METE DI VIAGGIO- Raffaella Terribile- I colori delle terre liguri

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Percorrendo la Riviera ligure di Ponente, a una ventina di chilometri da Genova, tra l’azzurro intenso del mare e il verde resinoso di colline fitte di vegetazione, lasciamo ad Arenzano la strada litoranea per attraversare il centro abitato e inerpicarci in collina, fino ad arrivare in uno spiazzo davanti al Santuario di Gesù Bambino di Praga. La storia di questo luogo è piuttosto curiosa: la devozione a Gesù Bambino nacque dalla fede di padre Giovanni Ludovico dell’Assunta dell’Ordine dei Carmelitani nel 1628, che commissionò per la chiesa una statua del santo bambinello per l’educazione dei novizi del monastero, da porre nell’oratorio dove i frati si radunavano per le preghiere quotidiane. La statua, donata dalla principessa Polissena di Lobkowicz, era un antico ricordo di famiglia, dono di nozze alla madre nel 1587, e già dono di nozze della nonna. Rimasta vedova, nel 1628, prima di ritirarsi nel suo castello di Roudnice nad Labem, la principessa donò la statuetta di cera di Gesù Bambino al convento, affinché vi fosse degnamente custodita. Dapprima collocata in convento, in seguito, nel 1641, su richiesta dei laici devoti, trovò posto in chiesa, offerta alla pubblica venerazione dei fedeli. In seguito, padre Giovanni della Croce, priore dei Carmelitani Scalzi di Arenzano, il 25 settembre 1900 collocò un piccolo quadro raffigurante Gesù Bambino sotto la statua della Madonna del Carmine nella chiesetta del convento, dando così nuovo vigore alla devozione del Bambino Gesù. Il quadretto fu presto sostituito da una statua donata anche questa volta da una donna, la marchesa Delfina Gavotti di Savona, posta il 2 giugno 1902. Due anni più tardi ebbe inizio la costruzione di una chiesa più ampia, inaugurata quattro anni dopo e, nel frattempo, nel 1903, nacque la Confraternita del santo Bambino Gesù di Praga, approvata da Pio X. Una serie successiva di avvenimenti contribuì a proiettare il santuario al di là degli orizzonti locali. Il 7 settembre 1924, in seguito ad un decreto del Capitolo Vaticano, la statua di Gesù Bambino fu solennemente incoronata dal cardinale Merry del Val con una corona benedetta personalmente da Pio XI. Il santuario fu consacrato nel 1928 dal vescovo ausiliare di Genova, mons. Giacomo De Amicis, e ricevette in quell’occasione il titolo di “basilica minore”.

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Interno santuario Arenzano- La fascia superiore rappresenta le tre città connesse con il culto del Bambino- a sinistra Praga, con la porta turrita che immette nel quartiere di Malà Strana dove si trova la chiesa del Bambino; a destra Avila, con il Duomo in primo piano. Dall’altro lato della porta è raffigurata Arenzano con il Santuario sullo sfondo delle colline.

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dettagli

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La particolarità di questa chiesa, oltre alla devozione per le immagini del Santo Bambino, sta in un importante ciclo di sculture a altorilievo in ceramica maiolicata a gran fuoco, di vario colore, realizzate da Angelo Biancini tra il 1967 e il 1973, posto sui due bracci del transetto e sulla controfacciata (da sola quest’ultima opera misura circa 100 mq) a coprire le intere pareti. Lo stesso artista ha definito questo lavoro “un’esperienza di valore non comune nel campo dell’arte figurativa religiosa moderna” e “l’opera più completa” della sua produzione. Angelo Biancini (Castel Bolognese 1911 – Ravenna 1988) si è formato all’Istituto d’Arte di Firenze con Libero Andreotti e ha iniziato la sua attività artistica negli anni Trenta, esponendo le prime opere alle mostre sindacali, alle Biennali di Venezia (dal 1934 al 1958), alle Quadriennali (1935-39) e alla Settima Triennale di Milano. Insegnante all’Istituto d’Arte Ceramica di Faenza, cattedra di decorazione plastica, è stato artista poliedrico anche nella scelta delle tecniche e dei materiali perché i suoi lavori, anche se preminentemente realizzati in ceramica, si avvalgono talvolta di elementi lapidei, bronzo, cemento. L’amicizia con Paolo VI lo portò a una serie di committenze di diversa importanza e monumentalità, con la realizzazione di opere che si presentano spesso come sculture parietali, come negli esempi di Arenzano, sempre in stretta connessione con l’architettura e dove alla abilità per le vibrazioni materiche dello sfondo si trova sempre abbinata un’originalità nel modellato plastico che ne fa un tratto distintivo, né naïve né del tutto figurativo nel senso della mimesis, come se la memoria dell’antico, della scultura a rilievo religiosa del passato, emergesse sempre in sottotraccia, una linfa che alimenta di volta in volta le scelte formali dell’artista. Alla fine degli anni Sessanta ottenne importanti commissioni anche all’estero e sue opere sono presenti nei musei di molte capitali europee, americane e asiatiche. Tra i suoi lavori più importanti, le sculture per la nuova basilica di Nazareth in Terra Santa, il baldacchino per la chiesa dei martiri Canadesi a Roma, le opere nel museo d’arte contemporanea in Vaticano, il monumento a Don Minzoni ad Argenta (Ferrara), quello alla Resistenza ad Alfonsine (Ravenna) e quello eretto ad Aquino (Frosinone) in occasione del VII centenario della morte di S.Tommaso d’Aquino (1274-1974).

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Entrati in chiesa e percorsa la navata, sulla parete a sinistra del transetto lo sguardo incontra lo Sposalizio della Vergine con S.Giuseppe al cospetto del sommo sacerdote, le tre fanciulle con i doni nuziali e i pretendenti di Maria; più in là la Visitazione, dove un grande arco stilizzato allude alla città di Gerusalemme e ai lati celebri donne bibliche, “figure” della Madonna: Rebecca, Rachele, Ruth ed Ester. Sulla porta di uscita, ecco il “bozzetto” delle Nozze di Cana e, vicino, un San Giovanni della Croce. All’entrata della sacrestia ci accoglie il Cristo glorioso fra gli Angeli e i Santi. A destra, sulla parete di fondo, la Natività ci attira incuriosendoci, particolarmente povera, umanissima con la bellissima figura di San Giuseppe pensoso e uno stranissimo bambinello “volante”. Attorno, scene di lavori legati al mondo della campagna: la caccia, la potatura degli alberi, la tosatura delle pecore, la carità ai poveri con S. Martino che dona metà del suo mantello. Sull’altra parete vediamo San Giuseppe con Gesù Bambino. Il Santo ha nelle mani la Bibbia che insegnò a Gesù Bambino, posto ai suoi piedi. Ai quattro angoli, i quattro evangelisti con il motivo simbolico del Tetramorfo. Sopra, il monte Tabor, incrostato di conchiglie. Infine la Madonna Assunta. Sulla parete di controfacciata a sinistra si riconosce Paolo VI che proclama S.Teresa di Gesù dottore della Chiesa nel 1970, presenti le sue figlie in festa e i cardinali e vescovi. Sopra, a sinistra, ecco le due città di Avila e di Praga e, a destra, ben riconoscibile Arenzano, con il santuario e, più in basso, i due episodi del dono della statuetta da parte della principessa Polissena e l’incoronazione dell’immagine da parte del card.Merry del Val raccontano in sintesi la storia del luogo dove ci troviamo. La parte superiore del tamburo rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Verbo Divino distinto in tre parti: a destra l’Annuncazione, al centro la colomba dello Spirito Santo (Incarnazione), a sinistra Maria, Madre della Chiesa.

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Lo Sposalizio è, In ordine di tempo, la prima opera che Biancini ha realizzato per il Santuario, ultimata all’inizio del 1968. Consta di tre pannelli: quello centrale più grande, misura quasi 4 metri di altezza per 2,40 di larghezza; i due laterali hanno uguale altezza, ma larghezza minore (circa 1 metro). Il tema del riquadro centrale è, appunto, lo sposalizio di Maria e Giuseppe: al centro dominano tre figure, composte come tutte di tasselli sapientemente accostati come in un mosaico plastico tridimensionale: il sommo sacerdote, maestoso e sacrale, che solennemente unisce nel santo vincolo le mani destre dei due sposi, Maria, serena, ma riservata, con una posa, un atteggiamento, una capigliatura, che ricordano gli angeli di Melozzo da Forlì, Benozzo Gozzoli o Piero della Francesca; Giuseppe, radioso, con la mano sinistra levata in alto a mostrare il ramo fiorito in un gesto di gioia spontanea, incontenibile e umanissima. Il gruppo dei pretendenti è raffigurato a sinistra, mentre a destra avanzano tre fanciulle che recano canestri di doni nuziali. Sopra le teste degli sposi due angeli librati in volo tendono sacri veli, chiudendo architettonicamente il gruppo. Sullo sfondo, nella parte alta del pannello, una doppia serie di archi, vera sineddoche visiva, simboleggia il tempio, luogo non tanto materiale, quanto spirituale, della sacra cerimonia. Fra gli archi, stelle, fiori e bianchi agnellini fanno respirare l’atmosfera di gioia, di festa, di canti che accompagna le nozze. In basso un accenno al mare: alcune caravelle lo solcano, bianche colombe lo sorvolano, lambendo anche le persone, e quest’immagine ci restituisce l’azzurro lasciato poco prima, al nostro arrivo al Santuario. Nella scena dello Sposalizio il punto focale del pannello principale è rappresentato dai tre volti accostati dei due sposi e del sacerdote, con una sapientissima capacità di resa psicologica, finemente espressiva: la solennità “professionale” del sacerdote, l’affetto e la nuova consapevolezza di Giuseppe e Maria che hanno appena unito le loro vite per sempre: gli occhi negli occhi, la mano nella mano, lo stesso sguardo intenso. Anche i personaggi comprimari fanno leggere i loro stati d’animo: i pretendenti delusi, accomunati dalla sorte, sembrano chiudersi in se stessi, piuttosto tristi in viso e quasi insensibili all’evento che si compie davanti a loro, come se quelle nozze ormai non li riguardassero più. Qualcuno stringe ancora in mano il ramo secco, ormai inutile. “Le sue figure, come nota il critico Dario Zanasi, hanno l’aerea leggerezza dei sogni mattutini. Escono dalla bruta materia e diventano fuoco, anima, cuore che soffre, che sanguina, che ama. I suoi personaggi stanno fra la terra e il cielo”. I colori rappresentano un altro elemento di grande bellezza e di forza espressiva: i toni cangianti, le sfumature che evidenziano e accompagnano i sentimenti e le espressioni delle figure, sono scelti e stesi in maniera attenta a sottolineare di volta in volta le attitudini, gli stati d’animo. Con mani abili e sapenti, l’artista ha plasmato l’incanto di una favola reale, vero gioiello per concezione, composizione e cromie, passando dai toni del blu a quelli del verde e del rosso fino al marrone e al bianco, realizzando un quadro di altissima poesia visiva, religiosa e umana. Scrive il critico Renzo Biasion: “L’origine di tali sculture colorate risale ai Della Robbia, ma Biancini ha tratto dai forni magici di Faenza colori che sono moderni e suoi e servono ad esaltare la sua scultura mossa e ardente. Il risultato è, insieme, di finezza, di eleganza e di vigore”. Nelle due “stele” laterali, su fondo marrone, campeggiano in alto due angeli per parte in monocolore bianco, uno a piena figura, l’altro a solo busto, entrambi di profilo e rivolti verso il centro, quasi araldici e in atteggiamento orante: quelli a sinistra a mani giunte guardano verso l’alto, quelli a destra con mani incrociate sul petto e testa leggermente piegata. Nella parte bassa la scena dell’Annunciazione: anche qui il colore è unico, ma per distinguere queste figure da quelle degli angeli sovrastanti e conferire loro un rilievo maggiore, invece del bianco l’artista ha usato un tenue grigio-viola di effetto bellissimo. La Madonna sta ascoltando e riflettendo all’annuncio dell’angelo, che con solennità assolve l’importante compito. Nel fondo sono incisi tondi e colombe simboliche. Anche qui risalta la grande accuratezza con cui Biancini ha realizzato anche gli elementi secondari della composizione, per lui nulla sembra secondario, tutto è valorizzato al meglio affinché possa contribuire pienamente all’armoniosa sinfonia: le colombe sono posizionate con uno schema “ritmico” che fa vibrare lo spazio attorno alla caravella, modellata con sorprendente efficacia, le linee curve dei fondi che sembrano veramente onde marine in movimento. Un quadretto pieno di fascino che già da solo cattura gli sguardi e conquista lo spirito. Come nei pulpiti toscani di Nicola e Giovanni Pisano, anche qui gli episodi sacri si accostano e si sfiorano, senza perdere mai in coerenza e leggibilità, come tante pagine miniate stese su un’unica ampia superficie. A stupire è la grande sensibilità per la texture del fondo, elemento connettivo dei diversi episodi, finemente lavorato e dall’alto valore decorativo, su cui si appoggiano con un rilievo più aggettante le figure allungate che compongono le diverse scene, come accade nella scena della Natività, restituendo l’impressione a chi guarda che una mano invisibile le abbia appena tolte dalla scatola del Presepe per disporle in maniera assolutamente libera e creativa a risignificare lo spazio. La meraviglia è grande nel gustare ogni piccolo dettaglio e la freschezza con cui l’artista ha saputo rendere vivi i personaggi, come il bambinello che sembra sospeso tra le teste di Maria e di Giuseppe. Non esistono delimitazioni di campo, non c’è prospettiva: eppure queste figure come in un grande affresco medievale trovano la loro coerente disposizione reinventando i rapporti tra primo piano e sfondo. Nella parte sovrastante la Natività, inserite in una fascia come in una pagina miniata, sono rappresentate la vita dei campi e della natura per piani e per masse ben delimitate, e in questi dettagli l’artista mostra un forte richiamo alle iconografie romaniche e gotiche fino al prerinascimento, con un gusto per il primitivismo in linea con la ricerca del Novecento, mai sterile citazione e sempre unione originalissima di tradizione e modernità.

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Usciti dalla chiesa, una nuova sorpresa ci attende in un ampio locale sotterraneo accessibile dal sagrato antistante, dove lo scultore Eliseo Salino ha mescolato con pazienza scagliola, gesso e juta ottenendone un impasto di color grigio calce, con cui ha modellato una vasta grotta, ricca di stalagmiti e stalattiti: un incredibile coloratissimo Presepe con statuette in ceramica, più di trecento, alte 35/45 cm, “figure, ha detto l’ artista, dove ci possiamo riconoscere tutti noi; noi di Albisola, voi di Arenzano, frati e muratori, artigiani e professionisti, dotti e politici, donne e bambini. Solo se è nostro (il presepe), ritorneremo a rivederlo”. E ancora: “Bisogna che il presepio piaccia ai bambini, poi vedrete che piacerà a tutti”. E la meraviglia di ritornare bambini diventa un godimento puro alla scoperta di quadretti di vita che sembrano animarsi ai giochi di luce che fanno vedere il passaggio del mutare dal giorno alla notte: casette “liguri” coloratissime davanti a cui si affaccendano contadini, artigiani, soldati, donne di casa, bambini, animali, angoli di borghi che abbiamo già visto aggirandoci in una Liguria assolata e ospitale. La prospettiva umana si intreccia a quella divina nel gruppo della Natività, dei Magi, e nei dodici rilievi che come un sacro contrappunto ricordano qua e là episodi biblici. L’interesse spiccato per le tradizioni popolari e le storie locali, quasi “etnografico”, tipico dell’arista, si abbina a uno stile che mescola la stilizzazione quasi fumettistica alla deformazione espressionistica dell’arte “popolare”, con sculture e “dipinti ceramici” animati da scene tratte dall’immaginario della tradizione: streghe, maschere, cavalli e scene conviviali. Una fantasia inesauribile che rende anche questo Presepe un’occasione per godere di un’emozione indimenticabile e ritornare un po’ i bambini che eravamo.

Raffaella Terribile

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3 pensieri su “METE DI VIAGGIO- Raffaella Terribile- I colori delle terre liguri

  1. L’Italia non è stata in grado di sfruttare due atout eccezionali: il suo infinito patrimonio artistico e le sue innumerevoli bellezze naturali. Ne sono più convinto ogni volta che tu ci descrivi con dovizia di particolari e approfonditi cenni storici (a volte curiosi assai) certe delizie pressoché mai pubblicizzate, quindi praticamente ignote… Questa volta riesci pure a stupirci con un video acrobatico ripreso dal drone (tecnologia in ausilio alla cultura)!

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