ISTANTANEE- Giovanna Gentilini e i RITORNI di Lisabetta Serra

michał swider

Michał Świder 801

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La poesia di Lisabetta Serra è intrisa di un’arcadia finissima e leggera eppure, a volte, così intensa che ne coglie gli odori, i colori, e le soffici carezze amorose. A questo luogo di Arcadia, così presente all’animo eppure così lontano nel tempo, attinge a piene mani il vivere presente della poeta e la sua poesia. Perché è solo della poesia richiamare a presenza il passato e farlo rivivere immutato ed eterno nel qui ed ora, offrendolo come seme al futuro, alla gioia di una nuova arcadia e di un nuovo amore. Matura nell’animo della poeta la sofferta rinuncia di un reale ritorno ai luoghi dell’infanzia che potrebbe trasformarsi in un “ doppio addio” e, allora, dopo che la fiamma è spenta, il cuore si alimenta al calore delle braci ” Spenta la fiamma restano momenti/ in cui covan le braci non sai/ più quale cosa (…) lo sai/ sono qui accanto al fuoco sento/ le braci cricchiare”, perché ogni anno Eros riconduce a noi la primavera e l’abbraccio non sarà più vuoto “ Talvolta svegliandomi mi trovo/abbracciata a me/ e uno sconforto mi prende/ di così vuoto abbraccio (…) ” Ed è l’abbraccio delle cose che vive nei versi di Lisabetta Serra, che dalle cose si lascia abbracciare con gratitudine e stupore. Gli oggetti di casa, la tovaglia di Borea , il pane appena sfornato richiamano alla memoria le cure domestiche e l’amore delle persone che le sono state vicine nell’infanzia, la madre, la tata. Insieme al calicanto e al ti ti del passero sul ramo, è la natura che entra con passi leggeri e ci parla dell’animo della poeta e della presenza di Dio (Emily Dickinson). La silloge da cui sono tratti i testi proposti è  Ritorni ,  Moretti e Vitali Editore 2005.
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Giovanna Gentilini

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michał swider

Michal Swider 42.

I cambiamenti sono difficili
il contadino diceva
Lento lievito al colmo
della farina bianca
un giorno intero una notte
al pane di pasta per aprire
la croce Dieci anni lenti per noi

*

Ritornare un doppio addio
la casa non è più qual era
fitta di voci come rondini
e tu mutata speranza ora
muta che cosa riconduci
non quel te stesso nuovo
il risorto qualcuno da
riconoscere ancora da
prendere per mano

*

Spenta la fiamma restano momenti
in cui covan le braci non sai
più quale cosa. Ti consola il ti ti
del passero sul ramo, il calicanto
è ancora tutt’un verde – lo sai
sono qui accanto al fuoco sento
le braci cricchiare

*

Le domeniche mattine ritornano
con campane e rose che si sfanno
nelle bocce di vetro
Nel silenzio i padri attendono
la parola del figlio tornato
la notte tarda ma invisibili
correnti congelano le tazze,
sulla tovaglia Bòrea
sfoglia il pane ed è solo
settembre

*

Talvolta svegliandomi mi trovo
abbracciata a me
e uno sconforto mi prende
di così vuoto abbraccio
e una domanda quale amore
perduto nel sogno a me ignoto
venga quale tremendo demone
su così vuota spiaggia mi tenga

*

Eros che conduci le primavere a ritornare
come ragazze dai riccioli rossi
il sabato pomeriggio sul corso
e induci la pioggia sulla terra
di polvere,
come un Farinello prendi dalle
nostre mani la neve della follia
Sfarinala con aghi d’argento sui
nostri corpi che una legge chiude
Eros tu pastore di maree
Nelle spirali del vento ci conduci

*

Quante volte ho deposto
il ridente zefiro
dicendo non ti credo
spinta dal vuoto
vento occiduo
nel camino deserto
e torni tuttavia
gentile spina ridente
a pungere delicata
come un arioso

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cop. Serra

Lisabetta Serra, Ritorni – Moretti e Vitali Editore  2005

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