Come i corpi le cose- Lettura critica di Maurizio Soldini

nanas -niki de saint phalle

Nanas von Niki de Saint Phalle-1974-20972

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Nel mondo abitano persone circondate da cose. Le persone agiscono e inter-agiscono, oltre che con se stesse e con il prossimo, con le cose. Assumendo come riferimento l’antropologia personalista, se per persona intendiamo un’unitotalità somato-psichica-spirituale, nella quale il corpo non è sic et simpliciter un dato puramente biologico, e seguendo la distinzione fenomenologica tra Körper e Leib, diciamo che da una parte abbiamo il corpo come oggetto e dall’altra il corpo come corpo proprio animato, vivo, possiamo allora ben affermare che il corpo, almeno nella seconda concettualizzazione, non può essere in alcun modo analogabile alle cose e che viceversa, a maggior ragione, le cose, in quanto tali, non sono persone e/o come persone.

Se le cose sono, in modo esclusivo, oggetti e non soggetti verrebbe allora da dire che le cose potrebbero essere come il corpo inteso come Körper, ovvero come corpo oggetto.  Appunto Come i corpi le cose, come titola la sua recente raccolta Pasquale Vitagliano. Ma vedremo che alla fine non è così, o almeno sembrerebbe, dal momento che la finalità della parola poetica è tra le altre quella di animare, di dare anima, anche alle cose, anche nella loro più bassa dimensione e concezione. Per quanto il tutto avvenga come un evento tipico della desolazione esistenziale.

La cifra della poesia della plaquette Come i corpi le cose è, infatti, lo spaesamento e il dis-perdersi (C’è chi ha perso la strada…. Le strade, pag. 26). Nel contesto del paesaggio dell’anima si aggira inquieto e debordante dallo spirito un corpo pressoché de-realizzato e de-contestualizzato dalla persona (Il mio corpo è di vetro…, in La via dell’acqua, pag. 25), che, insieme ad altri corpi spersonalizzati e stigmatizzati nella materia segnata dal loro passaggio, presente o passato, conosciuto e misconosciuto (Non ricordo più il tuo nome, pag. 20), indugia nella fusione d’orizzonte con le cose. Addirittura, si può dare uno spaesamento tale e tanto da far sì che si tracimi nell’angoscia e allora, mentre all’uomo cade la maschera, le cose paiono, uniche, nella permanenza, loro e solo loro, in una dimensione che, sola, sembrerebbe carica di senso. Quel senso che invece dovrebbe appartenere soltanto alla persona, persona anche in quanto corpo proprio, in virtù della sua corporeità, di quel corpo che è vivo, che è soggetto-vivente, e invece quel senso rischia di sfuggire al corpo, pena la sua cosificazione, per sfuggire in altri oggetti, nelle cose.

Corpo che purtuttavia non regge, perché non è nella sua natura, alla reificazione. Il corpo è di passaggio, ma anche l’anima è transeunte, nella misura in cui è strettamente unita al corpo. Con la morte l’anima lascia il corpo a se stesso, in modo netto, nell’attesa dell’eskaton. Ma anche durante la vita si annida nella persona il pericolo della schizofrenia non solo della mente, ma dell’anima, e anche se non soprattutto del corpo, sempre più Körper e sempre meno Leib.

Il pericolo scaturisce così da questa schizofrenia, da questa divisione patologica, che scinde e dissocia dalla realtà e conduce al solipsismo e alla disperazione, in mancanza della speranza. Se non fosse per quel barlume superstite di coscienza, come avviene nel caso dello spaesamento del poeta, che riesce a operare in modo trascendentale e nell’istante a trasmettere alla parola il senso dello sbarramento alla fuga. Fuga da tutto quanto è vi è di umano. Ma proprio in quanto umana, affetta dalla caducità e dalla finitudine, dal male morale e anche civile, ma con l’apertura di fatto al bene, la persona, per quanto mortale, proprio per questo motivo si diversifica dalle cose che invece per paradosso sembrerebbero eterne. Eterne ma non prossime al divino, perché alla fine mancano della soggettività, della libertà, in poche parole della spiritualità e soprattutto di quella sacralità, che possono avere solo per intermedia persona.

Lo spaesamento nasce, allora, anche da questa presa di coscienza: la persona, salda nella sua unitotalità somato-psichica-spirituale, viene meno cedendo, quando la persona muore, sia virtualmente sia effettivamente, e pertanto solo se l’anima lascia il corpo. In tal caso sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) essere davanti ad un’irreversibile reificazione del corpo, che comunque non possiamo confondere con una de-sacralizzazione del corpo. Anche dopo la morte, infatti, il corpo, per quanto non più persona, potrebbe essere assimilato ad una cosa, ma non è così in quanto quel corpo in quanto è stato una persona è sacro e va rispettato anche in questa fattispecie per quella dignità che spetta al defunto, che fa sì che nessuno ne possa disporre a proprio piacimento, e una sana morale vuole che a quel corpo venga data la dovuta sepoltura, come da sempre ci ricorda anche Antigone.

In vita il corpo si gioca la sua significanza tra Körper e Leib, corpo come oggetto e corpo come soggetto, quest’ultimo con i vissuti del corpo proprio. Come dicevamo, nella poesia di Pasquale Vitagliano ci troviamo davanti allo spaesamento proprio perché vi una difficoltà dell’uomo, di tutti gli uomini, e qui se ne fa carico il poeta, a reggere allo scacco provocato dal Körper che tenta di sopravanzare il Leib con la messa in pericolo della persona.

Ecco allora una serie di paesaggi del corpo e nel corpo confusi, accatastati e compromessi con le cose e con gli oggetti, che entrano in contatto col proprio corpo e con altri corpi e che la coscienza in extremis riesce a sublimare, nel bene e nel male, nei vissuti che il poeta perviene ad incarnare nella parola, andando così verso quell’oltre in cui persone e corpi e cose si giocano la partita lasciando l’unica possibilità di scampo al nulla da parte dell’essere. Un essere altrimenti fuggevole e per di più ammalato e contaminato da una pseudo-civiltà, per non dire da una in-civiltà, e da una regressione sociale e culturale, che accentua la de-solazione dello spirito. Desolazione, spaesamento e angoscia che avvolgono in toto l’uomo (… Ed è di nuovo festoso questo restaurato silenzio,/ perché sì, non c’è niente di più familiare/ di questa mia, ritrovata e piena desolazione, pag. 29).

La persona può avere come unica via di fuga dallo stallo in res, come ci indicano i versi di Vitagliano, quel tentativo di pacificazione che chiamiamo poesia. Le cose sono sempre di più come i corpi e ancor di più le cose si avvicinano al sacro, mentre il corpo rischia di perdere la sua sacralità. E le persone nel frangente perdono se stesse. Per usare un adagio della quotidianità potremmo dire: “Non c’è più religione”. Si è perso tutto. Meglio ancora: “Dio è morto”. È venuto meno il fine che è il principio, il Bene, e noi ci siamo perduti. Insieme al venir meno del significato dei fini, primo fra tutti quello del Bene, vi è stato il disfacimento della persona e del corpo, che si stenta a declinare come Leib, come corporeità. E l’insignificanza e l’insensatezza rischiano di condurre all’oggettività di fatto, ma anche virtuale (Se solo ci fossimo parlati…, pag. 30), là dove si rischia di perdersi nell’evanescenza dell’etere, con lo spiazzamento definitivo del soggetto con la sua corporeità. Col rischio che sia e-veniente l’era della de-soggettivazione e della oggettivazione de-materializzata.

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nanas – niki de saint phalle

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In Come i corpi le cose vige per lo più un linguaggio aderente allo spaesamento, alla de-soggettivazione, all’angoscia esistenziale, al rinvenimento di stralunati paesaggi dell’anima, del giorno e della notte, dell’agnizione e della cognizione, del misconoscimento, della città, al caffè, nel traffico cittadino, del mare, del dolore, della campagna, del Sud con la sua arretratezza e desolazione mostrata dal pallore dell’ozio piuttosto che dei negozi dei bar, delle barberie, un Sud da costruire ma con “calvari in cantiere” (pag. 46), della fame, della povertà, dei figli, dei massacri, della morte violenta, della malattia, di una piazza che non è più piazza e non è più prato, ma campo da golf, incompleta cattedrale di vanagloria, dove non ci sono più operai, contadini e borghesi (chi vi è dunque?), di un centro commerciale, etc. Un linguaggio a volte netto ma più spesso criptico, logico ma più spesso alogico e visionario, che prende nota da una realtà surreale e onirica. Linguaggio che rende ben conto della realtà, nella schizofrenia di anima e corpo, in questo momento storico, politico, sociale, morale, intellettivo e affettivo di quel dilaniante non sentirsi più a proprio agio in un paese terrestre, in cui succede di doversi sentire fuori dal tempo e dallo spazio al punto che il soggetto non è più il corpo proprio che è e che vive, ma quel corpo reso vano oggetto.

Le cose sono così assimilate ai corpi e siamo allora di fronte ad una inversione di ruolo, dove si può dire, in piena temperie di realismo terminale, che sono Come i corpi le cose.

Ma verrebbe di azzardare che i fatti non stiano proprio così. In quanto per Vitagliano anche le cose hanno un’anima, se non proprio la loro quella che gli fornisce il poeta con la parola. Anche le cose sembrerebbero così avere, ci si scusi il paradosso, come i corpi una dimensione di Körper e di Leib. In questa fattispecie sembrerebbe che Vitagliano voglia mandare in tal modo il suo messaggio poetico e nello stesso tempo civile in modo forte e chiaro che solo una divinità ci può salvare e questa divinità non può essere altrimenti che la poesia.

Come diceva Hölderlin “Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch” – “Là, dove si annida il pericolo, nasce la salvezza”. La poesia fa così il suo tentativo, nella desolazione e nello spaesamento esistenziale, nel vuoto sociale e morale, e nell’attuale inautenticità degli esseri umani votati al nichilismo, di ridare speranza alla ripresa di senso, nella misura in cui con la parola e con i nomi donati alle cose avvenga pure che siano Come i corpi le cose, ma non che avvenga che tout court siano Come le cose i corpi e quindi soprattutto per cercare di re-staurare nel mondo terreno l’auspicata aura di sacro, l’unica a poter mettere d’accordo oggetto e soggetto, per tornare così ad una condizione per l’essere umano in cui si possa affermare Come le persone i corpi. Nel senso di Marcel, per il quale l’uomo, la persona, non ha un corpo, ma è anche corpo, e non solo… Quel corpo, mi sia permesso di dire, che si lascia irretire e che pure irretisce nella poesia e con la poesia, insieme a tutto il suo mondo. Quella poesia che solo l’uomo in quanto persona riesce a creare. E mi sia consentito… ad amare. La poesia in ultima analisi non può non parlare e non dire anche sull’amore, di cui Vitagliano ci offre momenti delicatamente lirici in ottemperanza all’esergo di Wystan Hugh Auden da lui stesso messo al libro: “La verità, vi prego, sull’amore”, come quando in Ho scritto cose, a pag. 31, dice a chiare note che la poesia come l’amore non possono esimerci al di là di tutto di continuare a scrivere e “a mettere in versi/ la vita” per amore, anche quando questo amore è sofferto (come ne La figlia del geco, pag. 34), amore… anche della vita:

 

 

Resta il fatto che scriverò lo stesso,

perché non sono stato fatto per mettere in versi

la vita, ma per portarmi la vita dentro

 

le parole che pronuncio senza fiato,

trattenendo in gola più di mille cieli bui,

fasciandomi le mani per i tagli delle stelle

 

 

Resta il fatto che rimanessi solo più

di un prigioniero, pur con le unghie

continuerei a scrivere la vita in cui verso

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come_i_corpi_le_cose- copertina

Pasquale Vitagliano, COME I CORPI LE COSE- LietoColle Editore

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