…quell’inquietudine è un mare- Fernando Pessoa

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 Vivere è essere un altro. Non è possibile neppure sentire se oggi si sente come si è sentito ieri: sentire oggi la stessa cosa di ieri non è sentire: è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, essere oggi il cadavere vivo di quello che ieri è stata la vita perduta. Cancellare tutto del quadro da un giorno all’altro, essere nuovi ad ogni nuova alba, in una perpetua rinnovata verginità dell’emozione:questo, e solo questo, vale la pena di essere o di avere, per essere o avere quello che imperfettamente siamo. Questa alba è la prima del mondo. Mai questo colore rosa che ingiallisce in un bianco caldo si è posato così sulla facciata con cui il caseggiato a ponente fissa pieno di occhi di vetro il silenzio che arriva nella luce crescente. Mai c’è stata questa ora, né questa luce, né questo mio essere. Domani quello che sarà è un’altra cosa e quello che io vedrò sarà visto da occhi ricomposti, colmi di una nuova visione. Alti monti della città! Grandi architetture che trattenete ed elevate i ripidi pendii, avvallamenti di edifici ammassati in vari modi, che la luce tesse di ombre e incendi, siete oggi, siete io, perché vi vedo, siete quello che sarò domani, e vi amo dalla murata come una nave che passa vicino ad un’altra nave e vi sono sconosciute nostalgie nel passaggio.

Oggi mi sono svegliato molto presto, con uno scatto confuso, e mi sono alzato subito dal letto, in preda al soffocamento di un tedio incomprensibile. Nessun sogno l’aveva provocato; nessuna realtà l’avrebbe potuto creare. Era un tedio assoluto e totale, ma fondato su qualcosa. Nel fondo oscuro della mia anima, invisibili forze sconosciute ingaggiavano una battaglia di cui il mio essere era il suo campo, e io tremavo tutto nello scontro sconosciuto. Al mio risveglio, è sorta una nausea fisica della vita intera. Un orrore del dover vivere si è alzato con me dal letto. Tutto mi è sembrato vuoto e ho avuto la fredda impressione che non esista soluzione per nessun problema. Un’enorme inquietudine faceva tremare ogni mio minimo gesto. Ho avuto timore di impazzire, non di pazzia, ma proprio di quello. Il mio corpo era un grido latente. Il mio cuore batteva come se parlasse. A passi lunghi e falsi, che invano avevo cercato di modificare, ho percorso, scalzo, la breve lunghezza della stanza, e la diagonale vuota della stanza interna con la porta all’angolo che dà sul corridoio della casa. Con movimenti incoerenti e imprecisi, ho sfiorato le spazzole sul cassettone, ho spostato una seggiola e una volta ho urtato con la mano penzolante il ferro ruvido dei piedi del letto all’inglese. Ho acceso una sigaretta, che ho fumato inconsapevolmente e soltanto quando ho visto che della cenere era caduta sul cuscino del letto – come era possibile, se in quel momento non mi ero chinato? – ho capito di essere posseduto, o qualcosa del genere,nell’essere se non nel nome, e che la coscienza che avrei dovuto avere di me stesso, era intervallata dall’abisso.

Ho ricevuto l’annuncio del mattino, la scarsa luce che conferisce un vago azzurro sbiadito all’orizzonte che si rivela, come un bacio di gratitudine delle cose. Perché quella luce, quel giorno vero, mi liberava, mi liberava non so da cosa, dava il braccio alla mia vecchiaia ignota, faceva le feste all’infanzia posticcia, proteggeva il riposo mendicante della mia trasbordante sensibilità. Ah, che mattino è mai questo, che mi sveglia alla stupidità della vitae alla sua grande tenerezza! Quasi piango, nel vedere schiarirsi di fronte a me, sotto di me, la vecchia strada stretta e quando le imposte della drogheria dell’angolo ormai si rivelano nel loro marrone sporco alla luce leggermente traboccante, il mio cuore prova un sollievo da racconto di fate reali e comincia a riconoscere la sicurezza di non sentirsi.
Che mattino questa angoscia! E che ombre si allontanano? E che misteri si sono manifestati? Nulla: il rumore del primo tram come un fiammifero che illuminerà l’oscurità dell’anima, e i passi alti del mio primo passante che sono la realtà concreta che mi suggerisce, con voce amichevole, di non essere così.
Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi chino sui miei sogni è su qualcosa che mi chino. Se vedo la vita passare, sogno qualcosa. Di qualcuno, uno ha detto che per lui le figure dei sogni avevano lo stesso rilievo e profilo delle figure della vita. Per me, anche se potrei comprendere che si usasse una frase simile, non l’accetterei. Le figure del sogno per me non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele. Ogni vita – quella dei sogni e quella del mondo – ha una realtà uguale e propria, ma diversa. Come le cose prossime e le cose remote. Le figure dei sogni sono più prossime a me, ma […]?

Ho trascorso ore incognite, momenti successivi senza nesso, nella passeggiata notturna sulle rive solitarie del mare. Tutti i pensieri che hanno fatto vivere gli uomini, tutte le emozioni che gli uomini hanno rinunciato a vivere, hanno attraversato la mia mente, come un oscuro riassunto della storia, durante la mia meditazione in riva al mare. Ho sperimentato in me, con me, le aspirazioni di tutte le epoche, e con me hanno passeggiato, sulle rive ascoltate del mare, le inquietudini di tutti i tempi. Quello che gli uomini hanno voluto e non hanno realizzato,ciò che facendo hanno ucciso, quello che le anime sono state e nessuno ha detto: di tutto questo si è formata l’anima sensibile con cui di notte ho passeggiato in riva al mare. E ciò che gli amanti hanno trovato strano nell’altro amante, ciò che la moglie ha sempre nascosto al marito, ciò chela madre pensa del figlio che non ha avuto, ciò che ha avuto forma solo in un sorriso o in una opportunità, in un tempo che non è stato quello o in una emozione assente: nella mia passeggiata in riva al mare, tutto questo è venuto con me ed è tornato con me, e le onde agitavano tumultuosa mente l’accompagnamento con il quale lo facevo addormentare. Siamo chi non siamo e la vita è breve e triste. Il rumore delle onde di notte è un rumore della notte; e quanti lo hanno udito nella loro anima,come la speranza costante che si disfa nell’oscurità con un rumore sordo di spuma profonda! Quante lacrime hanno pianto quelli che hanno ottenuto,quante lacrime hanno perduto quelli che hanno vinto! E tutto questo, nella passeggiata in riva al mare, è divenuto per me il segreto della notte e della confidenza dell’abisso. Quanti siamo! In quanti ci illudiamo! Quali mari echeggiano in noi, nella notte del nostro essere, nelle spiagge che sentiamo nelle alluvioni dell’emozione! Quello che si è perduto, quello che si sarebbe dovuto desiderare, quello che si è ottenuto e soddisfatto per errore;ciò che abbiamo amato e abbiamo perduto e che, dopo averlo perduto,amandolo per averlo perduto, abbiamo capito che non lo avevamo amato;quello che credevamo di pensare quando sentivamo; ciò che era un ricordo e credevamo fosse un’emozione; e il mare tutto, che arrivava, rumoroso e fresco, dalla grande profondità della notte, ad agitarsi vivace sulla spiaggia, durante la mia passeggiata notturna in riva al mare…Chi sa almeno cosa pensa o cosa desidera? Chi sa cosa siamo per noi stessi? Quante cose la musica suggerisce, e per noi ha un sapore buono il fatto che non possano esistere!
Quante ne evoca la notte e quante ne rimpiangiamo e che non sono mai esistite! Come una voce liberata dalla estensione della pace, il rotolare dell’onda si infrange si spegne e c’è una salivazione udibile su tutta la spiaggia invisibile. Quanto muoio se sento per tutto! Quanto sento se vago così,incorporeo e umano, con il cuore fermo come una spiaggia, e tutto il mare di tutto, nella notte in cui viviamo, che batte forte, satirico, e si calma,nella mia eterna passeggiata notturna in riva al mare!

da Il libro dell’inquietudine di Bernanrdo Soares-Fernando Pessoa

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