A COLPO D’OCCHIO- Umberto Boccioni al Cisa (Centro Architettura A. Palladio)- Silvio Lacasella

umberto boccioni

boccioni-paesaggio di montagna e lago

paesaggio con montagne e lago-boccioni.

Accanto ad ogni immagine che l’arte produce vi è una storia. A volte si tratta di una storia minima, la cui trama è quasi invisibile, scritta nella quotidianità e segnata unicamente dal variare degli stati d’animo. Altre volte, invece, il racconto è un vero racconto, intagliato nel tempo in cui è stato vissuto e capace di trasformarsi in cornice o in faro luminoso, puntato in direzione di ciò che stiamo guardando.

Più che alle tele di Veronese visibili a Vicenza, nella sede del Cisa a Palazzo Barbarano – esposte sino al 5 ottobre e delle quali si è tanto parlato in riferimento alla vicenda del loro ritrovamento a Verbania Pallanza, grazie al lavoro d’indagine di Cristina Moro sulle opere d’arte ancora presenti all’interno di Villa San Remigio, sul Lago Maggiore – il pensiero va ora a due dipinti di Umberto Boccioni: “Paesaggio” e “Paesaggio con montagne e lago”, provenienti dalla Galleria dello Scudo di Verona. Entrambi del 1916 sono state chiamati a dar testimonianza del soggiorno dell’artista in quella stessa villa. Una coincidenza, questa, che già potrebbe accendere i primi fari. Però, per capire come mai il grande pittore futurista si trovasse a Pallanza nei giorni di inizio estate del 1916 poco prima di essere assegnato al reggimento di artiglieria, è meglio iniziare proprio da Villa San Remigio.

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umberto boccioni-villa s.remigio,quadreria

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Ceduta nel 1977 alla Regione Piemonte, assieme a molti mobili, arredi, sculture e dipinti, la villa presto subisce una trasformazione interna, progettata per ospitare all’ingresso una serie di uffici pubblici. Un lavoro di accantonamento in direzione del piano superiore, in modo da rendere funzionale ciò che in realtà si dimostrerà assai impegnativo da gestire, non ultima la manutenzione dell’ampio parco. Questa, però, è storia tutto sommato ancora recente. Successiva. Come successivo all’autore è il ritrovamento dei due Veronese.

Siamo alla fine dell’Ottocento: il marchese Silvio della Valle di Casanova e sua moglie Sophie Browe, uniti, oltre che dai sentimenti, da un nonno di origine irlandese, decidono di far convergere e “solidificare” in quel luogo la sensibilità che essi nutrivano nei confronti dell’arte e della musica. Una “vocazione irresistibile” che porterà in anni giovanili il marchese della Valle al conservatorio di Stoccarda e poi a Weimar, a prendere lezioni da Franz Liszt. Esperienza che probabilmente lo renderà diverso agli occhi della cugina, appassionata di pittura.

Una sala della musica lunga undici metri, con le pareti interamente coperte da dipinti; numerosi ospiti, scrittori, storici dell’arte, musicologi: l’ambiente guarda ad un passato che i due coniugi paiono idealizzare con nostalgia, replicandolo, quando non è possibile possederlo. Ecco perché, come sottolinea Cristina Moro nell’agevole catalogo che accompagna la mostra, chi visita la villa “se ne meraviglia, ma ne percepisce anche uno stridente gusto passatista, che può trovare giustificazione solo nell’evocazione di un ambiente onirico”.

Ecco, il punto è proprio questo. Cosa ci faceva un artista come Boccioni, primo firmatario del Manifesto dei pittori futuristi (assieme a Carrà e a Russolo), confluiti all’interno del movimento dopo che Marinetti lanciò il suo proclama sulle pagine de Le Figaro (20 febbraio 1909) in un ambiente “passatista”? Lui, non solo figura artistica di primo piano, ma teorico del valore imprescindibile della modernità e del progresso? Un progresso indicato come musa ispiratrice da poeti, scrittori, musicisti, scultori e pittori, appunto. Non a caso, a oltre cent’anni di distanza, non è sbagliato affermare che per apprezzare le opere del movimento futurista occorre tenerne presente la geografia mentale, poiché essa è parte attiva di ogni singolo raggiungimento espressivo.

Ancora lui, Boccioni, dichiara: “Tutto il passato, meravigliosamente grande, m’opprime, io voglio del nuovo” oppure: “Tutta l’arte moderna mi pare vecchia. Voglio del nuovo, dell’espressivo, del formidabile”. In grado di auspicare provocatoriamente un unico rogo per tutti i musei (per poi però dire: “Oggi ho visto un quadro che mi ha fatto inumidire gli occhi. La Pietà di Giambellino a Brera”). Una pittura capace di volgere le spalle ad ogni “chiaror di luna” in quanto “tutto muove, tutto corre” poiché l’individuo fa parte di un’unica “vibrazione universale”. Questo dice Boccioni, questo urla nei teatri o in faccia a Soffici, colpevole di aver definito le loro intenzioni di rinnovamento, sulle pagine de La Voce “sciocche e laide smargiassate”, affrontandolo di persona (spalleggiato da Carrà, Russolo e Marinetti) all’uscita del celebre caffè fiorentino delle Giubbe Rosse.

C’è una frase che riassume e indica in poche parole un punto di non ritorno: “Il moto e la luce distruggono la materialità dei corpi”. Boccioni elabora questo convincimento nella tavolozza, trasformando le suggestioni create dalle luci filamentose di Pelizza da Volpedo o di Gaetano Previati in sequenze dinamiche. Così fa anche con i timbri cromatici divisionisti, condivisi con Balla; con le scomposizioni cubiste discusse con Severini; con le oramai lontane memorie della Secessione. Inserisce anche materiali nuovi, nei brevi ma intensissimi anni dedicati alla scultura. Tutto ciò produce una serie di capolavori. Uno tra i più noti è “La città che sale”, realizzato tra il 1910 e il 1911, le cui dimensioni (circa due metri per tre) ne amplificano l’impatto visivo. Quel quadro, oggi al Museum of Modern Art di New York, fu acquistato nel 1912 dal pianista e compositore Ferruccio Busoni.
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umberto boccioni- la città che sale

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Ed ecco che, col nome di Busoni, rientriamo nella strada che porta a Pallanza, fermandoci all’esterno della villa di San Remigio. In quell’inizio di estate del 1916 anche Ferruccio Busoni è ospite del marchese della Valle, conosciuto nella non belligerante Zurigo, dove entrambi per un periodo si erano rifugiati. Tre settimane di permanenza, durante le quali l’animo di Boccioni, tormentato da una serie di ripensamenti, pare ritrovare vigore. Inizierà e porterà a termine numerosi quadri, tra questi il Ritratto di Busoni, uno dei momenti più alti dell’ultimo periodo.

Una vampata di energia, dopo una serie di paralizzanti delusioni. A procurargliele non sono stati i soliti denigratori incapaci d’intuire qualsiasi forma di rinnovamento, ma i suoi stessi compagni di strada. Come quando, ad esempio, nel febbraio del 1914, dopo aver pubblicato “Pittura scultura futuriste (Dinamismo Plastico)” – uno sforzo teorico forse eccessivo, che produce in lui una sorta di svuotamento – più degli elogi, arrivano una serie di prese di distanza. Basta qui citare il giudizio dell’oramai parigino Severini: “Bisogna tener conto che tante cose furono per così dire intraviste, intuite da Milano, ambiente ancora amorfo riguardo all’arte. Boccioni ebbe troppo rari rapporti con un mondo artistico più informato ed evoluto. D’altra parte il libro risente di una insufficiente cultura storica”.

Le parole scritte da Boccioni a Emilio Cecchi nel 1914 testimoniano il suo stato d’animo: “Dei momenti non capisco più il perché della battaglia da combattere (….) le lunghe ore di tavolo per il libro mi hanno lasciato quasi una nausea dell’esposizione teorica”. Effetto Pallanza, dunque. Sia su Busoni che su Boccioni. Il primo scriverà: “Davanti agli occhi ‘sto benedetto lago inesorabile, inflessibile, con sempre quelle stesse colline e quei medesimi seni e golfi e l’eterno vaporetto che va su e giù”. Il pittore, invece, col cuore probabilmente mosso dall’amore per Vittoria Colonna, nobildonna romana con casa all’Isolino, poco lontano da Villa San Remigio, vedrà ogni cosa con sguardo incantato: “Qui tutto è magnifico. Ogni giorno faccio gite in automobile che mi mostrano cose mai viste”. Ben vengano allora quei paesaggi, dipinti avendo nella mente Cezanne. Una gioia finale, un saluto, una riappacificazione, un presentimento. Un’ultima carezza. Non si tratta di un passo indietro, tanto meno di un tradimento, ma una dichiarazione d’amore, per l’arte.

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Il 16 agosto, raggiunto il suo reggimento, in località Sorte, nei pressi di Verona, Boccioni cadrà da cavallo. Il 17 il suo cuore cesserà di battere, strappandolo alla vita trentaquattrenne. Un tempo ingiustamente breve. La lunga stagione novecentesca di Carrà, quella monumentale e pietrosa di Sironi, evidentemente non potevano appartenere alla sua pittura. Alla prima pausa, al primo ripensamento, il destino ha pensato di farlo morire correndo.

Silvio Lacasella

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Riferimento in rete

http://www.palladiomuseum.org/exhibitions/AllegorieVeronese/mostra

 

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