VI RACCONTO UN LIBRO – Milena Nicolini a proposito di “Chincaglierie” di Vilde Mailli

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In casa del calzolaio, lo sanno tutti, si va con le scarpe rotte. Così di questo bel libro di poesie, di una poeta a me molto molto cara, a lungo mi sono limitata al godimento personale, complice anche una fortissima ritrosia a ‘comparire’ di Vilde, che non a caso lo ha titolato Chincaglierie. Ma, se da una parte vi si può sentire la volontà di sottrazione di chi non ritiene abbastanza importante la propria scrittura (quante donne vivono questa ‘modestia’!), dall’altra, però, fa capolino, ammiccante, dietro l’apparenza di tono basso e svelto, quotidiano, casuale, comune, qualunque, quella profonda sapienza, che apre e svela il mondo, soprattutto in Oriente, dallo zen alla poesia haiku (nel cui solco certamente sta la poesia di Vilde), ma anche in Occidente, dai proverbi ai limerick.
Vorrei proporre qui, insieme ad alcune poesie, l’anima che ci ho trovato.

p. 7
Noi siamo lo scrigno
e solo nostra è
la segreta chiave

E’ l’exergo. Tre senari legati da allitterazione di gruppi consonantici con ‘r’, che riecheggiandosi l’un l’altro propongono tanto la preziosità dell’io interiore, quanto la consapevolezza della difficoltà a condividerlo: “solo nostra” e “segreta” è la “chiave”. E lo “scrigno” insieme. Ecco cosa offre Vilde ai lettori. La fatica ad entrare in sé. Lei, che di mestiere entra negli altri per aiutarli. Ma offre anche fiducia. Tutta in quel “noi” che potentemente apre la poesia e il libro. E che rifiuta il solipsismo dell’io.
Una ricognizione, comunque non semplice, soprattutto non coerente:

da Momenti, p.104, 105
Risveglio

La luce
stampa sul muro
il pronostico della giornata

*
Affacciandomi al giorno
a passi cauti
non lo trovai

La medesima luce che apre una volta il giorno (e non importa quale sarà il “pronostico”, se comunque c’è “luce”, che è comunque certa, “stampata” sul muro), un’altra volta, invece, lo nega, lo sottrae dietro “passi” forse troppo “cauti”. Nel primo testo il ritmo va dilatandosi (trisillabo, quinario, decasillabo) dal veloce bagliore del primo verso al tempo della “giornata” (non a caso è stato scelto il termine che indica durata). Nel secondo dall’ottonario si scende ai quinari, l’ultimo anche tronco, ancora più breve e secco. E c’è un contrasto fortissimo tra l’ansiosa aspettativa del primo verso (che affida alla durata fuori del tempo del gerundio la speranza dell’affacciarsi, ma già nomina con “giorno”, l’accezione più breve, il tempo che si dovrebbe aprire) e la negazione brutale del terzo, dove il passato remoto chiude definitivamente e fatalmente. La paura, l’incertezza del secondo verso, però, forse non sono solo una premessa allo schianto della delusione. Forse sono anche un monito. I passi non devono essere troppo “cauti”.
Anche se a volte sembra che ci sia solo l’abisso della caduta oltre sé:

da Momenti, p. 106
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Al margine di me
come
precipitando

Ma un appiglio (per ora sonoro) è indicato, ed è proprio nel “me”, così sottolineato, quasi ripetuto nell’allitterazione. Nel testo successivo l’appiglio si evidenzia:

da Momenti, p. 107
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Cielo grigio, basso
non c’è orizzonte
solo slargo d’anima

Potente, infatti, quest’antitesi tra l’oppressione del primo verso (“cielo… basso”), l’annichilimento d’ogni realtà nel secondo e il dilatarsi, di colpo, (bellissimo questo “slargo” che è anche azione, a gomitate quasi) di qualcosa che sta e va oltre: l’”anima”. Tre quinari, e l’ultimo sdrucciolo che allunga sussurrando (allitterazione di ‘s’ ed ‘l’) la sillaba finale quasi muta.
E allora si può arrivare a dire:

da Momenti, p. 99
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Nel mezzo del mio centro
cade una foglia
e inonda

La ripetizione nel primo verso (“nel mezzo”, “centro”) che insiste sulla esatta percezione dell’identità più profonda e celata non segna chiusura. Non c’è neanche bisogno di dire in quale dove di fuori cada quella “foglia”. L’io in serena consapevolezza accoglie in sé il mondo, la foglia (non a caso è stata scelta una cosa qualunquissima, comunissima) è avvertita in sé, parte di sé. Ecco perché “inonda”: con la foglia sta, dentro, appunto il mondo, l’universo, senza rive, limiti, confini, ripari, chiusure. Anche se il ritmo dei versi è degradante, la chiusa è così potente da travolgere tutte le parole precedenti.

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Carol Wilson

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Il mondo, la natura, gli animali sono comprimari nella poesia di Vilde. Anzi no. Sono in contiguità costante, coessenziali coi suoi pensieri, le sue emozioni, gli affetti.

da Stagioni, p. 10

Cade la neve
calicanto fiorito
profumato silenzio

C’è il richiamo stagionale, tipico dell’haiku, con dentro già il contrasto/cesura: la neve (bianca) e il calicanto fiorito (giallo), da cui emerge un sentimento che intuisce un oltre, il quale, più che un’unione di contrari, è il rimando ad una dimensione altra dove tutto è in connessione armonica: il “silenzio” non sottrae, non nega, ma è “profumato”. Ci si può vedere anche una specie di sillogismo: il primo verso, che dà una situazione generale, può essere una sorta di premessa maggiore; il secondo verso, che coglie un particolare contenuto nella precedente situazione, ma con una caratteristica speciale (“fiorito”), può essere una premessa minore. Il legame tra i due versi è accentuato dalla comunanza sonora dovuta all’allitterazione di ‘ca’. Il terzo verso è come una conclusione, ma che scopre molto più del classico sillogismo; infatti riprende dei vv. 1-2 le adiacenze metonimiche: il silenzio è una caratteristica essenziale della neve ed il profumo è la sconcertante intensissima qualità del piccolo fiore del calicanto; così è su una nuova realtà, più complessa, che arrivano i nostri sensi.

da Stagioni, p. 12
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Fermo è il merlo
sul ramo fiorito
-corriamo noi inconsapevoli

Il contrasto forte è tra il “fermo” (parola chiave sottolineata dall’allitterazione di ‘m’ e dalla quasi-rima ‘fer-mo’/ ‘ra-mo’/ ‘corria-mo’) del merlo nel primo verso e la corsa del “noi” nel terzo, evidenziato dalla lineetta della cesura, anche questa caratteristica dell’haiku. Ma il vero contrasto è tra la felicità sottesa al “ramo fiorito” e il terribile “inconsapevoli” (più che della corsa, della perdita del “ramo fiorito”), che arriva fulmineo nella posizione eminente di fine poesia, scavando a fondo nella prima antitesi.

da Stagioni, p. 16
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Autunno e piove
ma gli uccelli festeggiano
tra bacche rosse

La stagione, “autunno”, è dichiarata, connotata da “piove” nel primo verso. Nel secondo il “ma” segna l’inversione degli “uccelli” che “festeggiano” rispetto alla sottesa malinconia invece umana di fronte alla uggiosità autunnale. L’accensione del terzo verso, che fa esplodere le “bacche rosse”, diventa più che una sottolineatura dell’antitesi: è un’apertura, una preponderanza che fa esondare nell’adiacenza, comunque altra, dell’elemento animale. Frequente nella poesia di Vilde. La poesia rivela. E suggerisce. Perfettamente haiku il ritmo prosodico di quinario, settenario, quinario.

da Stagioni, p. 18
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Andando piano
puoi vedere
la bacca rossa sul ramo
la coperta gialla e oro dello stagno
e
dove la trama si smaglia
un battito
d’argento

Completa ed esplicita la precedente., ma come in un trascinamento fascinoso. Con un movimento lento dichiarato nel primo verso, si apre l’altra  vista, delle bacche rosse appunto e della immobile “coperta gialla e oro dello stagno”, ma soprattutto si riesce a cogliere un particolare minutissimo, che è invece così veloce da non essere quasi percepibile dai sensi normali, “un battito”. Che svela, come in un’epifania, qualcosa di misteriosamente vivissimo (“battito”: pulsa) e prezioso (“d’argento”). Un bellissimo intarsio di colori, inconfondibile carattere della poetica di Vilde, legato in trama stretta dalle assonanze: “piano”/“ramo”/“stagno”, “gialla”/“trama”/“smaglia”.

da Stagioni, p. 14
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Nel quadro alla finestra
dondola la betulla
-natura viva

In opposizione il fermo di uno spazio perimetrato – e limitato – a quadro ed il suo dentro in cui si muove “la betulla”: l’ultimo verso, anche se segnalato dalla cesura della lineetta, non si contrappone, ma esplicita, con la forza nuova di un riferimento antitetico sotteso: “natura viva” vs quella ‘natura morta’, titolo e tema di tanti dipinti. C’è sicuramente un ricordo di certi quadri-finestre di Magritte.

da Stagioni, p. 13
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Colore di Monet
azzurro che ti sprofonda
in-perduti sentire

L’antitesi sta tutta nella parola divisa dalla lineetta: “in-perduti”, che apre un doppio binario; un affondare in sensazioni attive (è un verbo, non un nome a determinarle) non perdute e che, per ampliamento indotto dal verso precedente, sospendono fuori del tempo. Ma potrebbero essere sensazioni perdute e che non abbiamo più, dentro cui (“in-“) Monet ci fa ritornare, superando comunque i limiti del tempo. C’è un ampliamento progressivo: il quadro, ben delimitato e di un preciso pittore, anzi un colore del quadro, viene esteso ad un riferimento stagionale tanto indeterminato quanto generale (azzurro–cielo–estate) ed emozionale, fino ad uscire (“ti sprofonda”) dal contingente dello spaziotempo iniziale. Perfetta armonia ritmica di un settenario, un ottonario, un settenario

da Stagioni, p. 17
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I monti hanno il manto brunito
Autunno allarga a valle
la sua scacchiera rossa e gialla
Nel silenzioso blu
sospeso un deltaplano

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quilt

quilt6.

Le impressioni coloristiche, immerse nella vasta spazietà panoramica, non immobili ma in movimento-azione, incarnate come tante volte in Vilde, ripropongono nella tavolozza-“scacchiera”, l’azzurro sprofondante di Monet, qui un “blu” silenzioso come il profumo di calicanto nella neve, dove l’io resta “sospeso”, in immersione. Suoni allitteranti (‘m’ e ‘n’ nel primo e secondo verso; ‘s’ nel terzo quarto e quinto) e consonantici (“valle”/“gialla”/ “allarga”; “bru(nito)”/“blu”; “silenzioso”/ “sospeso”) accompagnano e sottolineano l’intarsio coloristico.

da Paesaggi, p. 29
Stampa cinese

I salici
e questi specchi d’acqua
che allargano madreperla al sole
spaesano

Ecco l’ampliarsi dal questo dei “salici” e degli “specchi d’acqua” (che già, in quanto specchi, aprono ad un’ulteriorità canonica) verso una spazialità più che uranica – perché madreperlacea e quindi deformante, ma in modo fascinoso e coinvolgente – dove sta il sole. Lo spaesamento dell’ultimo verso, che sospende, non è perdita, ma esperienza ulteriore che svapora ‘questa’ realtà.

da Stagioni, p. 11
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Farfalle in inverno?
no sei tu che variopinta
volteggi sugli sci

Il contrasto – che non c’è – è nella domanda del primo verso. Lo svelamento e scioglimento è nel secondo. Ma nel terzo, riprendendo col volteggio la metafora iniziale, si supera l’artificio retorico, e la poesia apre ad un’identità nuova ed inscindibile (bimba-farfalla) ed a una realtà diversa dove i colori si incarnano ed hanno vita a sé. L’allitterazione di ‘v’ e vocale diversa, sembra un gorgheggio che affianca il volo della bimba-farfalla.

da Stagioni, p. 19
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Lampo giallo
settembre matura
una farfalla

Tre versi brevissimi che dall’apparizione subitanea (“lampo”) del colore giallo nel primo verso, passando direttamente alla causa trasfigurata nella potente metafora del secondo verso (qui è il vero rovesciamento, perché settembre spegne più spesso che maturare), infine, con una nominazione esatta ed essenziale che fa esistere come quella di Adamo (la parola dice e la cosa è), si arriva a dare la realtà presente e nuda, hic et nunc. Perché la farfalla esce dalle precedenti metafore che, pure, l’avevano messa dentro una vasta spazialità, un forte movimento, un intenso colore, e si fa assoluta.

Da Tempi, p. 122
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L’albero sulla riva
mostra le sue radici.
Come l’acqua il tempo
ci scava la vita

Quattro settenari ed un quinario finale, con un ritmo esatto e scandito. L’attento guardare il mondo dice molto più dell’immagine. Questo “albero sulla riva”, che ricorda tanto l’agave sullo scoglio di Montale, fa vedere la propria intimità, la mostra com’è: corrosa, nuda. Senza nessuna emozione aggiunta: è evento, fatto dello scorrere del fiume. Ciò che importa sono le due parole forti: “riva” e “radici”, che dichiarano una robustezza di stazione, una solidità importanti. Perché “l’acqua” e “il tempo” non passano intangibilmente. Anzi: scavano, deformano, fanno artrite di tutto. E’ “la vita”. Per tutti (“ci”) nel mondo, alberi e umani.

da Paesaggi, p. 26
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Sta sospesa in cielo
un’acqua greve e tiepida di
feto
sotto la terra
rabbrividisce al parto

Inversione interessante di un’immagine comune: qui è il cielo ad essere gravido ed in travaglio (anche se la gravidanza viene trasferita sul femminile “acqua”), mentre la terra, tradizionalmente partoriente, è solo reattiva al parto uranico. La contrapposizione tra le due entità è annullata da quel verso di un’unica parola, “feto”, che si sospende tra loro e li unisce armonicamente, facendo così del parto un’esperienza più vasta, condivisa, dove sembrano solo tempi diversi dell’evento la sospensione gravida e la fatica rabbrividente della nascita. Tutti senari i versi, anche se il secondo è da considerare bisdrucciolo (come se “di” fosse un’enclitica), ed il terzo lo è se unito al quarto.

da Momenti, p. 108
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Dalla crepa del cielo
una lama di luna
illividisce

Un altro cielo, ma spezzato, con una “crepa” (la cui connotazione è di certo negativa, violenta). Da cui emerge non la luna, ma, anche qui, una fetta, un pezzo, una “lama” (ancora una possibile connotazione di violenza). L’allitterazione nel secondo verso di ‘l’ e ‘n’ e ‘a’, la rima interna al verso (“una”/“luna”), creano un’ambiguità che di fatto stritola la “luna” sulla “lama”, annullandone ogni connotazione positiva. Il quinario finale, di un’unica parola, con l’insistenza sul suono acuto ‘i’, riduce senza mezzi termini il biancore lunare a livore mortifero.

da Paesaggi, p. 32
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La via è un’onda d’erba
il cielo è come mare:
infinito vicino
vicini infiniti
La metafora marina coinvolge terra e cielo e li accomuna in un “infinito” che è palpabile, percorribile, conoscibile. Poi lo stacco, l’antitesi: i due termini si individuano, ognuno si espande e moltiplica in proprio; limitrofi, non separati (la figura retorica del chiasmo lo dichiara), ma anche non commisti: la via che cerca-segna-insegue e il cielo-mare grande, immenso, quasi statico. Parallele euclidee. Perfetta calibratura di due ottonari e due settenari.

da Paesaggi, p. 27
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Tramonto barocco
Si dibatte il sole tra le nubi,
lancia raggi qua e là,
con un grido di luce poi soccombe
e quest’aria dorata
è il suo morire

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Anche se il sole è possente e regale, qui è presentato come la più indifesa e qualunque vita morente: il dibattersi disperato di chi affoga, il grido “qua e là” tanto acuto quanto inutile, e la terribile indifferenza del mondo che continua ad esistere, anzi ad essere bello proprio in quella morte. Ma si possono leggere gli ultimi due versi come inversione rispetto allo spegnersi precedente (“tra le nubi”, “raggi” smanianti a caos, “grido di luce”, “soccombe”): innanzitutto da un lontano staccato staccato si passa ad un vicino ‘questo’, e poi c’è un allargarsi, come tante volte in Vilde, ad un’ampiezza ulteriore, “aria dorata”, che fa resurrezione, salvezza dal “suo morire” per i sottintesi ‘noi’ di “quest’aria dorata”.

da Stagioni, p. 21
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Le bambine hanno strilli acuti
i ragazzi toni grevi
in un prima di sera
che è già inverno

L’antitesi anche sonora – nell’area dell’acuto il primo verso, e del basso il secondo – diventa preannuncio dell’altra, più profonda, esistenziale: l’annotazione temporale del terzo verso è anche leggera metafora che si versa nella pesantezza invernale del quarto verso, tutta giocata sull’antitesi forte tra il delicato “prima di sera” (ancora spazio di suoni, bel tempo, gioventù) ed il duro, fatale, irrevocabile “è già inverno” che chiude e cancella.

da Paesaggi, p. 30
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Ultimi giorni
di precisa luce azzurra
pedalo tra muri di pannocchie

Anche qui c’è l’ansia per l’incombere (“ultimi giorni”) di una stagione esistenziale che spegnerà l’azzurro attuale a campitura piena. Già minacciato, infatti, da “muri di pannocchie” (mature e fruttuose, ma secche) che lo limitano e sembrano definire un destino di camminamento-pedalata. La lunghezza progressiva dei versi (quinario, novenario, decasillabo) dilata e sottolinea l’ansia.

da Stagioni, p. 15
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Del ramo spezzato
nessuno si accorge
solo il cielo è più vuoto

Una verità anagogica da un brano di natura, divenuto exemplum esistenziale: nella totalità unitaria del cielo, quindi ad un livello superiore ed altro di percezione, si nota la manchevolezza dovuta all’assenza di una parte, sia pure minimissima ed inessenziale come il “ramo spezzato”, tra i tanti rami integri rimasti. Ha la potenza assoluta di un proverbio popolare, di quelli che dicono con taglio fondo, senza accezioni consolatorie, però, senza umana sofferenza: oggettività, appena velata, forse, di una delicata compassione universale.

da Stagioni, p. 22
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A difesa del vuoto stanno
i leoni della villa
oltre, foglie morte

La conclusione del terzo verso è già dentro quel “vuoto” del primo, giudizio categorico che travolge tanto la “villa”, inutilmente preziosa, e i suoi pesanti “leoni” difensivi. Ma il terzo verso sembra, con la metafora stagionale, allargarsi in un “oltre”, appunto, che travalica la contingente situazione di spreco sociale. Allitterazione di ‘l’ al secondo verso, come uno spegnersi liquido del ruggito; assonanza e quasi consonanza-rima al quarto verso che unisce e significa strettamente le due parole.

da Stagioni, p. 20
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Commuovono
i pioppi fiammeggianti
un fiore bianco vola
Due novembre
giorno dei morti

Si parte dall’effetto: una commozione che viene da una natura mobile e drammatica come in Van Gogh. Ancora colori ad intarsio: il verde dei pioppi, il rosso evocato del fuoco, il bianco del fiore. Poi il ritmo cambia negli ultimi due versi, nella frase solo nominale, come un’epigrafe sotto un quadro, ferma, anzi: immobile. L’opposizione è metonimica (la vita dei pioppi e del fiore vs la morte evocata dalla ricorrenza del 2 novembre, ma anche “giorno”-luce-vita vs “morti”), dentro il contenitore calendariale, scarna, e fa emergere quanto nella natura dei versi precedenti c’era di simbolico e non detto: il contorcersi nel dolore dei vivi che ricordano e il leggero esistere evanescente, fantasmatico, dei morti. Come nel migliore Pascoli, ad es. di Novembre. Una sommessa allitterazione di ‘m’ e ‘n’ percorre-cuce tutta la poesia.

da Animali, p. 39
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Sull’asfalto la faina
teneva la vita fra i denti
che non voleva morire

Una aritmia di accenti ed un tessuto di allitterazioni in questo scorcio che non vuole dare consolazione, ma scendere a fondo nell’orrore: è legittimo immaginare la faina agonizzante “sull’asfalto” (veicolo metonimico di auto e investimento) ed è legittimo andare oltre il suo ultimo respiro per dare spazio alla densità disperata di una eventuale preda azzannata e ancora viva, che, appunto, non vuole morire. Una specie di amara sintesi esistenziale, senza compianto, però, né giudizio.

da Animali, pp. 38, 40, 41
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A Staggia la zanzara saggia
solo carne tenera
assaggia

I grilli di Carpi
aspettano scalzi
il chiaro di luna

Abbaiano
i cani alla catena
si guadagnano il pane

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Molto graziosi questi quasi-limerick imparentati con gli haiku: tanto ironico il primo quanto romantico (ma profondamente, fino alla nudità-purezza reverente dei piedi-zampette) il secondo. Ancora quasi un limerick il terzo, pur mancando il luogo, sottinteso dall’adiacenza con l’altra poesia che nomina “Carpi”; ma l’ironia qui sconfina in un’amarezza bifronte: è la costrizione della catena a prevalere o l’obbedienza al bisogno di pane?

da Vie, p. 47
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Donne grasse, colorate,
in fiorite casacche,
nascondono
anime male amate,
ma il viso le sorride

I colori non sono nominati, ma suggeriti sulle forme esteriori delle “donne grasse” nei loro vestiti a fiori e, antiteticamente, risucchiati col digradare dei versi – ottonario, settenario, trisillabo sdrucciolo – nell’occultamento dell’interiorità di “anime male amate”, infelicità sollecitata ed allungata dall’allitterazione di ‘m’ ed ‘a’, in un settenario che sembra una sciarada. E di nuovo, nell’ultimo verso, occultamento dietro il sorriso. Ma stavolta c’è qualcosa in più: una sorta di irraggiamento del sorriso a tutto il corpo e anche all’interiorità: “le sorride”, con la potente forzatura del verbo intransitivo a transitivo, nell’indeterminatezza del segno naturalistico, apre una metamorfosi che va oltre il dato anagrafico. Che forse appartiene alla misteriosa forza delle donne.

da Vie, p. 49
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Passeggiata domenicale:
quanta fatica per essere
tutti uguali

E’ una stagione esistenziale quella del primo verso: la domenica, tempo in cui la gente esce per incontrarsi, stare insieme, guardare ed essere guardata, come tanto bene ci ha saputo dire Leopardi. Tutto sottinteso nelle due parole iniziali. Perché qui è altro, poi, che viene messo in luce: la “fatica” della convenzione, il peso, il rischio. Ma soprattutto, nell’ultimo verso, si concentra il male, già attuale più che possibile nella società d’oggi: non più l’essere in comunità, in condivisione, in relazione dei membri di una consociazione, ma l’essersi perduti nel divenire “tutti uguali”.

da Animali, p. 44
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Gatta
Ti ho presa
sei fuggita,
silenziosa
sei tornata
Che piacere essere scelti!

Una tripla antitesi: quella tra la cattura per sola volontà di possesso (“presa”) e la fuga liberatoria; quella tra la volontà animale di fuga e l’immotivato ritorno; infine l’intreccio oppositivo tra la almeno apparente forzatura del “ti ho presa” e la irriducibile, misteriosa libertà del “silenziosa/sei tornata”. Per approdare, in una umanissima resa, ad una logica altra: dopo quattro quadrisillabi, si distende un novenario, che con l’allitterazione di ‘e’ dilata il sospiro di sollievo e di piacere.

da Case, p. 52
.
Navata di chiesa il viale,
deserto nella sera
che calda mi porta alla casa,
santuario grande
dell’infanzia

Allitterazione di ‘a’ che, come una nota a gola spiegata, accompagna prima la “navata” del viale e poi il calore del cammino tracciato (infatti non importa che il viale sia “deserto”, se sicura è la meta e abitata “grande”) e infine la “casa”, appunto grande (e quindi accogliente, aperta a tanti), sacralizzata a “santuario” (la nominazione è decisamente attinente all’ambito sacro-religioso), non per iconografia sociale, ma per l’emozione “calda” del vissuto. Alcune assonanze sovrappongono sensi-chiave: “chiesa”/“sera” (la comune opacità della penombra che apre una vista altra),“calda”/“casa”.

Ma la casa è anche piacere fisico buono:
da Case, p. 57
.
A sun incô com’un turtel
pina
ed roba bouna
(Sono oggi come un tortello
piena
di roba buona)

E’ àncora sicura:
da Case, p. 54
.
Attende paziente la casa
e non si adombra
se ha la gatta per compagna

E’ scrigno di valori (anche se non sempre capiti):
da Case, p. 55
.
Ascolta la rosa
che dice prendimi
splendore della casa

da Caballero, p. 79
.
Piccole differenze
Aspetto fino all’ultimo
per fare le cose con te
Aspetti fino all’ultimo
per fare le cose che piacciono a te

E’ anche luogo di confusione, a volte, di ambiguità:
da Caballero, p. 80
.
Sì, sono ancora qui,
ma non so se
ti seguo
ti inseguo
o
ti perseguito
da Caballero, p. 81
Mai saprai a che mondi
veleggia l’uomo
che si fa la barba il mattino

da Caballero, p. 77
Da quali sogni
ad altri
transitando
mi hai regalato la rosa?

da Caballero, p. 75
I miei pensieri che ti comprendono
non li comprendi
e ci incomprendiamo

E’ sempre, però, comunque, luogo intimo dell’incontro:
da Caballero, p. 76
.
Omnia rigentia gelu
tu abbracciami
torna primavera

da Bambini, p. 60
Lieve il respiro
tra il non me e il non te
ci sperdiamo

da Bambini, p. 68
Domenica mattina:
le tue scarpe,
il divano disfatto,
sul tappeto
briciole.
Ancora una volta, figlio,
sfuggito
alle insidie della notte

La casa può essere luogo di non superficiali avventure intellettuali ed esistenziali:
da Case, p. 58
.
L’essenza del
Pomodoro Verde
sfugge alla parola
non alla lama che lo trafigge

da Case, p. 53
Cerco la penna che non trovo,
trovo la penna che non scrive…
Difficile essere poeti
nel disorientante
disordine domestico

da Tempi, p. 116
Riporre con gioia
i gusci di una passata stagione
come se ancora potessero
sorprenderci tempi nuovi

da Tempi, p. 121
In questo eterno presente
ci affidiamo ai riti delle cose di casa:
preparare le marmellate
curare l’orto
raccogliere le rose.
Gesti senza tempo
tempo senza ore

Dove colpisce anche un linguaggio diverso, che non media quasi più il senso attraverso metafore o riferimenti naturalistici, ma nomina direttamente: parola-cosa, parola-evento, parola-emozione, come se nel luogo domestico fosse recuperata una realtà univoca e certa, riconoscibile, perimetrabile anche nell’incertezza, solida. E’ qualcosa di essenzialmente femminile.

da Amorosi sensi, p. 93
Nominane i nomi
ripassa i profumi
diventa colore
quando il dolore ti assale

Ecco allora, forse, da dove viene la forza con cui si può affrontare anche il lato più oscuro del vivere:
da Tempi, p. 117
.
Memento mori
piccoli strappi
che nessun filo ricuce

da Amorosi sensi, p. 89
Nello smarrimento
di saperti vivo e volerti morto,
di sentirti morto e desiderarti vivo,
il filo di parole amiche
ha ricucito
la tenerezza dell’incontro

da Amorosi sensi, p. 91
Quando piano
mi prendi la mano
e piano la baci
è insopportabile la tua pazienza
la mia impotenza

da Amorosi sensi, p. 86
Il nodo no , non tagliarlo!
ma con abili dita,
paziente,
districhi l’intreccio
Ho appreso da te, madre,
quest’arte,
non alessandrina,
di seguire i fili della vita

da Amorosi sensi, p. 85
Le mani, a mia madre,
non le guardo
Attaccata ci rimarrei,
come alla radice

.

quilt

quilt8.

Ed ecco il messaggio forte che Vilde ci lascia, a fine percorso:
da Momenti, p. 100
.
Stamattina ho sentito
il ritmo del mondo
e cosmicamente ho sorriso

da Momenti, p.111
Stupirsi

Se il muro muschiato
mi appare
come affresco dipinto
Se gli sposi indiani
divinità indù
scese in seconda classe
Se la bacca schiacciata
ciondolo
infinitamente elegante
Sarà per continuare a stupirmi
che reinvento il mondo

da Amorosi sensi, p. 95
La menta
l’ortica
la piantaggine
dopo l’ultima pioggia
hanno ripreso vigore
Non rassegnate all’inverno
non rassegnate

da Tempi, p. 123
Attimi non anni
dura la gioia e
ciò basti: lasciati vivere

.

Milena Nicolini

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A PROPOSITO DELL’AUTRICE.

 Vilde Mailli– Sono nata l’ultimo giorno d’inverno del millenovecentoquarantanove, alle soglie della primavera a Carpi, dove vivo. Laureata in filosofia, dopo la specializzazione lavoro come psicoterapeuta.
Ho pubblicato in proprio, nel 1969, A che serve utilizzando un vecchio ciclostile.
Poi la vita mi ha preso con i suoi impegni, doveri, piaceri. Far parte del gruppo Donne di poesia di Modena
mi ha permesso di ritrovare la voglia di “giocare”con le parole. Questa raccolta ne è il frutto.
Collaboro con il Circolo Letterario Rossopietra che ha curato questa pubblicazione.

chincaglierie
Vilde Mailli, Chincaglierie – Quaderni di Rossopietra- Castelfranco Emilia, 2007

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2 pensieri su “VI RACCONTO UN LIBRO – Milena Nicolini a proposito di “Chincaglierie” di Vilde Mailli

  1. Cara Milena, maestra, mi hai insegnato di Vilde mille preziose cose che CI SONO, eccome, e io non avevo visto, frettolosa. Mi scuso profondamente con Vilde e la Poesia, Lia

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