A COLPO D’OCCHIO- Silvio Lacasella e “Le fastose cene di Paolo Veronese”

 Paolo Caliari detto il Veronese – Le nozze di Cana (1563)- (Versailles)

Veronese,_The_Marriage_at_Cana_(1563)

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Di tanto in tanto si annida con sottile perfidia all’interno dei buoni propositi un secondo e inatteso risultato. E’ questo il caso del libro Le fastose Cene di Paolo Veronese (edito da Terra Ferma), scritto da Gianni Moriani (vice direttore del Master in Cultura del Cibo e del Vino all’Università Ca’ Foscari Venezia) e distribuito in questi mesi poco estivi, in coincidenza con l’importante rassegna dedicata al grande pittore del Cinquecento a Verona (nelle ampie sale del Palazzo della Gran Guardia e visitabile sino al 5 ottobre). A partire dal titolo, esso ci ricorda come non sarà mai possibile restituire in un unico itinerario espositivo la parte più grandiosa e stordente di questo formidabile ideatore di immagini, definito da Berenson “il più grande maestro di visione pittorica, come Michelangelo è il più grande maestro di visione plastica”.
Impensabile, infatti, presentare in sequenza le sue spettacolari e gigantesche Cene, “maestose invenzioni” (Ridolfi 1648). Anche se il pensiero non può fare a meno di ricordare che l’unica ad aver mantenuto l’originaria collocazione – dopo essere stata ricomposta come un puzzle di 32 tessere, a causa delle sciabolate dei soldati austriaci nel 1848 – è la Cena di San Gregorio Magno, ancor oggi appesa nell’antico refettorio dei frati, nella Basilica di Monte Berico a Vicenza. Non che nelle misure più contenute Veronese perda i toni intensi di una luce chiamata ad esaltare uno spazio mentale “primaverile” e per certi versi astratto, fulgido nel suo battito interiore, solare, la cui aria pulita e festosa percorre e bagna ogni tono, ogni cadenza cromatica, ogni stato d’animo. Ma è nelle vaste dimensioni che l’incedere felice e miracoloso del suo dipingere si trasforma in impareggiabile racconto.
Un veneziano arrivato da fuori, quando già aveva superato i ventitré anni, dopo essersi formato a Verona – dove era nato nel 1528 (morirà nel 1588) – nella bottega di Antonio Badile, le cui finestre erano aperte in direzione del manierismo, di Correggio, di Parmigianino, della pittura fiorentina e romana, filtrata attraverso Giulio Romano, presente nella vicina Mantova. Un veneziano dal “crepitante” cromatismo, che riflette sull’arte classica, sulle bianche architetture di Sanmicheli prima e di Palladio poi. Scrive Guido Piovene: “Veronese, interiorizzato il Palladio e giovandosi del suo mezzo spiccio sembra realizzarne i sogni” per poi aggiungere, con grande sensibilità di sguardo: “la luce gioca non come in natura, ma come negli spazi dell’architettura in cui sorgenti luminose ed effetti vengono predisposti dall’architetto”. Così è Veronese, “il suo tono non cade mai in fallo, ogni suo colpo dice e conclude” (Aleardi), progetta e contorna la luce, così da creare placche luminose in grado di scandire una musicalità al cui suono è impossibile sottrarsi. Infatti, chi si pone di fronte ai suoi quadri, come scriverà nel 1762 Algarotti “non è contento solo di vederli, vi vorrebbe, per dir così, esser dentro, camminargli a suo talento, cercarne ogni angolo più riposto”, poiché tutto, come ancora osserva Piovene “sembra verosimile, e possiamo andarvi anche noi”.

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cena in casa di simone (1556)-  torino- galleria sabauda

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cena in casa di simone (1556)-  torino- galleria sabauda

07 veronese - la cena in casa di simone

paolo veronese- cena con gregorio magno ancora oggi nel santuario di monte berico (vicenza)

Veronese_Cena in casa di simone

paolo veronese- cena a casa di simone (1567-1570) – (Brera – Milano)

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paolo veronese- cena in casa levi – (Addademia di Venezia )

cena a casa di levi -Paolo_Veronese_007

paolo veronese- cena in casa levi- dettagli

la cena in casa di levi -dettaglio 2

la cena in casa di levi-dettaglio

paolo veronese- cena in emmaus (Louvre)

06 veronese - cena in emmaus

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Quali sono queste Cene? Una, la prima, la “Cena in casa di Simone”, l’unica ad essere dipinta a Verona, per il convento benedettino dei Santi Nazaro e Celso (1556): è alle pareti della mostra e questo è un evento nell’evento. Poi l’imponente tela delle “Nozze di Cana” (1563) eseguita per San Giorgio Maggiore a Venezia e ora al Louvre; quindi, due rappresentazioni della “Cena in casa di Simone” , entrambe dipinte agli inizi degli anni ’70, una alla Pinacoteca di Brera e l’altra a Versailles. Inoltre c’è la celebre “Cena in casa Levi”, ora alle gallerie dell’Accademia a Venezia, la cui vicenda è stata ricostruita in forma di racconto anche in “Processo per eresia“ da Neri Pozza. Episodio (1573) citato non solo quando si parla di Veronese, ma anche quando capita di affrontare uno degli argomenti centrali della storia dell’arte: il rapporto tra artista e committenza.
Nel 1887, tra i documenti, si scoprì il verbale di un processo che vedeva il pittore accusato dall’inquisizione per aver trattato con inaccettabile leggerezza uno dei temi maggiormente rappresentativi della cristianità: “L’ultima cena”, dipinta per il refettorio del convento dei frati domenicani dei Santi Giovanni e Paolo. Tra le altre cose gli venne contestato di aver inserito nella rappresentazione, a poca distanza da Gesù, un cane, un nano buffone indaffarato col proprio pappagallo, alcuni soldati tedeschi con l’alabarda, persino una figura intenta a tamponarsi il sangue dal naso. Se non fosse per il Cristo seduto al centro, sul quale l’artista fa confluire una luce diversa, in effetti Veronese sembra raffigurare un comune banchetto, di quelli che stancamente si trascinano verso la fine in un’atmosfera annoiata.
A sua difesa l’artista disse cose semplici, tra queste: “Noi pittori ci prendiamo le stesse libertà che sono consentite ai poeti e ai matti”. Tutt’altro che matto, nel cuore teneva stretta la propria arte, difendendone orgogliosamente la fonte segreta. Essa contava più di tutto il resto. Infatti, anche in quella circostanza, anziché abbassare il capo di fronte all’inquisizione, accettando di modificare la scena, ritenne più conveniente cambiarne il titolo e fu così che la celebre tela, lunga quindici metri e alta più di cinque, come per magia, si trasformò nella “Cena in casa Levi”.
Se Veronese, dunque, dipinge la luce, è pur vero che egli quella luce la trova nel proprio tempo, ecco perché trasferisce ogni dettame iconografico in una particolare e, solo sua, visione del mondo. Ovviamente, queste libertà, tanto ammirate quanto impensabili per altri pittori a lui contemporanei, venivano guardate con sospetto dai “controllori della morale”. Nella teatralità della rappresentazione, egli restituisce una verità percepibile. Il libro di Gianni Moriani, accompagnato da una nota introduttiva di Paola Marini, ha proprio il merito di introdurci nell’ambiente tradotto per immagini da Paolo Veronese: Paulino “spezzapedra”, cioè “tagliapietra”, come veniva all’inizio soprannominato l’artista, ricordando il lavoro del padre.
Quando Moriani scrive“il Cinquecento è il secolo in cui si afferma in Italia, nel banchetto, la nuova arte culinaria. Appaiono i professionisti: addetti al servizio e alla cucina. Le sale da pranzo vengono allestite come veri e propri teatri”, nei dipinti di Veronese entriamo senza inciampare. Così come quando egli si sofferma sull’importanza culturale, non solo economica e sociale, delle stoffe e dei tessuti nella Venezia del tempo: velluti, sete, lane, preziosi decori e merletti (ma lo stesso si può dire per i gioielli). Una contestualizzazione storica che ci aiuta a comprendere meglio come gli elementi decorativi riescano a trasformarsi nei suoi quadri in ipnotizzanti percorsi di luce. Fili che si attorcigliano allo sguardo con raffinata e sensuale eleganza.

Silvio Lacasella

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Cover_Cene_veronese_sito

Gianni Moriani, Le fastose cene di Paolo Veronese nella Venezia del Cinquecento-TERRA FERMA EDIZIONI

 

**Per ingrandire le immagini basta un clic sopra ciascuna di esse.

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