in cui assottigliare la misura di un respiro, o di una nuvola come un gemmo di filo. Domus misurata, in terra cruda, senza arredi, fatta solo di una stanza, un vuoto dentro cui la fragilità nostra confina il mostro, il desiderio che più niente sia dolore, più niente sia male e ciò che è infinito si compia.
Così ad un tratto le senti. In aria le sorprendi, queste parole come soglie di altre case

se tu bussassi alla mia porta e degli abiti ti spogliassi
se tu che giochi in questa dimensione di distanza, nella mia bocca entrassi,
perché presenza sei, in ore senza ora e in alto lanciassi questi paesi del cordoglio
in me di marmo …Vedi, sono pietre senza fondamento le cose e non c’è viale, o porta, che in equilibrio ci sostenga. Il nostro andare è sostare, in un se stesso solo, conficcato su un palmo d’infinito, senza vederci, senza vedere se non l’instabile misura di un’ombra. Non ha orologi questa stanza.
L’arco del tempo è architettura per il buio, l’essere, nato nel segno di un’arte della scomparsa che tutto inghiotte e tutto rigermina.

Fuori dalla casa ogni cosa è nascosta. C’è sola, una nuvola di ombretto, in un cortile senza misura. Precisa, bianca come nevicasse Dio, da un momento all’altro, dentro, precipita il buio di ogni specchio. Nell’argilla di un racconto, nel respiro che s’incarna si fa casa e cosa, un’altra volta. Dall’altra parte del mondo come in una stanza accanto gioca, una bambina nata nel sogno, dalla pancia di una nave che naviga, immobile la mappa di un legno bianco, una tavola di onde tra le fiandre della festa, mentre lontano, in un altrove di cui non si tocca fine, la materia scomparsa, la pietra fossile che romba, si dissolve, si fa in aria più densa, un fumo di pigmento, il bianco di gesso, il cemento del caos come falcata di un mare che non raggiunge mai per intero la riva di un fiore notturno.
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Ma. E’ lì, lì dentro che il sogno si tuffa, la casa si sposta, e i mobili restano, di nuovo senza radici, spiantati, spiumati tra i batteri di un cielo come pareti d’intonaco e calce senza più consistenza d’ossa, solo voli d’insetti.
Non un filo di vento, di ali. Tutto sta dritto, appuntito punge il cervello, tempera una stagione senza suoni. In contabilità. Perché ogni notte lei, sulla soglia dell’oscurità lei viene. Ogni notte senza parole, lei piana, la sua bocca contro la mia preme e non pronuncia parola, lei si pronuncia con il fuoco, con tutto il sole del suo cielo dice e il tetto brucia, un ovario divorato dall’aperto.

l’azzurro, l’azzurro e terso in questa bocca senza più un sorriso umano mi sorride,
per tutto ride, per tutto quanto sono stabilmente e non riconosco nel peso di ogni passo.
Sono petali i millenni, da silenzi senza fine smossa una nitida notte, la nave a cui non serve il porto
e la stiva, vuota è intero l’orizzonte, netto il taglio del cielo che vi si cala dentro.
Di ogni profumo nell’aria sono pigmento e senza un segno, come la pioggia in mare e la sua eco,
tutto ho in dono d’essere, un pegno sono e casa e gesto in cui abito ogni giorno.
Che a me non resti memoria, senza volontà questo io voglio, che di ogni cosa di me
non resti traccia della buccia, il buio del distacco. Tutto è dono perché non tremi
nessuno nel chiuso del suo inverno e il pensiero non più tondo il fuoco ceda
all’occhio che si chiude. Tutto, tutto io dono e tutto di me ti consegno.

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E a notte fonda, il contabile perde il suo resto. Nella carta avara dei suoi segni restano operazioni del righello, con minuscole quasi impercettibili scansioni, fratture delle scaglie, i pesci minuscoli, gli istanti dentro un’impronta secca. Non un volto, un profumo, un suono. L’individuo sta immerso dentro un mare singolare, maestro di quiete immobile, una pece incorruttibile senza più dimenticanza. Instancabile l’uomo resta, in una terra senza stelle fisse, incantabile tra fittili stalattiti di parole in calce, sgusciate dal pennello, dentro lo spessore di una tela intonsa.

E se tu guaderai la luce, io per te mi tufferò, nel buio della selce scaverò,
parole come scaglie, tra le fiamme deporrò la morte
sul dorso della mano fiorirà il tempo quando tu venendo,al sorgere della notte mi cercherai con
un lume di fiato e…ancora non ti ho detto, in questo vuoto di linguaggio avevi una veste d’aria
e ali di lino terso tessono la luce,in ogni parola mai pronunciata,
appena sulla cresta il tuo respiro immenso è un oro, o un orlo, di una profondissima montagna

Perché ogni notte sulla soglia dall’oscurità lei viene.
Ogni notte lei, senza parole preme, la sua bocca contro, si pronuncia:

… tutto il fuoco del mio sole, tutto, tutto il fuoco per il tuo cuore, del mio cielo il tetto aperto, tutto, tutto a te lo porto. E l’azzurro di questa bocca, che non ha un sorriso umano pure sorride per tutto ciò che sono e più non conosco. Sono il mio passo i petali del silenzio, di una nitida notte una nave, a cui non serve il porto, ha la stiva vuota per tutto l’orizzonte e il cielo che si porta dentro. Come un profumo nell’aria e senza un segno, come la pioggia in un mare aperto ecco, tutto ti dono come casa e gesto. Che a me non resti memoria, di ogni cosa alcuna traccia, tutto ti dono, perché non tremi nel chiuso del tuo inverno quando il pensiero non più intero il fuoco cede all’occhio si chiude. Tutto, tutto a te io dono, per intero mi dono.

Incantabile l’uomo aspetta, in una terra senza più pietra ferma e di soglia in soglia la cerca ancora ascoltando quella voce di cui mai si dimentica..

E se tu guaderai la luce– lei ripete
– io per te mi tufferò
nel buio
della selce scaverò

parole come scaglie
tra le fiamme
le deporrò sul dorso
della mano

quando tu venendo al sorgere della notte
mi cercherai
con il lume del tuo fiato

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A mezzogiorno, a occidente e a settentrione nel deserto della bocca, nella tenda del convegno, il primo giorno di ogni secondo, la messe dopo il distacco, un anno e un secolo in un giorno, l’istante anno dell’uscita dal paese dell’orrendo, dopo il censimento di tutte le paure, dopo le comunità del disamore e le loro famiglie, secondo il casato dei padri della logica, nella conta dei nomi di quelli che contano, i figli testa a testa dentro la testa del padre come venti che soffiano in guerra e tu per censimento, schiera per schiera di ogni notte che ci resta, conti le mandorle, conti ancora ciò che amaro ci tiene desti. Eppure se si potesse, ripeti. Ti ripeti: – Se. Se!
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Caterina

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Se potessi con un pennello dipingermi le palpebre intingendo le setole nei cassetti del mondo,ogni giorno un colore diverso, ogni notte un pigmento profondo, misurando i colpi di luce, le lame parallele di ogni cono d’ombra e la perla che si getta accorciando la distanza tra il basso e l’alto, immenso del cosmo,mettendo una lente al tempo. Se si potesse con l’occhio aperto spalancarne la mandorla, dalla buccia di ogni sguardo varcando la pietra, le colonne della mente, mettendo vele allo stupore come unico evento. Se solo si potesse tessere, con il corpo, intero alla frontiera di ogni tela, questo immenso, subirei i naufragi in tutti i respiri dei pigmenti, la tua pelle come terra e ambra brano per brano nel colore immergerei nell’acqua di sorgente ancora una volta la creazione. Divorandoti mangerei me stesso. E assaporando i profumi di ogni tuo luogo, di ogni più esposta e oscura parte della notte, con la mano, se potessi con la mano toccare, la levigata porpora del sangue, che scorre vero in questo vivo animale senza tempo, in questo magnifico cosmo predicato dal pennello nelle terre antiche dei veri patriarchi, come un profeta anch’io, in un’altra terra ti leggerei ciò che l’universo, intatto, predice coniugando gli inesauribili verbali del silenzio, gli archivi della sparizione dei viventi, la spartizione della morte del tempo spiegando all’infinito l’involucro del cosmo. Ogni istante raccoglierei le uova deposte, tra le erbe e le acque, nel fuoco e nel vento, in ogni minuscola presenza, in ciascun essere di sabbia, roccia di questa quiete senza traccia, dalla setola deposta nel sangue della tela.

La prova? Il domani dell’esistere. Le tue mani, come un branco di salmi, le spanne della mia indigenza, le picchiate della luce dentro i secondi con cui ti taccio. Sono numeri, le leggi della fisica, la bocca del giorno, come file di ignote conchiglie spalancano le loro valve sul palato della notte e ingoio, io ingoio i tuoi seni, la corsa e la disfatta dei tuoi piedi, il gioco avido e parco del cuore che martella, la crosta del mare sul tuo petto, l’orlo e la voragine che mangia la mia fame e la mia sete protegge come se fosse sempre l’unico, il liquido colatomi in mezzo, nello spaccato dalla fronte al sesso, in questa ortodossia dei riti senza posa, in una sfera di mistero.
In contabilità l’infinito che sento. In contabilità il nulla che resto. Arte questo vivere adesso.

fernanda ferraresso- Tra la luce e il silenzio, nell’opera di Matthias Brandes

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.matthias-brandes.com/
https://cartesensibili.wordpress.com/2013/12/16/matthias-brandes-ovvero-case-e-cose-in-luoghi-di-tela-e-tempo/

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3 pensieri su “Davanti a un quadro l’uomo. Esercizi di poetica dipinta attraverso le opere di Matthias Brandes- Fernanda Ferraresso

  1. Fernanda li chiama “esercizi” ed io resto ammutolita per tanto splendore di occhi a guardare, a dialogare, ad avvicinare l’arte per avvicinarla a noi lettori che fruiamo di tanta bellezza, annullando la distanza, sentendoci un poco invasi d’infinito

  2. condivido totalmente le parole di Elina.

    ” …E se tu guaderai la luce- lei ripete
    – io per te mi tufferò…”

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