Cinquantasei- Serenella Gatti Linares

georg schrimpf

Georg Schrimpf

Era un pomeriggio estivo di una qualunque epoca in un qualsiasi posto.
Un uomo dinoccolato, altissimo, con un cranio aguzzo e bitorzoluto, su cui spuntavano tre o quattro peli, si avviava rapidamente nella sua casa nel bosco.
L’avevo sognato una notte, sembrerà anche banale, ma è la pura verità. In sogno il personaggio mi chiedeva di scrivere un racconto su di lui dal titolo “Cinquantasei ”, che avesse un ritmo affrettato e ansioso, così come erano lui e le sue vicende.
Mi ero svegliata con un terribile prurito in testa, in ogni punto del cranio, ricoperto dai miei rigogliosi capelli.
La sua casetta era immersa nel verde, lontana ma non troppo dal paese, vicina ad una cascata d’acqua limpida, che proseguiva in un torrente su sassi a strati, levigati dai secoli.
Il rumoreggiare era riposante e insieme inquietante. Dal fitto e intricato fogliame quasi mai filtrava un raggio di sole. Un taglialegna? Un guardiano del bosco? Chi era mai il singolare soggetto che mi aveva inopportunamente disturbato?
Viveva isolato, senza parlare con nessuno, tranne che con le piante e con gli animali, a cui aveva via via finito per assomigliare.
La notte seguente, l’ho sognato mentre con una grossa vanga scavava una profonda buca in mezzo al bosco. Aveva il viso sporco di terra e ogni tanto si fermava per asciugare i rivoli di sudore sulla fronte col dorso della mano. Ansimava impercettibilmente. Ho notato l’abito completamente nero, trasandato, di una taglia maggiore. A terra giaceva un cappello anch’esso nero, una specie di cilindro, che non si usa più, forse nei film western.
Perché scavava, e che cosa cercava? Voleva forse farmi vedere qualcosa?
Certamente Luigi, lo chiamerò così, conosce tutto del bosco. Vi si addentra ogni giorno; a volte, vi si perde. Sa del volo di ogni uccello, lento o vibrato in alto. Può appendersi ai rami, osservare la penombra dei verdi intrecci della galleria, sentire il silenzio che a volte si spezza. E’ un conoscitore degli alberi; ad ognuno di loro sa dare il nome esatto: abeti, aceri, faggi, frassini, lauri, pini, querce. E così per le piante, gli animali, quelli del sottobosco e delle vie sopraelevate: muschio, edera, felce, lavanda, rose, ciclamini, mughetti, cardellini, fringuelli, passeri, cinciallegre. Quando taglia un tronco, si commuove per la chioma scompigliata che giace a terra senza più speranze. Quando osserva gli alberi con lo sguardo all’insù, sa che saranno sempre paralleli, convergenti fra loro, mai traditori, immobili, pazienti nel tempo.
Esce all’alba e torna a casa tardi, stanco, ripercorrendo la stessa mulattiera che esiste da secoli, però con colori diversi e luci all’incontrario. Nota sempre questi miracoli della natura con stupore. E’ nel rapporto con gli esseri umani che nascono i problemi. Con i cani sa parlare. Ne ha tre di razze diverse, più due gatti che vanno d’accordo fra loro. Dialoga anche con quelli delle ville lontane, rispondendo ai guaiti o ululati, sentendosi uno di loro.
E’ stato nel sogno della notte successiva che ho visto Luigi recarsi nel cimitero del paese, all’ora di pranzo, quando è deserto. Ho notato un particolare che all’inizio mi era sfuggito: quando cammina trascina leggermente la gamba sinistra. Si è fermato davanti a tantissime tombe, non le ho contate. Piangeva e si asciugava gli occhi e il moccio al naso con le larghe maniche nere.
E’ stato nella seconda parte della notte che ho saputo la verità. Un pullman stracarico di ragazzini precipitava lungo il fianco di una collina col muso di fronte. Impatto terribile, incendio, polvere, nessun sopravvissuto.
Nel sogno appariva con chiarezza Luigi, mentre teneva l’ultima lezione dell’anno scolastico con emozione. Aveva dedicato l’ora finale ai saluti, anche se il programma di storia non era ultimato e la grammatica lasciava a desiderare. Non avrebbe più rivisto i suoi cari alunni di terza media. Ancora ricordava i tre vocabolari Devoto-Oli sull’armadietto, con la copertina verde spento, allineati, non consultati, polverosi.
“Ragazzi, è strana la metropoli: forse non ci incontreremo per anni o, se accadrà, non ci riconosceremo, perché sarete molto cambiati, sarete diventati adulti…”. Poi aveva tagliato corto, per non commuoversi troppo.
Il viaggio in pullman era stato una specie di regalo di fine anno. Il mezzo si era fermato in un piazzale sbagliato. L’autista era sceso per chiedere informazioni, lasciando il pullman in bilico sul crinale. Luigi era sceso per chiedere notizie. C’era stato un vivace scambio di battute con l’autista sgarbato, e non si erano capiti. Luigi aveva percepito il pericolo, ma non c’era più nulla da fare. Il mezzo si era inclinato e rovesciato con fracasso. Lui stesso si era salvato per miracolo e si era ferito a una gamba, gettandosi nel baratro. A stento era arrivato sulla strada maestra per chiedere aiuto, ma troppo tardi. A lungo l’avevano offeso col dire che aveva salvato se stesso ma non le due classi del pullman. Aveva intentato causa all’autista, ma senza risultati. La ditta del pullman e i colleghi avevano riso di lui. Luigi aveva abbandonato la città e la scuola, rifugiandosi in un paesino montano sulle Alpi.
Finalmente avevo capito il senso di quel “cinquantasei”. Non il numero dei suoi anni; non quello dei suoi cani o di donne da lui uccise; non un numero da giocare al lotto. Era quello dei ragazzi morti in quel lontano giorno: cinquantasei, prima e terza media. I posti ufficiali erano cinquantatré, ma in tre si erano aggiunti, stringendosi sui sedili.
Luigi non aveva ancora terminato di piangere sulle tante tombe simboliche. Non gli interessava più il consesso umano.
Il mio cranio pruriginoso poteva finalmente acquietarsi, con la speranza che il fastidio e i sogni non ritornassero.
Non ho mai conosciuto uno come Luigi. Ho provato a “leggere” questo sogno, a chiedermi quale messaggio volesse inviarmi. Forse sono le mie illusioni giovanili ad essere state sepolte? Voglio nascondere le mie paure e ansie? Alla fine, ho pensato che una parte del mio inconscio ricorda e rimpiange i ragazzi delle Medie a cui insegnavo. Ora che sono in pensione posso solo dire che loro non sono precipitati giù per una rupe e che, vivi e vegeti, da qualche parte stanno diventando adulti e forse si ricordano un po’ di me.

 Serenella Gatti Linares

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